FRATELLI TUTTI/ Dal buon samaritano a Benedetto XVI: la carità secondo Francesco

- Francesco Braschi

La fratellanza cui richiama papa Francesco nella sua ultima enciclica non è un utopismo di matrice post-moderna, ma un ritorno alle origini della fede

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Papa Francesco viene baciato durante un'udienza (LaPresse)

Non è certo possibile esaurire nell’ambito di un articolo la sterminata ricchezza di temi che si coglie nell’enciclica Fratelli tutti, recentemente pubblicata da Papa Francesco. Ma questo è solo un bene, perché sarebbe una cattiva tentazione quella di poter “archiviare” velocemente un testo che invece merita e chiede di essere a lungo studiato e meditato, e che solo ad uno sguardo estremamente superficiale potrebbe apparire povero di contenuti teologici. Vorremmo quindi offrire alcuni spunti finalizzati a delineare una prospettiva di lettura che permetta di cogliere alcune linee di fondo da cui emergono scenari nuovi e interessanti, tutt’altro che scontati.

Si incontrano spesso, nel testo dell’enciclica, espressioni con le quali papa Francesco sembra voler prevenire una possibile critica nei confronti dei contenuti proposti. Così al c. 16 troviamo: “Un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio”; al c. 30: “…il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi”; al c. 127, proponendo una logica collaborativa per le relazioni internazionali: “Se non ci si sforza di entrare in questa logica, le mie parole suoneranno come fantasie”; al c. 180: “Riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale che includa tutti non sono mere utopie”; al c. 190, parlando della carità politica che deve spingere a un’apertura verso tutti: “Sembra un’utopia ingenua, ma non possiamo rinunciare a questo altissimo obiettivo”; e, infine, al c. 262, mettendo a tema l’orrore della guerra, leggiamo: “Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace”.

Questo esplicito e ripetuto invito rivolto dal Papa ai suoi lettori, affinché non chiudano subito un dialogo possibile con l’accusa di disegnare scenari utopistici e ingenui, potrebbe a taluni dare proprio l’impressione di una debolezza riconosciuta o – peggio – di una querula implorazione affinché si presti ascolto a tesi che, mentre le si formula, già ci si accorge che non potrebbero mai reggere un confronto pubblico con il pensiero laico e con le opinioni dei più. E che, in conclusione, non rappresenterebbero altro che l’ennesimo capitolo della lunga saga che narra la reciproca incomunicabilità tra la Chiesa cattolica e le élites economico-politiche.

Ma una simile lettura sarebbe essa stessa imperdonabilmente ingenua nella sua pretesa di archiviare frettolosamente questo testo, come pure si rivela estremamente miope l’altro filone di lettura, che annovera tra i suoi rappresentanti sia esponenti del mondo laico sia fautori del cattolicesimo tradizionalista, pronti a cogliere in questa enciclica il tentativo della Chiesa – o del Papa – di “accodarsi” alla temperie laicista offrendo in cambio dell’ascolto da parte del “mondo” un appiattimento della proposta in termini puramente immanentisti e la rinuncia ad ogni contenuto dottrinale veramente cristiano.

A quest’ultima schiera di lettori si può e si deve utilmente ricordare che la scelta di papa Francesco di porre come ispiratore dell’enciclica il poverello di Assisi indica la precisa volontà di rifarsi a un Santo che è per antonomasia considerato come alter Christus, a Lui assimilato attraverso il dono delle stimmate, seguace del vangelo sine glossa e certamente non passibile di interpretazioni puramente sociologiche.

Non solo: la posizione centrale nell’enciclica della parabola del Buon Samaritano (cc. 56-86) dovrebbe servire a ricordare come Cristo stesso non abbia voluto separare il tema della relazione con Dio dall’attenzione al prossimo, fino a farne il criterio principe della stessa salvezza eterna, come chiaramente afferma la citazione, al c. 54, del famoso brano di Mt 25 in cui la divisione tra pecore e capri si basa sul riconoscimento di Cristo nel fratello bisognoso.

Ma bisogna anche sottolineare che se papa Francesco insiste così tanto sulle caratteristiche antropologiche dell’accoglienza, se continua a intessere di paragoni con l’oggi la sua esegesi della parabola del Buon Samaritano, ciò significa che egli è perfettamente cosciente di quanto sia necessario rivolgersi a un uditorio che non solo in grande parte ha dimenticato – o non ha mai conosciuto – chi sia Gesù Cristo, ma che pure ha ampiamente dimenticato chi sia l’uomo, quali siano le caratteristiche fondamentali della natura umana, tra le quali spiccano la coscienza della dipendenza e della non-autosufficienza, e la parallela scoperta della relazione con il fratello uomo quale essenziale cardine della propria identità e via per lo stesso riconoscimento del possibile e necessario rapporto con Dio.

In questo modo possiamo ancora più chiaramente comprendere come il monito a non considerare utopistiche o ingenue le argomentazioni dell’enciclica non sia affatto indice di debolezza di personalità o di pensiero, bensì si riveli come una conseguenza del riconoscimento di una situazione nella quale l’interlocutore che si ha davanti deve essere preso per mano, passo dopo passo, per aiutarlo a rendersi conto di realtà che fino a poco fa sembravano scontate e incontrovertibili.

Siamo così aiutati a comprendere perché papa Francesco medesimo ponga questa enciclica in relazione con quanto da lui detto il 27 marzo 2020, nel momento più tremendo della pandemia in Italia, quando davanti a una Piazza san Pietro vuota e flagellata dalla pioggia, disse: “abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità… tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. […] In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta… Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

L’abbondanza dei temi trattati e le numerose e minuziose esemplificazioni, allora, sono come la descrizione dei molti sintomi di questa malattia dell’animo, e papa Francesco arriva a chiamarli per nome, indicandoli nella concezione individualistica di sé come una monade (c. 111), nella concupiscenza che genera egoismo, fragilità e chiusura in interessi meschini (c. 166), nella mancanza di dialogo che genera una modalità di comunicazione ultimamente asservita alle logiche di potere (cc. 202ss).

Ma sarebbe un errore pensare che la denuncia delle patologie dell’animo sia rivolta unicamente – o almeno principalmente – a chi si trova fuori della Chiesa. Non mancano, infatti, i passaggi nei quali si riconosce esplicitamente che anche le religioni, e financo il cristianesimo e il cattolicesimo, hanno storicamente mostrato – e possono mostrare oggi – di essere affetti da logiche di potere, di controtestimonianza, di fanatismo, tali da rivelare una mancata comprensione in tutte le sue conseguenze del significato della fratellanza universale che Dio ha scelto come modalità corretta di vivere alla luce della Sua paternità. Così – denuncia papa Francesco – ci sono credenti che “ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi” (c. 86), al punto che bisogna riconoscere che “il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace” (c. 74).

Questa amara constatazione, tuttavia, non si ferma al piano puramente morale, bensì si rivela di carattere squisitamente teologico, evidenziando in tali credenti una mancata conoscenza di Dio, la fissazione su di una immagine di Lui che non corrisponde alla realtà, come viene esplicitamente affermato mediante la chiarissima citazione della prima lettera di Giovanni: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).

Ma anche nei confronti di questo “analfabetismo cristiano di ritorno”, papa Francesco non rinuncia a offrire un rimedio che consiste innanzitutto in una lezione di metodo: più volte, infatti, egli si riferisce alle lettere di Paolo e agli Atti degli apostoli, oltre che ai Padri della Chiesa, per mostrare come la fratellanza universale sia parte integrante della fede cristiana fin dalle origini, smascherando così ogni pretesa fedeltà alla tradizione cristallizzata in visioni che perdono di vista l’essenziale: ovvero, la intrinseca e indispensabile connessione tra la fraternità universale e la fede in Dio: “Come credenti pensiamo che senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace tra noi” (c. 272).

E non è un caso che quest’ultima frase sia pronunciata in un contesto che parla non solo dei cristiani, ma di tutti i credenti: l’appello alla ragione e alla ragionevolezza della logica della fraternità universale, infatti, costituisce il vero linguaggio comune in riferimento al quale si può costruire un reale cammino di dialogo e riconoscimento tra le religioni, come già aveva affermato Benedetto XVI nel suo memorabile discorso a Ratisbona, e con il quale papa Francesco si pone in esplicita continuità.

Come si vede, molto ancora c’è da studiare e da riflettere su questa enciclica, per riconoscerne non solo il valore dottrinale, ma tutta la ricchezza metodologica nel riproporre quella che viene definita “la cultura dell’incontro” come modalità autentica di comunicazione della fede cristiana.

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