Galimberti “Molti insegnanti innamorati dello stipendio”/ “Non tutti hanno vocazione”

- Josephine Carinci

Galimberti, filosofo, analizza la questione dei professori no vax e di come questi inventerebbero scuse pur di non andare a lavorare. Il suo commento

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Umberto Galimberti (LaPresse)

Il rientro a scuola continua a far discutere, tra chi crede che sia giusto tornare in presenza perché i ragazzi hanno bisogno del contatto con i coetanei e con i professori e chi invece vorrebbe che la salute fosse al primo posto e dunque predica prudenza, auspicando un posticipo della ripresa delle lezioni o un adozione della didattica a distanza, almeno per il momento. Lunedì 10 gennaio, intanto, le scuole ricominceranno: alcune in presenza, mentre altre adotteranno la DAD. Il problema, anche nel caso in cui si torni in presenza, persiste, e non è solo di ordine virale. Secondo il filosofo Galimberti, in onda su LA7, “Il distanziamento è un catalizzatore di un disagio giovanile già da tempo presente e molto radicale. Abbiamo dei ragazzi deboli oggi, e questo è un problema”.

Anche quando le classi torneranno in presenza, infatti, resta il problema del distanziamento fisico, delle mascherine, del non poter avere un contatto diretto. Situazioni che pesano, soprattutto in fasce d’età così delicate come quelle dell’infanzia e dell’adolescenza. Questo porterebbe, secondo Galimberti, ad una generazione che sta crescendo in maniera debole.

Galimberti: “Professori? Non tutti hanno la vocazione”

Insegnanti che si dicono malati ma che in realtà sono no vax: è questo un altro dei problemi attuali della scuola, così come di altri settori. Ad analizzare la questione è proprio Galimberti, ai microfoni di LA7. Il filosofo ha spiegato qual è secondo lui il fulcro della faccenda: alcuni insegnanti, innamorati del posto di lavoro e non della loro missione, utilizzano ogni scusa possibile per non andare a lavoro, soprattutto alla luce delle decisioni del Governo, che costringono la categoria ad essere in possesso del Super Green Pass per continuare a lavorare.

“È un problema reale. Mica tutti i professori hanno la vocazione e sono innamorati della scuola. Molti insegnanti sono innamorati dello stipendio e del posto di lavoro. E allora in questa condizione, ovvio che se c’è una buona scusa per non andare a scuola la si usa. Alcuni ancora considerano la scuola non come luogo di educazione per i nostri giovani, quanto un luogo di occupazione per gli i professori. Questo è il grande errore iniziale. Purtroppo questo ancora continua. L’occupazione degli insegnanti viene prima dell’educazione dei nostri ragazzi. È questo il problema”.





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