GIUSTIZIA, OK DELLA CAMERA/ Ma nessuno tocca i “padroni del vapore”

- Sergio Luciano

La riforma della giustizia (processo penale) passa alla Camera con 462 e 458 sì nelle due votazioni e va al Senato. Ma il vero problema resta intatto

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Marta Cartabia, Guardasigilli, e Giuseppe Conte a Bologna nell'anniversario della strage, 2 agosto 1980 (LaPresse)

Il giochino di parole grafico, “Cartabia-nca per i ladri” non poteva che avere la firma di quella metaforica IIIC che sono i residui pentastellati della Camera, una scolaresca in gita, che qual più tardi tra 20 mesi andrà a casa senza lasciate nella storia tracce diverse da qualche striatura di trucco e parrucco. Ma la battuta tra il disastroso e il nauseante dell’ex “avvocato degli italiani” Giuseppe Conte a Draghi, “andrà tutto bene” – come un anno e mezzo fa campeggiava su mille cartelli fuori dalle finestre degli italiani reclusi in casa per il primo lockdown – si incaricava di ricordare a tutti che, davvero, il malumore parlamentare dei 5 Stelle contro la riforma della giustizia proposta dalla ministra Cartabia è solo la gita scolastica di una classe di ripetenti, nient’altro. Nessuna notte dei lunghi coltelli, al massimo una serata di temperini.

Ma allora? Allora non è vero che i grillini si ergono a tutori della loro casta di riferimento, la magistratura? Sì e no: loro si ergono, per ergersi; ma la casta in questione sa già perfettamente di averla scampata bella. Sa che semmai, e se in questo Paese la democrazia di fronte alle toghe non fosse nei fatti sospesa, potrà temere qualcosa dai referendum dei radicali e della Lega, per quanto già un altro referendum che esprimeva la volontà popolare di far pagare ai giudici che sbagliano il conto dei loro errori, vinto a furor di popolo dai proponenti, non ha poi sortito alcun effetto serio sulla realtà. Perché?

Per capirlo, c’è innanzitutto un equivoco di fondo da chiarire. Draghi è troppo realista per illudersi che le riforme – o almeno alcune di esse – proposte dai suoi ministri possano davvero cambiare le cose, ribaltare, come servirebbe, le regole marce del gioco italico. Neanche la riformicchia Cartabia, che tagliuzza i tempi biblici dei procedimenti penali e tenta timidissimamente di raddrizzare la stortura dell’arbitrarietà dei criteri di esercizio dell’azione penale ma senza disturbare i veri manovratori, che restano autoriferiti e impuniti. Autoriferiti e impuniti: sono le due vere trincee del potere giudiziario in Italia.

Parliamoci chiaro. Draghi sta facendo le riforme possibili per strappare il consenso dell’Unione Europea, senza il quale i fondi del Pnrr non arriverebbero e che, insieme, possano essere approvati da quest’armata Brancaleone che oggi sono le Camere italiane, dall’affidabilità pari a quella di un pesce rosso ubriaco. Ecco perché, magistrati a parte – la loro suscettibilità è proverbiale! – le altre categorie “riformate” non hanno protestato: soprattutto, non hanno fatto un plissé i burocrati, che in realtà avrebbero dovuto vedersi ridimensionare i poteri – soprattutto d’interdizione – dai decreti di semplificazione, e invece evidentemente non si sentono lesi in alcuna prerogativa.

Ma allora, visto che i magistrati protestano, possiamo dedurre che la riformina Cartabia sia incisiva. Ma no, figuriamoci: gli fa il solletico. Sono loro, i magistrati, che non accettano la benché minima riduzione della loro monumentale autoreferenzialità. Nemmeno fatta per finta.

Però attenzione: non l’accettano nel processo penale e soprattutto nel ridimensionamento anche solo millimetrico della loro autoreferenzialità. Del civile se ne fregano: e dunque almeno lì, premier Draghi, incida di più. Il processo civile non porta in prima pagina, non regala né gloria né aureole di martirio, non individua nel mucchio togato il campione, l’invitto vendicatore, ma solo una specie di supernotaio che rettifica tetri contratti. Quindi che il governo la riformi pure (magari) questa giustizia civile. Ma giù le mani della procure penali, le vere padrone del vapore.

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