GIUSTIZIA/ Un patto Meloni-Schlein per tornare a Falcone, Moro e Pannella

- Gianluigi Da Rold

Martedì Meloni dovrebbe vedere l'opposizione. Molti i nodi sul tappeto: uno di questo è la giustizia. Chi sta frenando la riforma di Nordio e perché?

meloni nordio 2 lapresse1280 640x300 Giorgia Meloni e Carlo Nordio (LaPresse)

Dunque, martedì prossimo ore 12:30, il governo di Giorgia Meloni dovrebbe aprire consultazioni con l’opposizione per discutere un piano di riforme su diversi problemi. Il momento non è certamente uno dei migliori, ma i soldi europei del Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza) richiede delle riforme su cui l’Italia sembra sempre in ritardo oppure in grande affanno.

La nostra informazione si concentra soprattutto sul confronto tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la segretaria del maggior partito di opposizione, Elly Schlein. Sembra un incontro molto chic, non uno scontro politico! Qualcuno insinua che questo confronto possa non avere luogo. Ma è difficile immaginare uno scenario di questo tipo di fronte alle difficoltà del Paese. Meglio confrontarsi duramente piuttosto che “disertare”.

C’è da immaginare che la “scaletta” delle riforme e degli interventi da fare abbia delle priorità.

La curiosità ci spinge a porre una questione che magari i sondaggisti pongono in coda nelle loro domande settimanali. Ma il problema è all’ordine del giorno da troppi anni, più di mezzo  secolo, e in questi tempi sembra scomparso o comunque assomiglia a un fuoco che continua a bruciare in un inquietante sottofondo, mentre tanti fanno finta di nulla.

Il riferimento è alla riforma della giustizia che, secondo molti, sembra quasi essere posticipata, anche da un uomo come il Guardasigilli Carlo Nordio. Forse perché si temono non solo le divisioni tra i partiti, ma soprattutto le probabili dure repliche di una parte della magistratura, quella che è più politicizzata e che, negli ultimi trent’anni, ha provocato un radicale cambiamento di classe dirigente, con l’appoggio  di un gruppo di imprenditori (quasi tutti spariti all’estero) e dei giornali da loro posseduti, oltre alla svolta neoliberista del capitale finanziario che è stato accettata, con una raffica di privatizzazioni, gestite dalle grandi banche angloamericane, anche in un Paese occidentale come l’Italia, dove pure esisteva il maggior partito comunista-leninista dell’Occidente, collegato strettamente all’Unione Sovietica fino al momento della caduta, al punto che ha cambiato diversi nomi per farsi accettare dal nuovo elettorato italiano.

Dopo il noto caso Palamara, tanto per citare una denuncia clamorosa sull’ordinamento giudiziario italiano, per qualche tempo, si sono rispolverati i grandi casi: da quello di Enzo Tortora all’ “invasione giudiziaria” nella politica del 1992, alla questione delle “porte girevoli” e all’“ubriacatura giustizialista” che è stata provocata.

Tutto questo ha fatto crollare la credibilità della magistratura e favorito, al di là delle scelte della maggioranza, la nomina di Carlo Nordio al ministero della Giustizia, un ex pm che si è sempre distinto per sostenere il “giusto processo”, quello che viene sintetizzato nella parola “garantista” in opposizione alla visione inquisitoria e giustizialista che, in modo paradossale, ha unito spesso due concezioni opposte come quella dei fascisti e dei comunisti.

Mentre l’ultimo Pci sollevava la “questione morale” (la politica ridotta al lumicino), i fans di Achille Occhetto andavano a lanciare monetine contro “Craxi il corrotto” e intanto la stampa di sinistra trasformava gli avvisi di garanzia (un’informazione a chi era implicato in una indagine) praticamente in una condanna definitiva di colpevolezza. In questo modo, tra suicidi e gente che andava in galera e poi usciva innocente, ci si è  ritrovati in una cosiddetta seconda repubblica dei sogni, degli imbrogli e dei senza partito.

Nei primissimi mesi del governo Meloni, la giustizia sembrava uno dei problemi da affrontare subito e Nordio rispondeva con durezza alle prime critiche della magistratura.

Oggi ci sono articoli di magistrati che fanno le solite prediche “giustizialiste” sulla stampa del conformismo manettaro, un giornale che viene definito il “gazzettino delle procure”, mentre il governo sembra che abbia meno voglia di replicare. E un certo sipario è indubbiamente calato sulla riforma della giustizia che in Italia, tra l’altro, ha anche grandi tradizioni, per citare soltanto la riforma del giusto processo.

Se la riforma del diritto civile prospettata da Marta Cartabia ha  inserito interessanti innovazioni soprattutto sulla lunghezza dei tempi del processo civile, è la giurisprudenza penale che richiede un cambiamento di sistema, per fare dell’Italia uno Stato di diritto dove esiste la certezza del diritto, non una società che si barrica dietro a pressapochisti riferimenti come la “certezza della pena” e  non affronta due problemi fondamentali: la  separazione delle carriere tra il rappresentante dell’accusa e il giudice, tra la magistratura requirente e quella giudicante. In più ci sono confusioni sul criterio preciso per far scattare l’azione penale.

Dice l’articolo 111 della Costituzione: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”.

L’articolo 111 è stato integrato cinquant’anni dopo l’approvazione del “processo equo” dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali il 3 novembre 1950. Da noi è arrivato il 23 dicembre 1999. Il pareggio di bilancio fu introdotto a tempo di record nella nostra Costituzione dal governo del senatore Mario Monti, mentre il “giusto processo” ha dovuto aspettare 50 anni. Chissà perché?

In ogni caso il nuovo articolo 111 ha premiato una battaglia storica fatta ad esempio da un uomo come Marco Pannella, che nel 1993 combatteva l’opposizione alla riforma della giustizia dicendo: “Noi radicali perseguivamo decennio dopo decennio una sorta di utopica via giudiziaria al diritto, alla legge, alla democrazia, e la giurisdizione non la politica ci batteva”.

È proprio con la battaglia sul giusto processo che Pannella si batteva per la separazione delle carriere: il giudice è terzo e le parti in contraddittorio sono in condizione di parità. Non è strano che il partito dei pubblici ministeri faccia finta di non capire.

La forza della magistratura politicizzata si è opposta e si oppone anche a un’antica tradizione garantista italiana, come quella di Francesco Saverio Merlino, di Pietro Ellero e dei suoi discepoli Leonida Bissolati, Filippo Turati, Giacomo Matteotti, fino a Pietro Calamandrei (giustamente interpretato, non a casaccio) e Giuliano Vassalli.

Accanto a questi c’era il pensiero giuridico cattolico di Francesco Carnelutti, Giovanni Leone, Aldo Moro, insieme a democratici come Emanuele Gianturco e Uberto Scarpelli e pure comunisti riformisti come Umberto Terracini e Gerardo Chiaromonte. Tutto dimenticato dal partito dei pm, che poi si giustificano sempre con la difesa dell’autonomia (che non viene messa in discussione) e con l’emergenza, quella però che non finisce mai. Per convenienza.

L’ex magistrato e poi parlamentare Giuseppe Ayala, amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in un suo libro scriveva: “Entrambi condividevano non poche considerazioni sull’ipotesi di separazione delle carriere. Non discutevamo tanto dell’autonomia e indipendenza del pubblico ministero, ma dell’indubbia anomalia dell’unicità delle carriere, estranea, non a caso, a tutti gli ordinamenti dei Paesi occidentali”.

Forse alcuni magistrati dovrebbero ricordare bene la posizione di Falcone e non raccontare strane fandonie. Quindi rileggersi anche il libro di Ayala, che era amico e lavorava con Falcone e Borsellino.

E forse sarebbe ormai il caso di distinguersi dalla posizione di Dino Grandi, ministro di Mussolini che, al proposito, specificava che la separazione delle carriere era sbagliata “in quanto superata la distinzione, fondamentalmente erronea, tra i poteri dello Stato e subentrata la concezione di una differenziazione di funzioni, non sarebbe più concepibile in uno Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente, partecipe della funzione esecutiva, e magistratura giudicante”.

Insomma, per Grandi lo Stato moderno era l’ordinamento fascista con le sue funzioni e competenze. Alla faccia! Ci si chiede se questa distinzione, per lungo tempo ereditata con il codice Rocco, i difensori dell’unicità delle carriere la conoscano… Probabilmente su un fatto come questo si misurerebbe anche il tasso di fascismo e antifascismo nel governo e nell’opposizione.

Non ci dovrebbe essere quindi molto tempo da aspettare, sia per onorare gli impegni europei, sia per non continuare ad assistere ai travisamenti e ai casi giuridici di questi anni.

Guardiamo l’ultimo: si parlava da trent’anni di una trattativa tra Stato e mafia. Dopo una sentenza di condanna in primo grado per tre ufficiali dei carabinieri e Marcello Dell’Utri, si è arrivati alla sentenza della sesta sezione penale della Cassazione che stabilisce che il fatto non sussiste e tutti sono stati assolti. Ma chi ripaga questa “Caporetto” o meglio questo “Titanic” lungo trent’anni compiuto da plotoni di pubblici ministeri e sbandierato come un successo da giornali deferenti verso i pm?

Forse sarebbe indispensabile che la riforma della giustizia venisse approvata al più presto.

Nel frattempo si è scoperto  un altro caso storico. Nel libro di Enzo Carra “L’ultima repubblica”, uscito in questi giorni, c’è una prefazione colloquio tra Carra (morto lo scorso 2 febbraio) e Gherardo Colombo, ex pm del pool di “Mani pulite”. A pagina 13, Colombo dice: “Eppure non una persona sarebbe andata in carcere se, come suggerito nel luglio del 1992, ben prima (data la rapidità dell’evolversi degli eventi) della nomina di Martinazzoli, la politica avesse scelto di seguire la strada dello scambio con ricostruzione di fatti ed estromissione dal processo. Chi avesse raccontato, restituito e temporaneamente abdicato alla vita politica non avrebbe più avuto a che fare con la giustizia penale”.

Ma allora, chi fa scattare l’azione penale? La legge, come stabilisce l’articolo 111 della Costituzione, o il pm a sua discrezione, magari dopo una trattativa?

Enzo Carra fu messo sul banco degli imputati con le manette o gli “schiavettoni” come si dice oggi. Fece pure la galera dopo un interrogatorio, durato cinque ore, con Antonio Di Pietro. Non sembra che Colombo, adesso, condivida quella carcerazione. Ma tutto è finito e Carra è pure morto.

Concludendo. Sarebbe il caso che questa riforma della giustizia venisse fatta il più presto possibile, per difendere una conquista dell’umanità, cioè quello che dicevamo all’inizio: la certezza del diritto. Conviene a maggioranza e opposizione di questa cosiddetta seconda repubblica, che assomiglia sempre di più al prodotto di un golpe mediatico giudiziario riuscito pure male.

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