GOLPE IN MYANMAR/ Gli errori dell’Occidente che hanno consegnato il Paese alla Cina

- Giuseppe Gagliano

Gli interessi cinesi sul Myanmar erano già in atto ben prima del recente colpo di Stato. Le aperture erano state favorite anche da Aung San Suu Kyi

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Proteste in Myanmar (LaPresse)

La Cina ha assunto una posizione neutrale sul golpe in Myanmar rifiutando qualsiasi giudizio politico o morale su di esso. Infatti la Cina è stata l’attore esterno più significativo nei principali eventi politici ed economici del Myanmar degli ultimi anni, a cominciare dagli investimento economici.

Negli ultimi cinque anni, le relazioni con il governo della Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi sono state fruttuose e ciò ha portato Pechino a riguadagnare l’influenza danneggiata durante il precedente governo Thein Sein e a consolidare il suo soft power.

Per Pechino, il Myanmar rappresenta un collegamento chiave nella sua Belt and Road Initiative offrendo non solo l’accesso tanto desiderato all’Oceano Indiano, ma anche un collegamento sia con il sud che con il sud-est asiatico. I principali progetti della Cina nel paese, come oleodotti e gasdotti e il porto di acque profonde di Kyaukpyu, sono tutti finalizzati a conseguire questo scopo. Indipendentemente dal fatto che al potere siano i militari o l’Nld, la priorità del Myanmar è stata quella di incorporare gli sforzi strategici della Cina nella propria agenda di sviluppo nazionale. Quando si tratta delle diverse forze politiche che esistono in Myanmar, la Cina ha imparato a mantenere i legami con tutte le parti. È quindi improbabile che questa strategia di diversificazione cambi indipendentemente da chi è al governo a Naypyidaw.

In relazione alle fake news relative al fatto che la visita del ministro degli Esteri cinese Wang Yi a metà gennaio fosse finalizzata a sostenere il colpo di Stato, esse appaiono inverosimili: se infatti la Cina avesse voluto sostenere un colpo di Stato, certamente non avrebbe condotto una visita di così alto profilo.

Contrariamente alla postura cinese articolata e sottile, gli Usa di Biden hanno denunciato il colpo di Stato nei termini più forti possibili e hanno criticato i nuovi leader militari per aver respinto la volontà elettorale del popolo. Non sorprende che un portavoce del Dipartimento di Stato americano abbia detto che non sarebbe da escludere la possibilità di porre in essere “alcune restrizioni” sul governo del Myanmar.

Tuttavia dobbiamo osservare che l’attuale rilevante influenza della Cina dipende anche dal fatto che l’Occidente ha voltato le spalle al governo del Myanmar dopo la crisi dei rifugiati Rohingya nel 2016-2017; quanto a Suu Kyi, avendo bisogno di assistenza e investimenti stranieri per mantenere le sue promesse elettorali di progresso economico, non ha avuto altra scelta che rivolgersi a Pechino.

Inoltre il vuoto di potere dell’Occidente – come nel recente conflitto del Caucaso – sta consentendo alla Russia di ritagliarsi una certa sfera di influenza.

Non più tardi di gennaio, il ministro della Difesa russo Sergey Shoigu ha visitato infatti il Myanmar per firmare un accordo per la fornitura di sistemi missilistici e di cannoni antiaerei di fabbricazione russa Pantsir-S1, droni di sorveglianza Orlan-10e e radar. In precedenza, il Myanmar aveva acquistato caccia a reazione Mig-29 di fabbricazione russa, nonché elicotteri, sistemi missilistici di difesa aerea, radar e artiglieria.

Inoltre sia la Russia che la Cina hanno costantemente bloccato i tentativi di sollevare qualsiasi questione relativa al Myanmar, comprese le violazioni dei diritti umani, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove entrambe hanno potere di veto su tali proposte. La Cina per esempio ha bloccato una dichiarazione redatta dagli inglesi che condanna il colpo di Stato in Myanmar, primo chiaro segnale che Pechino cercherà di salvaguardare i suoi interessi rilevanti nei confronti della giunta militare. Proprio per questo non deve destare alcuna sorpresa il fatto che Min Aung Hlaing abbia nominato come ministro degli Esteri Wunna Maung Lwin, che è stato fra i primi politici birmani a garantire che i “corridoi economici” cinesi sarebbero stati costruiti attraverso il Myanmar, oltre ad aver elogiato il ruolo della Cina nella “mediazione” nelle guerre tra il Tatmadaw e le varie organizzazioni armate etniche del paese, una dichiarazione, questa, ispirata ad una spregiudicata realpolitik se si pensa al ruolo della Cina nell’armare i gruppi etnici alla scopo di “destabilizzare- stabilizzando” il Myanmar.

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