GOVERNO D’EMERGENZA/ Sapelli: subito un patto per far cadere Conte e salvare il Paese

- Giulio Sapelli

Il Governo non è riuscito a rassicurare la popolazione e a gestire l’emergenza. Occorre ora una svolta con la nascita di un esecutivo istituzionale di emergenza

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Mary Douglas, in quel suo articolo straordinario Emotion and culture in Theories of Justice del 1989, scriveva che le culture attive epidemiologicamente nella società potevano dar vita a comunità composte, da un lato, da individualisti che credevano nella gerarchia e professavano l’ordine sociale e, dall’altro, da persone isolate e ribelli che lottavano invece per la distruzione sociale. Queste comunità di persone giungevano a intersecarsi ma mai ad amalgamarsi e certamente nessuna comunità composta da isolati e ribelli sarebbe mai giunta ad assolvere a funzioni di governo nelle società industriali o post–industriali che dir si voglia.

È proprio ciò che, invece, è successo in Italia nell’ultimo ventennio con la disgregazione dei partiti interclassisti di massa e l’emergere dei partiti pluripersonalistici con caciqui a geometrie variabili e a fortissime influenze esterne. Il quadro dei trattati interstatali europei in un continente senza Costituzione dominato dal potere dei giudici incornicia il tutto in un quadro terribilmente olistico.

È quello che è successo con l’incrocio tra trattato o accordo che dir si voglia italo–francese di giovedì, in cui la Francia e l’Italia dichiarano di avere interessi comuni mentre si combattono in Libia senza riguardo alcuno dal 2011 e il Governo Conte 2 invoca misure di emergenza per un’epidemia che scaturisce indubitabilmente da un suo alleato di fatto, come dimostra il memorandum firmato con quello Stato: la Cina di Xi Jinping.

Non c’è situazione culturalmente più pericolosa per ingenerare sensi di esclusione, di vergogna, di colpa – ci insegna sempre la Douglas nei suoi libri meravigliosi per intelligenza e prospettiva umanistica – che un’epidemia per scatenare comportamenti collettivi olisticamente irriflessivi. Tanto più in un contesto ormai totalizzante di universi immaginari creati dai vari social media, che hanno assunto via via sempre in questo ultimo fatale ventennio un potere condizionante i comportamenti sociali prima inimmaginabile.

Così questo sentimento collettivo di angosciosa tellurica minaccia può divenire un formidabile plusvalore politico dei governi dominati da un lato dagli isolati ribelli, dall’altro – in un amalgama impazzito – dagli individualisti (liberisti e ordoliberisti anch’essi al potere) e dall’altro – ancora! – dal minaccioso ordine divenuto potere dei magistrati che sono invocati dai popoli di esclusi–ribelli e dagli individuasti gerarchici insieme, giungendo in tal modo a minacciare la decisione politica come ordinamento giuridico con il potere di fatto: di qui l’ordinamento di fatto che oggi vige in Italia, in spregio alla nostra Costituzione repubblicana.

Le classi politiche sono paralizzate nella decisone politica meditata e per questo ricorrono alla ginnastica agitatoria e minacciosa fondata sulla diffusione della paura. E non possono far altro che prosperare in tal modo e individuare nella diffusione del panico e nella mitica purezza minacciata la risorsa più forte per la loro continuità di circolazione, ossia la loro permanenza al potere.

Le conseguenze economiche sono e saranno ancor più in futuro gravissime per la nostra economia e per la nostra stessa civilizzazione. Circa metà del prodotto interno lordo italiano scaturisce dal Veneto e dal Friuli–Venezia Giulia e dall’Emilia–Romagna con una Lombardia che da sola fa il 60% circa della produzione agricola, per non parlare del contributo che dà alla manifattura.

Ebbene la Lombardia è stata colpita da un procedimento di segregazione di comunità industriali e agricole che potevano esser salvaguardate seguendo le politiche indicate dai medici e dagli scienziati italiani, che si sono disvelati per quel che sono, ovvero tra i migliori al mondo oltre che tra i più vituperati mal pagati e mal difesi al mondo, e nonostante ciò difendono l’onore della professione e del loro ruolo di funzionari dello Stato con ammirevole fermezza.

Tutto ciò mentre un Governo non eletto dal popolo e creato dalle geometrie variabili prima evocate vacilla, si divide, non trova la giusta via per rassicurare la nazione e per difenderne gli interessi in un agone internazionale sempre più incerto e che si aggraverà a causa dei conflitti che seguiranno il diffondersi del coronavirus nelle nazioni che più tardi dell’Italia hanno proceduto ai controlli e alle segregazioni prudenziali.

Basti pensare a come si è posto il potere pubblico tedesco, che pure è il partner commerciale più forte nei confronti della Cina o il Giappone e il Regno Unito, che solo in questi giorni annunciano misure di protezione con la chiusura delle scuole e altre pratiche di cautela della salute pubblica. In questo contesto ciò che resta dei moderati toscani alza la testa e io mi vedo risorgere dinanzi il barone Bettino Ricasoli, ne rammemoro i tratti politici distintivi e leggo in essi un formidabile strumento per interpretare ciò che oggi sta accadendo o meglio potrebbe accadere se quel costrutto politico che riprende l’anima del Ricasoli in due distinti corpi (il Salvini e il Renzi) avesse mai da dar un frutto.

Ricasoli era un esponente del cattolicesimo liberale e inguaribilmente amante della gerarchia: cercò di indurre il granduca di Toscana, Leopoldo II, a concedere le riforme, ma essendo impossibile quel disegno, dopo l’Armistizio di Villafranca del 1859 assunse il potere a Firenze e realizzò l’annessione della Toscana al Piemonte. Presidente del Consiglio del nuovo Regno d’Italia dal 1861 al ’62 e dal 1866 al ’67, affrontò il brigantaggio e, riguardo alla questione romana, sostenne la pacificazione con il papato. Ma per raggiungere questo scopo, si pensi un poco a quante somiglianze con l’oggi, riprese le trattative con la Francia, proponendo al governo di Parigi di farsi mediatore di una conciliazione tra l’Italia e il papato, superando l’ostilità di Re Vittorio Emanuele che da buon massone inglese rifiutava all’inizio ogni mediazione.

Doveva ancora giungere la caduta nella polvere di Luigi Bonaparte con la cui sconfitta politica si sarebbe risolta la questione romana, ma non certamente quella nazionale italiana, continuamente sotto scacco, ieri come oggi. A riprova della sua non risoluzione depone la visita di giovedì del presidente della Repubblica a un capo straniero in visita in Italia, il presidente francese, il quale s’era recato a Napoli in occasione dei colloqui franco–italiani. Ragion di Stato e di buona diplomazia imporre al Macron una visita e non viceversa.

In questo contesto si potrebbe dare una svolta alla crisi da coronavirus – la prima e speriamo l’ultima – con la creazione di un Governo di salvezza nazionale o di emergenza, e lo dice una persona che aborre i governi tecnici di cui si è abusato in Italia. Un Governo siffatto, questa volta sì ci vorrebbe! Un Governo che svolga il referendum sulla riduzione (ahimè) dei parlamentari, ridisegni i collegi elettorali e prepari nuove elezioni con una nuova legge elettorale senza esser messi sotto scacco, i nuovi ministri e il presidente del Consiglio, dalla valanga di nomine pubbliche che s’addensa.

Può essere possibile? In ogni caso sarebbe l’unica soluzione decente, trovate le persone giuste, per non essere sommersi dagli esclusi–ribelli divenuti governanti con un Tevere sempre più stretto.

Ma forse è solo fantasia, forse… ma senza paura alcuna.

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