GOVERNO vs STELLANTIS/ La mancata “verifica” su Exor e il treno dell’auto perso dall’Italia

- Paolo Annoni

Un ingresso dello Stato italiano in Stellantis non basterebbe da solo a portare più attenzione sugli stabilimenti del nostro Paese.

Urso Italia Ansa1280 640x300 Adolfo Urso (Ansa)

Gli impianti italiani “ex Fiat” non sembrano essere al centro delle priorità del gruppo Stellantis che ne ha raccolto la proprietà dopo la fusione tra FCA, a sua volta nata dalle nozze tra Fiat e Chrysler, e PSA. A una richiesta di commento sugli attacchi del Premier italiano Giorgia Meloni, l’ad del gruppo auto, Tavares, ha dichiarato: “È un capro espiatorio per evitare di prendersi la responsabilità del fatto che se non dai sussidi per comprare auto elettriche, allora stai mettendo a rischio gli impianti italiani”. Tutto è nato, come riporta tra gli altri anche Bloomberg, dal fatto che Stellantis avrebbe mandato ai propri fornitori italiani documenti in cui si evidenziano le opportunità di investimento in Marocco. Il Paese nordafricano è al centro dell’attenzione delle società europee che cercano di abbassare i costi delle auto elettriche.

La vicenda non lascia molto spazio alle interpretazioni. Gli impianti produttivi italiani erano in difficoltà prima della crisi energetica del 2022; oggi i prezzi dell’elettricità sono doppi e in più i costruttori europei sono impegnati a contenere ogni costo possibile pur di non farsi schiacciare dalla competizione cinese sui veicoli elettrici: in questa situazione gli impianti italiani sono appesi a un filo. Il filo di un azionista “amico” non sembra ci sia più da quando Exor ha deciso di fondere FCA con Peugeot in cambio di soldi e azioni. Per difendere il settore al Governo italiano non resta che spingere sull’acceleratore degli incentivi alle macchine elettriche; questo è lo scambio che le parole di Tavares sembrano suggerire.

Negli ultimi giorni il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Urso, ha ventilato la possibilità che il Governo italiano possa comprare una quota di Stellantis tra i cui azionisti compare, con una quota del 6%, lo Stato francese tramite BPI France. Anche il Segretario generale della Cgil Landini si è detto favorevole. Il 6% di Stellantis, ipotizzando che il Governo italiano voglia pareggiare la quota francese, vale, ai prezzi di ieri, circa 4 miliardi di euro che sarebbe lo stesso valore che lo Stato italiano si appresta a incassare, per far fronte ai target di deficit europei, dalla somma della cessione del 4% di Eni e del 13% di Poste. Evidentemente per far tornare i conti con l’Europa bisognerebbe, come minimo, cedere altre quote di aziende strategiche. Questo però non è il tema principale.

Si suppone che l’entrata nell’azionariato di Stellantis serva a spostare le scelte industriali del gruppo. Il Governo francese presidia con una quota del 6% un gruppo che è guidato dallo stesso ad che c’era in Peugeot e nel cui azionariato compare con una quota del 7% la famiglia Peugeot e con una quota del 6% l’assicurazione francese Groupama. La partecipazione di Exor, 14%, evidentemente non è sufficiente per garantire gli stabilimenti italiani, sempre ammesso che sia questa la sua priorità. Il Governo italiano dovrebbe come minimo verificare, prima di comprare anche solo un’azione, se Exor sia della partita nella battaglia per gli stabilimenti italiani. Poi ci sarebbe il mercato. Se già è complicato fare spazio alle esigenze di un sistema Paese, la Francia, possiamo immaginare quale sia la reazione se se ne aggiunge un secondo. Tutti questi calcoli vengono fatti nell’ipotesi che l’entrata del Governo italiano non susciti reazioni; sia dal mercato che dalla Francia. Nessuno può escludere che l’azionariato di Stellantis cambi, in senso sfavorevole all’Italia, dopo un’eventuale entrata dello Stato italiano con il 6%.

Il treno del settore auto in Italia è partito, tra applausi scroscianti e grandi equivoci sull’italianità, molti anni fa. Oggi risalirci è molto complicato e bisogna mettere sul piatto tanti soldi. La regola di questi anni sono gli enormi incentivi che i Governi offrono per trattenere gli impianti o per convincere i gruppi industriali a costruirne di nuovi. Queste sono le regole del gioco se non ci sono azionariati amici. L’altra questione è la competitività dell’Italia in termini energetici, burocratici e fiscali; ultimamente si è aggiunta, alle sfide, anche la capacità italiana di controllare le sue catene di fornitura. Nel breve periodo, giocando sul tavolo delle azioni, è più facile che la Francia venda la torre Eiffel a qualche ex colonia che Stellantis diventi italiana.

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