GUERRA IN LIBIA/ “Italia, ora un patto con l’Egitto per fermare Erdogan”

- int. Marco Bertolini

Le nuove aperture verso una soluzione mediata e diplomatica sono favorite dal successo militare di Ankara. L’Italia torni a parlare con l’Egitto

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Il presidente egiziano Al Sisi (LaPresse)

La riconquista del vecchio aeroporto internazionale di Tripoli, chiuso dal 2014 e poi occupato lo scorso anno dalle forze di Haftar, segna la vittoria probabilmente più importante di Serraj e un cambiamento inaspettato nel quadro libico. Si riapre infatti un percorso diplomatico che sembrava irrecuperabile: il premier Conte ha parlato con al Serraj e Haftar, ribadendo che non c’è soluzione se non quella diplomatica sotto la guida delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo si è aperta una fitta serie di contatti tra Stati Uniti, Russia, Francia, Egitto ed Emirati Arabi. Resta fuori la Turchia, che però, spiega il generale Marco Bertolini, già comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Brigata Folgore su molti fronti internazionali, dall’Afghanistan al Libano e ai Balcani, “come succede sempre, è stato grazie al loro uso delle armi che si sta tornando a una dimensione diplomatica”.

Tripoli ha riconquistato l’aeroporto internazionale, ottenendo un’altra vittoria militare fondamentale. Nello stesso tempo giungono segnali di ripresa della diplomazia. È merito dei successi militari sul terreno?

Evidentemente la situazione sul campo sta cambiando in modo importante, se ripensiamo ai successi di Haftar e al suo arrivo alle porte di Tripoli. Appare chiaro che queste aperture verso una soluzione mediata e diplomatica sono favorite dal successo militare di Ankara.

Quindi Haftar è in rotta?

Si è sempre portati a pensare che il dialogo abbia il sopravvento, ma il dialogo è stato indotto dall’intervento armato turco, che ha reso possibile questa nuova situazione nella quale Haftar si sente forse un po’ abbandonato dai suoi sponsor. Le armi hanno portato a questo punto, in cui la diplomazia torna ad avere spazio.

Cosa succederà in una Libia in cui Haftar esce sconfitto?

Il fatto che Serraj abbia riconquistato l’aeroporto principale è un altro grosso successo. Resta il fatto che Haftar è ancora presente in larga parte del paese, bisognerà scendere a patti con lui, perché continua ad avere spazi di manovra per inseguire i suoi obiettivi. È chiaro che per far questo deve contare sui suoi alleati, Francia compresa. Se anche Parigi dovesse abbandonarlo, la situazione si farà più delicata, ma su questo dobbiamo aspettare ancora. E soprattutto dobbiamo capire cosa vorrà fare la Russia, a meno che non ottenga qualcosa che Serraj non può dare.

Resta intanto ancora aperta la questione di Cipro, attorno a cui la Turchia e Serraj hanno ridisegnato in modo arbitrario i confini marittimi: Exxon, Mobil e soprattutto Eni, che erano le compagnie autorizzate a esplorare l’area, sono state estromesse. L’Italia reagirà?

Questa situazione è la prova che non esiste diritto se non c’è la forza che lo fa prevalere. L’unico paese in grado di usare la forza è la Turchia, ha operato questa suddivisione del Mediterraneo con Serraj, una sorta di atto quasi piratesco. La Turchia aveva già impedito all’Italia le trivellazioni nel giacimento scoperto da Eni, anche in quel caso è stata una prevaricazione subita in modo passivo. Se non si prendono posizioni forti contro la Turchia e se non si mettono dei paletti, siamo tagliati fuori, anche a causa di un nostro comportamento schizofrenico.

Cosa intende?

È vero che Erdogan sta rinforzando Tripoli, ma lo fa con jihadisti portati dalla Siria. Con l’Egitto, poi, abbiamo rapporti importanti, tanto che Il Cairo concede all’Eni di fare i nostri interessi nazionali, però c’è qualcuno in Italia che questo rapporto con l’Egitto non lo gradisce. Qualcuno che tira fuori sempre il caso Regeni. Questo è un comportamento suicida: l’Egitto è un interlocutore fondamentale contro il terrorismo e per il controllo del Mediterraneo, soprattutto adesso che con la Libia non lo abbiamo più.

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