“Ho finto conversione Islam per salvarmi”/ Edith Blais, rapita in Mali col fidanzato

- Alessandro Nidi

La giovane, di origini canadesi, racconta come in realtà quella conversione dentro di lei non sia mai avvenuta e ripercorre i momenti più delicati del sequestro

Luca Tacchetto
Luca Tacchetto (Facebook)

Edith Blais, fidanzata di Luca Tacchetto, con il quale è stata sequestrata per quindici mesi in Mali, in Africa, ha rivelato nel suo libro autobiografico “Le sablier”, in uscita in Francia fra pochi giorni, le difficoltà vissute durante il rapimento nel “continente nero”. La ragazza, di origini canadese, rivela che i suoi rapitori “potevano avere dai 13 ai 15 anni, militari in miniatura con in mano grandi kalashnikov” e lei e Luca, in qualità di ostaggi, passavano di mano da una banda all’altra, sino a quando, il 4 marzo del 2019, 79 giorni dopo il rapimento, furono separati. I nuovi sequestratori costrinsero alla conversione all’Islam, che lei finse di accettare: “Mi sono lavata e ho indossato il hijab, dovevo sopravvivere e la conversione era il male minore. Oggi non ho conservato nulla di questa religione”. Una conversione finta, dunque, in realtà mai avvenuta dentro il cuore di questa giovane donna, che ha individuato in quella richiesta dei suoi rapitori l’unica via di salvezza.

EDITH BLAIS E LUCA TACCHETTO: “NON SAPEVAMO DELLA PANDEMIA”

Edith Blais ha ancora raccontato – e le sue parole in Italia sono state riprese da Tgcom24 – che il loro rapimento è avvenuto in Africa centrale. “Ci aspettavano sei uomini in turbante, armati di kalashnikov. Quattro di loro si gettarono su Luca, puntandogli contro le pistole come pazzi”. Poi il dramma del sequestro, i giorni che sembravano non passare mai e le aspettative di recuperare la libertà che si assottigliavano, a maggior ragione dopo la separazione forzata dei due innamorati. Poi, incredibilmente, Luca ed Edith si riuniscono undici mesi più tardi e grazie all’astuzia del giovane tentano e trovano la fuga. Riescono con un passaggio di fortuna a raggiungere un edificio governativo e vengono trasferiti in aereo fino a Bamako, capitale maliana. Ad attenderli c’è un delegato Onu: “Avrei voluto stringergli la mano – afferma Edith –, ma, invece, mi ha offerto il suo gomito. L’ambasciatore ha capito che non sapevamo nulla e, quindi, ci ha spiegato che eravamo nel bel mezzo di una pandemia. Lì, per la prima volta, ho sentito parlare del Coronavirus”.

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