I CONTI DELL’ITALIA/ Ecco la scienza che può aiutarci a ridurre il debito pubblico

- Carlo Pelanda

Diversi Paesi, tra cui l'Italia, hanno bisogno di ridurre il debito pubblico con operazioni straordinarie per non frenare la crescita

Palazzo Chigi Ansa1280 640x300.jpeg Palazzo Chigi (Ansa)

Questo articolo, che sollecita una scienza della dedebitazione macro-micro e conseguente ingegneria finanziaria agli economisti italiani, propone la seguente missione: fornire ai Governi un sistema innovativo per operazioni “patrimonio pubblico contro debito”. A cominciare dal caso italiano per poi eventualmente estendere la formula ad altre democrazie.

Perché gli economisti sono destinatari di questa sollecitazione prima dei governanti? Perché prevale tra i primi l’idea, ovvia, che per ridurre un debito bisogna indurre più crescita. Ma se l’entità del debito pubblico e del costo del suo servizio limita la crescita, riducendo lo spazio fiscale per stimolazioni via detassazione e investimenti? Appare evidente la necessità di ridurre via operazioni straordinarie un’aliquota del debito per rendere non ostacolo alla crescita il costo del debito stesso.

Tra il 1999 e il 2005, nell’ambito di un programma di ricerca comune con il Prof. Paolo Savona sull’architettura istituzionale ottimale per produrre fiducia economica, chi scrive volle analizzare la letteratura sui limiti di indebitamento in situazioni non belliche. La sorpresa fu che c’era poca ricerca che definisse un limite tecnico all’indebitamento. Forse uno dei motivi fu che l’attenzione prevalente era data alla minimizzazione del costo del debito stesso più che al suo tetto. Le pur più numerose analisi successive non risolsero il gap di conoscenza sui limiti funzionali del debito e lasciarono ambigua la differenza tra debito come investimento produttivo e dissipazione monetaria nonché sui metodi di dedebitazione non recessiva. Quindi, c’è un gap di ricerca tecnica da colmare, urgente per la tendenza mondiale delle democrazie a far crescere il debito pubblico e più urgente per il caso italiano.

Da circa 20 anni chi scrive propone un Fib (Fondo italiano di bilanciamento) a cui lo Stato conferisce il patrimonio pubblico disponibile (vendibile) composto da immobili, concessioni e partecipazioni con lo scopo di valorizzarlo e gradualmente dismetterlo per fini di dedebitazione parziale. Il volume è 650-800 miliardi. La sua parte più flessibile è sui 300-450. Banca Intesa valuta in 500 miliardi il patrimonio immobiliare finanziarizzabile, ma è più prudente una stima minore.

Incautamente il patrimonio immobiliare è stato conferito a Regioni e Comuni in gran parte, ma può essere riorganizzato da un fondo multicomparto. Pertanto l’ipotesi macro qui suggerita è di valorizzare e dismettere patrimonio pubblico via Fib per 300 miliardi in 10 anni e poi altri 100 nel quinquennio successivo, a partire dal 2025. La missione è convincere il mercato dell’avvio di una dedebitazione che porterà il debito italiano parecchio sotto il 100% del Pil in 15 anni a partire dal quasi 140% di oggi.

Un Governo che vorrà farlo – quello in carica ha iniziato con la parte più flessibile di vendita di partecipazioni per 20 miliardi – avrà bisogno di molta conoscenza e ingegneria micro innovativa per riuscirci.

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