I NODI DELLA RIPRESA/ L’agenda d’autunno ci ricorda che non è il momento di far festa

- Ugo Bertone

La ripresa c’è, ma il difficile viene adesso. Tocca a Draghi mobilitare verso l’obiettivo tutte le risorse. Evitando scontri ideologici sui temi caldi

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(LaPresse)

“L’economia continua a crescere”, ma non bisogna compiacersi delle cifre di crescita dell’economia, perché il nostro Pil è caduto come non si vedeva da decenni. E’ un rimbalzo, chi è caduto di più rimbalza di più”. Così Mario Draghi ha voluto raffreddare gli entusiasmi (prematuri) per il rilancio dell’economia, favorito dal raffronto con i numeri drammatici di un anno fa.

Il difficile viene adesso, quando il confronto andrà fatto con il terzo trimestre del 2020, cioè l’inizio della risalita dal lockdown. Il problema non è solo statistico.  Nel secondo trimestre, l’incremento delle ore lavorate è stato del 3,9%, più della variazione del Pil (+2,7% nel trimestre). Ovvero non si registra un rimbalzo di produttività, semmai l’opposto. Stesso riscontro su base annua: negli ultimi 12 mesi il Pil reale è salito a +17,3%, ma il numero di ore lavorate è cresciuto del 20,8%.

Anche la qualità del rimbalzo non suggerisce voli pindarici. Come ha sottolineato Mario Seminerio, del +2,7% del trimestre, “ben il 2,6% proviene dai consumi delle famiglie, mentre quelli della pubblica amministrazione sottraggono lo 0,2%. Gli investimenti fissi lordi aggiungono lo 0,5% e l’export netto lo 0,3%. La variazione delle scorte, che è la variabile residuale che quadra i conti, sottrae lo 0,8%. Potreste anche leggerlo, con cautela, nel senso che le aziende hanno fatto pulizia nel magazzino. La lettura positiva è che la ricostituzione delle scorte deve ancora avvenire, e questo supporterà la crescita futura”. Ovvero, il rally è dovuto quasi per intero alla ripresa, prevedibile, della spesa per consumi delle famiglie, in parallelo con le riaperture dell’economia.

Insomma, non è il caso di far festa, anche perché il difficile viene adesso. La frenata della Cina, in parte legata alle difficoltà della logistica e all’aumento delle materie prime, pesa in maniera rilevante anche sull’export di casa nostra. I vari “colli di bottiglia” che costringono Stellantis a tagliare la produzione un po’ ovunque per la scarsità di chips è solo la punta dell’iceberg di un problema diffuso: dall’edilizia alla meccanica il mancato arrivo di componenti sta diventando un problema serio.

Il quadro europeo, poi, suscita qualche apprensione. L’aumento dell’inflazione, probabilmente superiore alle previsioni di Francoforte, potrebbe avere qualche riflesso sugli acquisti di titoli da parte della Bce.

Ma, come scrive Alessandro Fugnoli, “Ripristinare il rigore fiscale e monetario a pandemia ancora in corso e con un’inflazione europea che è solo inflazione da petrolio, da Iva tedesca e da inflazione salariale solo tedesca è come fare digiunare tutta la famiglia, inclusi i figli debolucci, perché il papà è ingrassato di qualche etto”. Insomma, le uscite dei fautori dell’austerità teutonica vanno tenute nella debita considerazione, ma al momento non dovrebbero fare troppi danni. Maggiore attenzione meritano le prossime elezioni d’oltre Reno, in cui si capirà quale piega prenderà l’Europa dopo la fine del lungo regno di frau Merkel.

Facile prevedere che prima della formazione del nuovo governo tedesco, operazione che potrebbe occupare mesi, non ci saranno svolte significative. E subito dopo toccherà alle elezioni francesi, che si terranno in aprile e che si prospettano molto aperte. Fino ad allora la politica italiana dovrà convivere con le scelte espansive di Macron, che proprio in questi giorni lancia una sorta di piano Marshall per conquistare Marsiglia (e convincere i moderati del Midi ad abbandonare una volta per tutte madame Le Pen) e quelle della nuova maggioranza tedesca che, qualunque essa sia, non potrà non tener conto dell’allergia dell’elettorato per i debiti (l’80% dei tedeschi non vuole abbandonare la politica del debito pubblico zero).

In questa cornice l’ennesima quadratura del cerchio cui sarà chiamato Mario Draghi deve prevedere:

1) accelerare o comunque mantenere la velocità di crescita dell’economia, almeno per azzerare il ritardo del Pil rispetto al 2019 o, addirittura al 2007-2008, perché l’Italia è l’unica grande economia ancora sotto i livelli pre-Lehman Brothers;

2) mobilitare verso l’obiettivo non solo i mezzi del piano Next Generation Eu, ma anche altre risorse, vuoi dall’estero (vedi, ad esempio, investimenti di Intel nei chips) vuoi, soprattutto, dall’interno. Di qui nessun vincolo sull’eventuale uscita delle multinazionali, buono più per avere titoli sui giornali che per affrontare le situazioni. Semmai, sono urgenti leggi che favoriscano l’aggregazione di imprese, anche attraverso incentivi alla quotazione;

3) la tenuta del governo è condizione necessaria (ma non sufficiente) per sostenere la ripresa, in coerenza con gli impegni europei. Di qui la necessità di evitare scontri ideologici su temi che pure possono non piacere, sia sul fronte delle pensioni che del reddito di cittadinanza. Sarà fondamentale riformare nel tempo e con meno strappi possibile, senza umiliare i Cinquestelle (il principio del reddito di cittadinanza è comunque valido) o imporre cambiamenti radicali e improvvisi al tema delle pensioni. Lo “scalone” della riforma Fornero, ha ricordato Roberto Giavazzi, è stato probabilmente la causa della fine dell’esperienza di Mario Monti con tutti i guai che ne sono seguiti: sovranisti, populisti e no vax si combattono senza offrire pretesti per slogan facili e truffaldini.

Così, forse solo così, si potrà vincere la vera sfida d’autunno: “riuscire – come ha detto Draghi – a mantenere il tasso di crescita considerevolmente più elevato di quanto fosse prima della pandemia, dimostrando la capacità dell’economia italiana di diventare strutturalmente più solida”.

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