I NUMERI DEL LAVORO/ Gli investimenti su università e formazione non più rinviabili

- Giampaolo Montaletti

L'ultima indagine Excelsior di Unioncamere-Anpal evidenzia la necessità di investimenti in università e formazione tecnica nel nostro Paese

Test università Università (LaPresse)

Continua a crescere la domanda di lavoratori da parte delle imprese per il trimestre dicembre 2023-febbraio 2024. Lo rileva l’indagine Excelsior di Unioncamere-Anpal che prevede un +6,9% nel trimestre rispetto a un anno fa, circa 84 mila assunzioni in più, fino a raggiungere la cifra di 1,3 milioni di assunzioni per tutto il trimestre.

Per il solo mese di dicembre 2023 la previsione è di 352 mila assunzioni, con circa 92 mila lavoratori ricercati dall’industria e 259 mila dal settore dei servizi. Naturalmente per i servizi hanno un grande peso le attività collegate alle feste natalizie, con un’alta domanda nel commercio e turismo.

Come sempre, quando si alza la domanda di assunzione si alzano anche i valori di mismatch, vale a dire che si innalza la difficoltà a trovare personale con le caratteristiche richieste, nonostante il milione e 945 mila disoccupati rilevati da Istat nel terzo trimestre 2023. Giova ricordare che i disoccupati rilevati da Istat sono persone che ricercano attivamente un lavoro e sono disponibili a prendere servizio nelle due settimane successive. Si tratta, quindi, di persone impegnate nella ricerca, non di inattivi, vale a dire di persone che non lavorano, ma nemmeno fanno nulla per cercare un lavoro o non sono disposti a lavorare nel breve periodo.

Per dicembre il livello di mismatch segnalato raggiunge il 48,6% circa delle assunzioni previste. La prima motivazione è la mancanza di candidati (31,5%). La lista delle professioni con la maggiore difficoltà di reperimento è lunga e comprende farmacisti e altri specialisti della filiera farmaceutica e del biomedicale, biologi, veterinari, agronomi che sono di difficile reperimento nell’89,1% dei casi, i tecnici dei processi produttivi di beni e servizi (61,9%), i tecnici della salute (61,4%), gli operai addetti a macchinari dell’industria tessile e delle confezioni (72% per entrambi), i fonditori, saldatori, montatori di carpenteria metallica (69,3%) e gli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (68,8%).

La lista si ripete, seppur con pesi leggermente diversi, quasi tutti i mesi.

Continua ad aumentare anche la domanda di lavoratori immigrati: +18,2% rispetto all’anno precedente; si tratta di 72mila (+10mila) lavoratori immigrati a dicembre contro i 62 mila profili ricercati a dicembre 2022. Tra i settori che ricercano maggiormente manodopera straniera ci sono i servizi operativi di supporto a imprese e persone che programmano di coprire oltre il 32% delle entrate con lavoratori stranieri, i servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (27,6%), le costruzioni (26,5%), i servizi di alloggio, ristorazione e turistici (22,9%) e le industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (21,8%).

La lettura dei dati di Istat e di Excelsior rendono chiare le strategie di copertura dei fabbisogni di manodopera delle imprese, con rafforzamento delle assunzioni di immigrati e con la concorrenza sui salari e sui contratti che fa aumentare il tasso di rotazione del mercato senza migliorare le sue condizioni complessive.

I pochi laureati che il sistema scolastico italiano produce sono ricercatissimi per le funzioni più specializzate, così come mancano nelle mansioni operaie le qualifiche che richiedono periodi lunghi di formazione tecnica e pratica. L’unica cosa da fare è un investimento su università e formazione tecnica: non ci sono altri modi per colmare in prospettiva un gap crescente in un mercato demograficamente in contrazione.

Nonostante le tendenze siano chiare non si vede all’orizzonte un cambiamento delle misure di politica nazionale, dove i temi prevalenti nel dibattito riguardano la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, l’età pensionabile e il salario minimo e la sua modalità di individuazione. Si tratta di temi redistributivi importanti e che agiscono in prospettiva sulla capacità di tenuta del sistema di welfare del Paese. Certamente regolare questi aspetti per legge può dare segnali immediati di efficacia dell’azione, mentre agire sui sistemi scolastici e formativi richiede tempo e risorse, ma i problemi di mismatch stanno già presentando il conto alla competitività del éaese e alla sua capacità di produrre reddito.

Di fronte a un’oggettiva difficoltà delle politiche pubbliche è interessante osservare le molte iniziative che imprese e sindacati stanno prendendo all’interno dei contratti collettivi di lavoro per affidare alla bilateralità compiti crescenti di formazione e di welfare. Anche le accademy aziendali costituiscono uno sforzo importante per colmare i divari formativi, così come sono importanti in alcune aree del Paese le collaborazioni fra imprese, università e formatori. Ma possiamo pensare che sia la contrattazione a farsi carico anche dell’impulso che serve a scuola e università? Forse è troppo.

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