I NUMERI DEL LAVORO/ Quei 500 miliardi tolti in 15 anni alla crescita dell’occupazione

- Natale Forlani

Il costo delle mancate riforme del welfare e delle politiche del lavoro negli scorsi anni è pesante e chiede oggi un cambio di paradigma

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Il cambiamento delle politiche monetarie della Bce e il ripristino dei vincoli per il contenimento dei deficit e dei debiti pubblici segnano un brusco ritorno alla realtà per coloro che avevano accolto con grande entusiasmo la sospensione dei vincoli del Patto di stabilità nel corso della pandemia da Covid. Il lascito della bonus economy è l’aumento di 12 punti dell’incidenza del debito sul Pil e la ripresa del costo degli interessi per rendere sostenibile il debito che dovranno essere compensati dal contenimento di altre voci di spesa pubblica.

La leva delle risorse del Pnrr rimane ancora disponibile per favorire una parziale crescita degli investimenti pubblici per compensare il taglio tendenziale della spesa corrente. Ma nel frattempo il tasso di invecchiamento della popolazione sta comportando seri problemi per la rigenerazione della popolazione attiva, ovvero della quota di cittadini che si devono far carico dell’aumento del numero delle persone anziane e della sostenibilità della spesa pensionistica e sociosanitaria.

Il tema è stato ripreso nella recente relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia, che fornisce un’analisi dettagliata della spesa pubblica erogata per le prestazioni del welfare negli ultimi 15 anni, caratterizzati da due rilevanti crisi economiche.

A fare da tiraggio della spesa sociale, equivalente al 33% del Pil (oltre due punti oltre la media europea) sono state le prestazioni pensionistiche e dei sostegni al reddito di varia natura. Il complesso della spesa per la protezione sociale, pari al 21,9% del Pil, risulta superiore di 3 punti rispetto alla media dei Paesi Ue. Inferiori alla media sono le spese per la sanità (6,3% rispetto al 7,7%) e per l’istruzione (4,6% rispetto al 5,2%). I divari sulla spesa sanitaria e per l’istruzione aumentano in modo significativo nel confronto con i principali Paesi aderenti (Germania, Francia, Spagna).

L’analisi della Banca d’Italia trova un riscontro nel volume delle risorse finanziarie trasferite dallo Stato all’Inps per sostenere la parte assistenziale delle prestazioni pensionistiche, ivi compresi gli oneri per i pensionamenti anticipati e per i sostegni al reddito delle persone e delle famiglie di varia natura, che sono aumentate da 74 miliardi di euro anno nel 2008 a 170 miliardi nel 2023. Sul piano pratico queste risorse, anziché essere utilizzate per incentivare la crescita dell’economia e dell’occupazione, hanno favorito un aumento delle persone a carico di quelle che lavorano.

Questa tendenza diventa più evidente se si considerano le implicazioni qualitative della spesa. I 4 punti di Pil sottratti alla spesa sanitaria, socioassistenziale e all’istruzione, moltiplicati per 15 anni equivalgono alla sottrazione di un volano superiore a 500 miliardi di euro. Nei settori che in tutta Europa sono stati protagonisti della crescita dell’occupazione, in particolare per le componenti delle donne, dei giovani, dei laureati, e della quota di lavoratori stabili con buone retribuzioni. Due terzi del divario negativo del tasso di occupazione italiano rispetto alla media dei Paesi Ue, circa 10 punti equivalenti a 3,6 milioni di occupati a parità di popolazione, si concentrano in questi tre settori e nel mancato turnover nella Pubblica amministrazione.

Questi comparti dei servizi hanno svolto un ruolo fondamentale per migliorare l’utilizzo delle nuove tecnologie e per la diffusione dei servizi territoriali per le prestazioni di cura e di conciliazione tra i carichi familiari e quelli lavorativi.

Negli anni 2000 il contenimento della spesa e il finanziamento del costo degli interessi sul debito pubblico è stato per la gran parte sostenuto con la riduzione delle spese per gli investimenti pubblici. Secondo alcuni centri di ricerca, ad esempio la Fondazione Edison diretta dal.Prof. Marco Fortis, la riduzione degli investimenti pubblici offre una spiegazione del differenziale negativo della crescita del Pil rispetto alla media Ue nella seconda decade degli anni 2000. Il mancato ammodernamento delle reti infrastrutturali fisiche e digitali ha comportato riflessi negativi anche sul tasso di incremento della produttività.

Se queste analisi sono fondate, le motivazioni del ritardo italiano nel recuperare i livelli del Pil e dell’occupazione precedenti la crisi economica del 2008 non dovrebbero essere attribuite alla carenza di risorse finanziarie derivanti dalle politiche di austerità, ma all’utilizzo improduttivo di quelle disponibili.

Il tema si ripropone per le politiche economiche da adottare per i prossimi anni nel contesto del mutamento delle relazioni geopolitiche e da una competizione tra aree economiche che rischia di andare oltre il recinto dei dazi commerciali. L’impatto dell’invecchiamento è pienamente operativo e si riflette nella crescita spontanea della spesa pensionistica e assistenziale superiore a quella del Pil e nella riduzione della popolazione in età di lavoro (nelle stime fornite dalla Banca d’Italia il 90% della spesa sociale risulta sostanzialmente incomprimibile e la riduzione demografica della popolazione in età di lavoro – -5 milioni entro il 2040 – potrebbe comportare una perdita del 13% del Pil).

Il recupero dei livelli di occupazione precedenti al 2008 è avvenuto per la gran parte nei settori terziari con bassa produttività con conseguenze negative per le condizioni salariali e lavorative dei giovani e delle donne e una perdita della capacità di attrazione del nostro mercato del lavoro.

La destinazione di rilevanti risorse pubbliche verso il sostegno dei bassi redditi, salari compresi, ha consentito di contenere l’indice delle disuguaglianze, ma non è riuscita a evitare l’aumento del numero dei lavoratori poveri.

Il costo delle mancate riforme del welfare e delle politiche del lavoro è pesante e nelle attuali condizioni non basterà allungare l’età di pensionamento, aumentare i salari minimi orari per legge ovvero potenziare i servizi pubblici per l’impiego, solo per citare alcuni esempi, per contenere la deriva. Serve un cambio di paradigma nell’utilizzo delle risorse disponibili: ridurre di almeno due punti l’incidenza sul Pil dell’attuale spesa assistenziale a carico dello Stato; destinare i risparmi allo sviluppo dei servizi sociosanitari e di quelli dedicati alla cura delle persone non autosufficienti; aumentare il tasso di utilizzo delle tecnologie digitali e gli investimenti formativi sulle competenze dei lavoratori che rappresentano la condizione indispensabile per il loro impiego; modernizzare i servizi della Pubblica amministrazione che possono costituire un volano importante per diffondere le innovazioni e per migliorare la qualità dei servizi; rendere ordinari i percorsi di alternanza scuola lavoro; riformare il sistema di contrattazione per ristabilire una diretta relazione tra la crescita della produttività e quella dei salari.

Il percorso appare obbligato anche se gli effetti della bonus economy, l’assuefazione nel rivendicare aiuti da parte dello Stato per distribuire le risorse che non hanno un corrispettivo di entrate continua a essere il tratto prevalente dei comportamenti di una parte cospicua delle forze politiche e delle rappresentanze sociali.

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