I NUMERI DELL’ITALIA/ Ue e Bce aggiungono zavorre alla nostra ripresa

- Enrico Quintavalle

Le previsioni sull'economia italiana sono positive, ma incombono nuove zavorre in grado di frenare l'attività delle nostre imprese

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L’analisi delle previsioni di primavera della Commissione europea confermano anche per quest’anno una crescita del Pil superiore ai maggiori partner europei. L’aumento del Pil dell’1,2% in Italia supera il +0,7% della Francia e il +0,2% della Germania. Rispetto al livello pre-pandemia del 2019, l’Italia segna un recupero del 2,2% e facendo meglio, anche in questo arco di tempo, di Francia (+1,8%) e Germania (+0,8%).

Gli investimenti nel 2022 sono saliti del 9,4% a fronte del +3,7% medio dell’Eurozona, mentre nel 2023 salgono del 2,6%, anche in questo caso più del doppio della media europea (+1,0%).

Nonostante il clima di incertezza causato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, a marzo 2023 l’occupazione risulta salita di 297mila unità su base annua, grazie all’incremento di 367mila occupati dipendenti stabili.

Questi risultati sono stati raggiunti malgrado una maggiore pressione dei prezzi dell’energia: nella seconda metà del 2022 le micro e piccole imprese italiane pagano un prezzo dell’energia elettrica superiore del 60,0% alla media dell’Eurozona, mentre il divario per il prezzo del gas è del 47,8%.

Il gap di competitività derivante dalla divaricazione dei prezzi dell’energia sta frenando la manifattura, settore che prima dell’esplosione della crisi energetica era risultato più dinamico rispetto agli altri maggiori Paesi europei. Nel primo trimestre del 2023 la produzione manifatturiera in Italia scende dello 0,2% su base annua, mentre sale del 2,1% in Spagna, dell’1,7% in Germania e dello 0,7% in Francia, con un aumento medio dell’1,5% nell’Ue a 27.

Questo dinamismo dell’economia italiana è messo a rischio dall’allineamento di una stretta monetaria, di una spesa pubblica elevata e poco efficiente e di un mix di elevata pressione fiscale ed eccessiva burocrazia che grava sulle imprese e rallenta l’attuazione del Pnrr. I freni delle politiche pubbliche potrebbero compromettere la propensione a investire e la domanda di lavoro delle imprese. Servono interventi fiscali a sostegno degli investimenti che, oltre a garantire una maggiore effetto moltiplicativo sul Pil, accompagnino la transizione digitale e green di imprese e famiglie. Un esempio: la direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici nell’arco di un decennio richiederà interventi sul 75,8% delle abitazioni degli italiani per migliorare la classe energetica e rientrare entro il 2033 nella classe D definita dalla normativa europea.

Alcune evidenze statistiche ben delineano le zavorre che oggi frenano l’attività delle imprese.

La stretta monetaria è vigorosa e potrebbe durare a lungo: a fine 2023 l’inflazione dell’Eurozona è prevista al 2,6% e a fine 2024 al 2,3%, un lento avvicinamento al target della Bce del 2%. A marzo 2023 i tassi sui prestiti alle imprese fino a 250mila euro sono arrivati al 4,90%, con un aumento di 275 punti base in un anno. L’aumento del costo del credito riduce la propensione ad investire e dilata la spesa pubblica per interessi, che nel 2023 risulta pari al 4,0% del Pil, la più alta in Europa. Il maggiore costo del denaro frena la domanda di credito: a marzo i prestiti alle imprese segnano un calo dell’1,0%, peggiorando il -0,5% del mese precedente.

Gli interventi per contrastare la pandemia e la crisi energetica, insieme al caro tassi, hanno fatto salire la spesa pubblica a 1.075 miliardi di euro, il 52% del Pil, portando l’Italia dal 7° posto tra i 27 paesi dell’Unione del 2019 al 4° posto del 2023.

Per finanziare questo elevato livello di spesa sull’economia grava una pressione fiscale eccessiva: sempre secondo i dati pubblicati lo scorso 15 maggio dalla Commissione europea, nel 2023 l’Italia registra un carico fiscale (tax burden) pari al 42,7% del Pil che, nonostante la discesa di un punto rispetto al 2022, regista uno spread di 1,2 punti di Pil con la media dell’Eurozona: si tratta di maggiore tassazione per cittadini e imprese di 24,6 miliardi di euro.

Nonostante l’alta spesa, la qualità dei servizi della Pubblica amministrazione mostra delle criticità: secondo la rilevazione di Eurobarometro, il 61% dei cittadini italiani non ritiene buona l’offerta dei servizi pubblici, diciassette punti in più del 44% della media europea, collocando l’Italia al 24° posto per qualità dei servizi pubblici.

Sull’inadeguata qualità dell’offerta dei servizi pubblici pesa una eccessiva burocrazia, rispetto alla quale sono strategiche le politiche di semplificazione. Secondo l’indicatore di pressione burocratica sulle imprese elaborato da Confartigianato che sintetizza il grado di esposizione delle imprese alla complessità delle procedure amministrative, alla legislazione e politiche in continuo cambiamento, al peso aliquote fiscali e alle normative restrittive in materia di lavoro -, l’Italia si colloca al 1° posto tra i 27 Paesi Ue, davanti a Grecia, Francia e Romania.

La sproporzione degli adempimenti amministrativi grava sui tempi di realizzazione delle opere pubbliche, per il 54,3% rappresentati da tempi di attraversamento tra le diverse fasi (progettazione, affidamento, esecuzione lavori). Il divario digitale amplifica gli effetti negativi della burocrazia: per intensità della relazione digitale con la Pa l’Italia si colloca al 25° posto in Ue a 27.

Una scarsa efficienza della macchina burocratica rallenta la realizzazione degli interventi del Pnrr e contribuisce a depotenziarne gli effetti macroeconomici: nel 2023 la maggiore crescita indotta dal Piano si ferma ad 1 punto di Pil, a fronte dell’1,9% previsto due anni fa.

Il mantenimento del rapporto debito/Pil su un sentiero discendente richiede una severa politica fiscale, con l’indebitamento netto che nel 2026 è previsto scendere al di sotto del limite del 3% previsto dai trattati europei. Una prolungata stretta monetaria, sincronizzata con una politica di bilancio restrittiva, potrebbe rallentare pericolosamente l’economia, riducendo la sostenibilità del debito. La regola sulla spesa prevista dalla riforma del Patto di stabilità e crescita proposta dalla Commissione europea – il Patto tornerà in vigore dal 2024 – potrebbe frenare gli investimenti.

Le istituzioni europee e nazionali, attori delle politiche economiche, hanno la grande responsabilità, in questa fase delicata, di adottare interventi equilibrati, capaci di accompagnare una crescita sostenibile e di valorizzare la straordinaria tenuta delle imprese italiane.

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