I NUMERI/ Gli effetti del Covid sui posti di lavoro persi dagli stranieri in Italia

- Giancamillo Palmerini

Il 2020 ha visto il numero degli occupati comunitari nel nostro Paese scendere del 7,1%, mentre per gli extracomunitari il calo è stato del 6%

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Il Covid non è razzista o, forse, un po’ lo è nonostante tutto? Alcune possibili risposte provano a darcele i dati dell’annuale rapporto ministeriale sul mercato del lavoro degli stranieri in Italia pubblicato pochi giorni fa. Emerge, in questo contesto, che, come noto, nel 2020 la situazione sul mercato del lavoro si è globalmente deteriorata nell’insieme dei Paesi dell’Ocse, sia per i lavoratori “autoctoni” che per gli immigrati.

Con specifico riferimento agli stranieri, e considerando i dati provvisori stimati relativi ai primi tre trimestri del 2020, in media, all’interno dell’area Ocse, il tasso di occupazione degli immigrati è passato dal 67,3% al 65,6%, mentre il tasso di disoccupazione è aumentato dal 7,9% al 9,3%.

La situazione si è, in una prospettiva comparata, particolarmente deteriorata nei Paesi nordici (ad eccezione della Danimarca e della Finlandia), nell’Europa meridionale (tranne che in Grecia) e in America del Nord. In Italia, il tasso di occupazione degli immigrati è diminuito del 2,9% rispetto a una riduzione del 2,1% nell’insieme dell’Unione europea a 27.

Nel nostro Paese, in questo periodo, il numero degli occupati complessivi è diminuito di 456.105 unità: di questi poco meno di 300 mila sono cittadini italiani, poco meno di 60 mila comunitari e poco più di 100 mila extracomunitari. Partendo da questi dati emerge, quindi, che il numero dei lavoratori “italiani”, in termini percentuali, si è ridotto dell’1,4%, il numero degli occupati comunitari del 7,1% e il numero degli extracomunitari del 6,0%.

Nel 2020 il tasso di occupazione degli italiani è in calo di 0,6 punti, mentre nel caso dei cittadini comunitari ed extracomunitari l’indicatore fa registrare una riduzione più consistente e pari, rispettivamente, a -4,0 punti e -3,5 punti. È da immaginare che questo accada anche per la maggiore e/o minore presenza delle diverse componenti nei settori maggiormente protetti del nostro mercato del lavoro (si pensi alla possibilità di usufruire dello smart working).

In questa prospettiva i miglioramenti che si erano iniziati ad apprezzare nel 2019 con una prima diminuzione dell’incidenza di povertà assoluta sono stati bruscamente interrotti e le condizioni di vita sono tornate a peggiorare. Infatti, il numero di famiglie in povertà assoluta, secondo le stime 2020, supera di poco i due milioni, con un’incidenza pari al 7,7%, in crescita rispetto al 2019 (quando era pari a 6,4%). Gli individui in povertà assoluta superano i 5,6 milioni (il 9,4%), anch’essi in crescita rispetto al 2019 (quando erano un milione in meno; il 7,7%). Se guardiamo poi all’incidenza di povertà familiare disaggregandola in base alla cittadinanza dei componenti, nel 2020 le famiglie di soli stranieri continuano a registrare i valori più alti e vedono peggiorata la loro condizione (415 mila famiglie, il 26,7%; erano il 24,4% nel 2019).

Quando, insomma, la crisi sanitaria, ma anche economico e sociale, sarà alle spalle, sarà forse il tempo per rilanciare un serio dibattito sulla gestione dei flussi migratori superando, magari, la banale, e semplicista, divisione sui porti più o meno aperti. Nel Paese che verrà sarà, infatti, probabilmente ancora necessario l’apporto dei lavoratori stranieri com’è già stato negli ultimi decenni. L’auspicio, però, è che si guardi a questi lavoratori, come spesso accaduto in passato, non solo come a uno strumento utile alla riduzione dei costi complessivi del lavoro, ma, sempre più, a possibili portatori di competenze e innovazione in un mercato del lavoro che, ci si auspica, diventi, anche grazie ai progetti del Recovery fund, più attraente per le migliori energie italiane e non.

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