I NUMERI/ La nuova emergenza per il lavoro dei giovani

- Giorgio Spanevello

Cala la produzione, ma aumenta il numero dei posti vacanti. Un segnale preoccupante sulla formazione dei nostri giovani in funzione del lavoro

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Sono di questi giorni i nuovi dati Istat sulle stime preliminari dei posti vacanti delle imprese dell’industria e dei servizi. Il rapporto pubblicato, relativo al quarto trimestre del 2019, riferisce rispetto ai dati destagionalizzati una sostanziale stabilità, nel complesso delle attività economiche rispetto al trimestre precedente, con un valore del tasso di posti vacanti del’1,1%. Nello specifico il tasso è stabile all’1% nei valori relativi all’industria, mentre nel settore dei servizi si porta all’1,3% con un incremento di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Il dato potrebbe stupire se comparato con quello (sempre pubblicato da Istat) che stima sempre nel quarto trimestre 2019 una flessione della produzione industriale dell’1,4% rispetto ai trimestri precedenti, anche se con percentuali molto variabili tra i vari settori. L’analisi, senza pretese di fondamenti statistici, potrebbe essere completata, pur associando dati non omogenei per campione e metodo di rilevazione, con i dati che costantemente il progetto Excelsior di Unioncamere pubblica sulla tipologia di professionalità richieste dalle imprese e sulla difficoltà di reperimento di risorse umane particolarmente in alcuni settori.

Una prima comparazione porterebbe alla conclusione che, nonostante il periodo di recessione attraversato dal nostro Paese, la richiesta da parte delle imprese sia proprio quella di continuare a ricercare lavoratori in possesso di quelle competenze che possano incrementare il livello qualitativo delle produzioni e dei servizi per rimanere a galla in un momento difficile. Senza addentrarci oltre in analisi tecniche, sembra ancora una volta ritrovarsi nei dati che di trimestre in trimestre vengono pubblicati l’ormai ben conosciuto fenomeno del mismatch tra le professionalità richieste dalle aziende e il numero dei giovani lavoratori che le possiedono. Sulle possibili soluzioni sono stati spesi fiumi di parole e organizzati numerosi convegni, ma le tendenze che si prospettano sembrano non indicare grandi prospettive di miglioramento.

Un altro dato che dovrebbe indurre a riflettere e a pensare a una programmazione degli investimenti in campo della formazione è quello del calo demografico in corso nel nostro Paese. Il dato più preoccupante in questo senso non è tanto quello pubblicato in questi giorni sull’attuale calo delle nascite, ma quello (conosciuto da tempo) del crollo dell’indice di natalità che sta avvenendo a partire dal 2007. I giovani nati in quegli anni infatti sono quelli che a breve inizieranno le scuole secondarie superiori e in seguito entreranno nel mondo del lavoro. Al di la delle problematiche legate alla sostenibilità del sistema previdenziale, come si potrà far fronte alla richiesta di giovani competenti da parte del sistema economico nazionale?

È chiaro che il tema non è di facile soluzione, ma credo che mai come ora siano necessari interventi e scelte politiche basate su una programmazione generale a medio e lungo termine e di investimenti finalizzati destinati alla formazione a 360° e alla ricerca. L’esempio di mancata programmazione del numero di medici necessari al nostro sistema nazionale, che solo ora riscontriamo con preoccupazione e che costringe a scelte di emergenza, è un emblema delle modalità con la quale la nostra classe politica ha da sempre affrontato le scelte di carattere generale dalla nazione.

Probabilmente interventi sulla formazione dei giovani, variati a ogni cambio di Governo, e i rapporti non sempre facili del mondo della scuola con quello dell’impresa e dell’economia non hanno aiutato a mettere al primo posto l’interesse collettivo, ma ormai è evidente che si debba intervenire in modo deciso e condiviso nel sistema.

L’alternativa è che si continuino a proporre scelte e interventi legati a esigenze e contingenze particolari, a volte con buoni risultati, spesso con spreco di risorse (anche pubbliche), ma comunque con risultati parziali e scarsa incisività sul sistema. Pensare a un “progetto per l’Italia”, slegato da interessi particolari e che veda coinvolte le forze politiche, mondo della cultura e dell’impresa potrà sembrare idea poco realistica, ma vale la pena di proporla, perché in gioco c’è il futuro dei giovani e della nazione.

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