I PREDATORI/ Il film di Castellitto che apre una nuova strada al cinema italiano

- Ugo Baistrocchi

Il regista filosofo Pietro Castellitto vince il premio per la sceneggiatura alla Mostra di Venezia e apre una nuova strada per il cinema italiano

i predatori film web1280 640x300
Una scena del film

Si può tradurre una Weltanschauung (concezione del mondo) in un film? Certo che si può. Anzi si deve. Finalmente i filosofi, invece che andare al potere, come volevano Platone o i profeti del ’68, utilizzano la loro immaginazione per diffondere idee e punti di vista diversi utilizzando l’arte più popolare e il media più diffuso, il cinema. Può sembrare un inizio esagerato per la recensione di una film che appartiene senz’altro al genere della commedia, anche se declinata all’italiana. Ma è quello che si avverte vedendo il film e ascoltando le dichiarazioni, ancora impacciate e confuse, perché spontanee, improvvisate, non recitate e piene di luoghi comuni, dell’esordiente Pietro Castellitto che, dopo essersi laureato in Filosofia, con una tesi su Nietzsche, scrive una sceneggiatura a 22 anni e a 29 la trasforma in un film, diretto e anche interpretato da lui stesso, e vince il premio per la migliore sceneggiatura nella sezione Orizzonti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Nel film c’è il ritratto di due famiglie che rappresentano l’Italia di oggi, i Vismara, ignoranti, fascisti, negozianti d’armi, legali e illegali, e i Pavone, intellettuali, borghesi, e, ovviamente, di sinistra. Potrebbero sembrare diversi, ma sono tutti predatori. E io ve lo dimostro, anzi ve lo mostro, sostiene il regista-filosofo Castellitto. Lui stesso si rappresenta nello svagato e troppo appassionato Federico Pavone, assistente del prof. Fiorillo, docente di antropologia filosofica, che vuole riesumare il cadavere di Nietzsche al fine di scoprire perché è morto pazzo e tanti altri segreti del filosofo del superuomo. Fiorillo, interpretato da un divertente Nando Paone, dopo le prime scene del film, spiega il suo progetto a una troupe televisiva, ma subito dopo informa Federico che non potrà partecipare alla spedizione in Germania alla tomba del filosofo. Ma tutto l’inizio del film ha una qualità inattesa per un esordiente italiano.

Un piano sequenza ci presenta i Vismara con una macchina da presa alla quale Castellitto fa veramente fare quello che vuole lui mostrando padronanza e originalità nel suo utilizzo. Dopo i titoli di testa vi è l’episodio del predatore numero uno: Vinicio Marchioni interpreta un truffatore che si spaccia per un amico del figlio di Ines Vismara, l’anziana madre di Claudio, che abbiamo visto nel piano sequenza iniziale. Lei è sola a casa e il predatore la convince abilmente a dargli mille euro per un falso Rolex che Claudio gli avrebbe ordinato.

Ma questo è solo l’inizio appunto. Pierpaolo, il padre di Federico (Massimo Popolizio) è un chirurgo affermato, Ludovica, la madre, è una famosa regista che sta girando un nuovo film ed è anche proprietaria, come Nanni Moretti, di una sala, il Nuovo cinema Labirinto. Per descrivere le due famiglie il regista antropologo filma due feste di compleanno, quella di Teresa, la trentenne moglie di Claudio Vismara, che fa la donna delle pulizie nell’ospedale dove lavora il chirurgo Pavone, e quella di Ornella, la novantenne madre di Ludovica. La prima, hawaiana, si svolge in un terreno vicino al mare, di proprietà dello zio Flavio, il padrino, dove i Vismara fanno scampagnate con tavoli da ping pong, piscine per bambini, cani feroci e persino un poligono di tiro abusivo. L’altra festa si svolge in un ristorante elegante che sembra un bistrot parigino.

Nello spogliatoio dell’ospedale, dove si cambia il chirurgo e che viene pulito da Teresa, fa bella mostra di sé, inquadrata due volte, una foto appesa al muro di leoni, tigri, squali, leoni, tutti animali diversi ma tutti predatori. Il caso creerà un punto di contatto tra le famiglie. L’anziana Ines Vismara, la truffata, viene investita e il chirurgo Pierpaolo la salva con un massaggio cardiaco. Il figlio della donna, Claudio, offre al chirurgo, per contraccambiare, una pistola, magari con la matricola limata e lascia il proprio biglietto al padre di Federico che ne se ne impadronisce. L’assistente emarginato ha una folle idea. Rompe con il David di Donatello, vinto dalla madre, il salvadanio che ha fin da bambino e con i 5.000 euro che vi trova dentro acquista da Claudio Vismara del plastico per recarsi in Germania, far saltare la tomba di Nietzsche e riesumare lui il cadavere. Questa folle idea avrà degli esiti drammatici che porteranno a nuovi equilibri nelle famiglie, equilibri apparentemente diversi ma sempre uguali. E d’altra parte proprio nel finale ricompare lo spacciatore di Rolex falsi, questa volta nelle vesti di un finto principe con la erre moscia, comunque predatore, impegnato nella caccia a a vedove ricche e ingenue da sfruttare.

Scene e dialoghi sono pieni di continue trovate che si susseguono ininterrottamente e rendono I Predatori un film veramente ricco. Anche dialoghi comici, come quello tra Federico e il suo collega Jacopo, mentre si ubriacano di birra, dibattendo animatamente se la storia è fatta dalle grandi personalità, come dice Nietzsche, o dal popolo, mascherano riflessioni non banali che, probabilmente, nascondono il pensiero del Castellitto filosofo. Molto originali – è un altro esempio – i testi del rap scandaloso che viene eseguito in onore della nonna Ornella, ma anche lo stornello che Claudio Vismara improvvisa per la madre, facendola piangere.

Pietro Castellitto è sicuramente un privilegiato. Figlio della scrittrice Margaret Mazzantini e dell’attore/autore Sergio Castellitto, ha esordito nei film del padre a 13 anni e ha realizzato a 29 anni il suo primo lungometraggio, quasi vent’anni prima dell’esordio alla regia del genitore, che ne aveva 46 quando scrisse, diresse e interpretò Libero Burro, nel 1999. Eppure, una volta tanto, non si può negare che il giovane Castellitto è bravo. Nella parte di Secco rubava la scena al protagonista ne La Profezia dell’Armadillo e come autore e regista dimostra di non accontentarsi di voler fare l’autore e il cinema perché è il mestiere dei genitori, ma di voler esprimere, con una sceneggiatura poi tradotta in immagini, la sua visione del mondo.

Nelle interviste e dichiarazioni non si atteggia a Nanni Moretti della sua generazione, non è alfiere di un’avanguardia elitaria, ma è semplicemente consapevole di avere un punto di vista personale e diverso che vuole coltivare e perfezionare. Sicuramente in futuro ci sorprenderà. Il suo esordio ha un solo difetto. Chi è il nonno al quale è dedicato? Lo scrittore Carlo, padre di Margaret, o lo sconosciuto impiegato molisano, padre di Sergio?

© RIPRODUZIONE RISERVATA