IL CASO/ I numeri del “raffreddamento globale” di cui nessuno parla

- Giovanni Passali

Guardando alle macchie solari, sembra che siamo di fronte a uno scenario di raffreddamento e non di riscaldamento globale

Neve, allerta maltempo Lapresse

Il 2019 si è chiuso con una serie di giornate di bel tempo per l’Italia, almeno meteorologicamente. Non solo cielo sereno, ma temperature miti, sopra la media stagionale, dopo un periodo piuttosto piovoso ma sempre con temperature sopra la media. Vi sono state anche nevicate, però in media e ad alta quota. Ovviamente l’informazione mainstream non si è lasciata scappare l’occasione e così, dopo averci tormentato con la solita solfa allarmista dei cambiamenti climatici (che però vuol dire solo riscaldamento globale, mai raffreddamento) durante le abbondanti piogge, ha continuato sullo stesso tema durante queste ultime giornate di bel tempo. Ma come stanno realmente le cose?

Come ho spiegato in qualche altro articolo, non solo i cambiamenti climatici ci sono sempre stati (un famoso scienziato ha affermato “avvisatemi appena non vi saranno cambiamenti climatici, perché sarebbe la prima volta sulla terra in oltre 4 miliardi di anni”), ma questi dipendono da una grande quantità di fattori (e non solo la CO2), tra cui il principale è la nostra principale fonte di calore: il sole. E proprio dal sole vengono le avvisaglie di un cambiamento radicale, in senso opposto da quanti fanaticamente strepitano paventando disastri naturali causati dal riscaldamento globale causato dall’uomo (cioè dalla presenza di un’eccessiva quantità di anidride carbonica nell’atmosfera). Infatti, a differenza delle temperature globali, l’intensità di radiazione del sole può essere misurata in maniera indiretta ma molto efficace dal numero delle macchie solari: maggior numero di macchie vuol dire maggiore emissione di radiazione solare e temperature in salita. Al contrario, non si può parlare di misure efficaci della temperatura terrestre nella sua globalità prima dell’era spaziale (l’era dei satelliti meteo, iniziata alla fine degli anni ’70). Ovviamente si hanno lunghe serie di dati di temperature, ma queste sono relative a misurazioni effettuate in presenza di insediamenti umani, che con il crescere della popolazione hanno sicuramente influenzato tali misurazioni, soprattutto quelle relative a stazioni meteo vicine ai grandi centri urbani in un’epoca dove la crescita demografica urbana ha avuto una crescita quasi esponenziale.

Ma andiamo al dunque e vediamo cosa dicono le misurazioni di macchie solari, con dati che risalgono fino al 1849. Com’è noto, l’andamento di macchie solari dipende fortemente dal ciclo solare, che è di circa 11 anni. Durante le fasi di massimo, si possono avere 150-200 macchie solari al giorno. Al contrario, duranti le fasi di minimo, si hanno zero macchie solari anche per diversi giorni consecutivi. Ora siamo nel pieno di una fase di minimo, iniziato nel 2017 con un numero altissimo di giornate spotless (privi di macchie): ben 96. Nel 2018 i giorni spotless sono stati addirittura 208 e il conteggio ufficioso conta addirittura 285 giorni spotless per il 2019 appena concluso. Questo porterebbe il totale di giornate spotless di questo ciclo SC24 (cioè Solar Cicle 24) a 616, mentre il minimo del ciclo precedente SC23 (anni 2005-2010) ha avuto in totale 822 giornate spotless e il minimo del ciclo SC 22 (anni 1994-1998) ha avuto appena 311 giornate spotless.

Per comprendere meglio l’evoluzione in atto, vediamo il grafico del numero di giornate spotless diviso per anno. Nella visione del grafico occorre tenere presente che all’aumentare della radiazione solare, aumentano le macchie solari e quindi i giorni senza macchie diminuiscono. Dove invece vi sono tanti giorni spotless, questo indica una bassa attività solare.

Ho riportato gli anni che hanno avuto il maggior numero di giornate spotless. Come si vede, il record è detenuto dal 1913, seguito al secondo posto dal 1901. Ebbene, al terzo posto c’è proprio il 2019 (però dati ufficiosi). Vuol dire che negli ultimi 170 anni il 2019 è risultato essere il terzo anno per minore intensità di radiazioni solari. E il 2018, con le sue 208 giornate spotless, arriva al sedicesimo posto su 170 anni. In altre parole, il penultimo minimo è stato molto debole e quello attuale, non ancora concluso, rischia di esserlo ancora di più. Tutti gli altri anni sono minimi risalenti a 100-150 anni circa. Vuol dire che negli ultimi 100 anni non c’è mai stato un minimo così debole.

Ecco il grafico completo degli ultimi 170 anni. Si notano chiaramente i cicli solari di circa 11 anni, con i picchi di giorni spotless che corrispondono a bassa attività solare.

Questo grafico rende evidente anche un’altra cosa molto importante: i cicli solari degli ultimi cento anni sono stati piuttosto intensi (quelli con barre di giorni spotless più basse) e questo ha portato a un progressivo riscaldamento globale della terra. Ora però il trend si sta decisamente invertendo: l’intensità della radiazione solare diminuisce, le macchie solari diminuiscono, le giornate spotless aumentano e le temperature sono destinate a cadere. Ovviamente questo non avviene all’improvviso: come accade in una stanza riscaldata quando fuori fa freddo, se si spegne il riscaldamento in quella stanza la temperatura non cala di colpo, ma pian piano si raffredda inevitabilmente.

Eventi simili sono già accaduti nel passato: negli anni dal 1790 al 1830 c’è stato il minimo di Dalton, negli anni dal 1645 al 1715 c’è stato quello di Maunder e più indietro nel tempo, tra il 1420 e il 1540 circa, c’è stato il minimo di Sporer. Noi viviamo fortunatamente in un periodo interglaciale, iniziato undicimila anni fa. Prima di allora c’è stata l’ultima era glaciale (si parla di una calotta polare che copriva tutto il Canada e gli Usa e arrivava fino all’Europa centrale). Da allora, negli ultimi undicimila anni, vi sono stati circa 27 periodi di bassa attività solare.

Diversi scienziati stanno ipotizzando l’inizio di un minimo paragonabile a quello di Dalton, che culminò nel 1815 con il cosiddetto “anno senza estate”. Ovviamente, con i media tutti intenti a gonfiare il pericolo del riscaldamento globale, a ogni notizia di temperatura sopra la media ci martelleranno con il solito melodramma menzognero del riscaldamento globale, mentre a ogni caso di temperature sotto la media e di abbondanti nevicate riporteranno la notizia senza altri commenti. Che si tratti di menzogne belle e buone lo dimostrano i grafici che riportano la copertura dei ghiacciai, per esempio, della Groenlandia.

La riga blu indica la crescita di ghiaccio attuale, la banda grigia indica la banda di oscillazione di 30 anni (1981-2010). Come si vede l’attuale accumulo è in media, non c’è alcun disastro all’orizzonte, nessun pericolo di scioglimento. Del resto, per smascherare queste menzogne basterebbe avere un po’ di memoria. Al Gore, proprio dieci anni fa, dichiarava che il polo nord sarebbe stato completamente libero dai ghiacci nel giro di 5 o 7 anni. Fece questa dichiarazione durante la COP 15, l’annuale incontro sul clima ora arrivato all’edizione COP 25, tenutasi a Madrid nello scorso dicembre. L’ennesimo incontro conclusosi senza alcuna decisione concreta, poiché nessun governo ha intenzione in impegnarsi a porsi delle limitazioni che avranno un impatto negativo sull’economia e nessun impatto sull’ambiente, visto che non c’è alcun riscaldamento globale.

La menzogna a volte assume toni grotteschi. Ciclicamente c’è chi tenta di percorrere in nave una nuova rotta, dall’Europa al Giappone passando sopra la Russia, ovviamente in estate, come prova evidente che i ghiacciai sono in continua diminuzione tanto da rendere il polo Nord navigabile. Ma anche l’ultimo tentativo è fallito miseramente “per lo spessore eccessivo dei ghiacci”, come riportato da alcuni notiziari meteo, ma non dai media ufficiali, sempre intenti a strillare che “c’è il riscaldamento globale”.

In ogni caso, non c’è molto da sorridere. Se la mancanza di riscaldamento è una buona notizia, un probabile raffreddamento con temperature molto basse per qualche decennio è una notizia molto brutta, soprattutto considerando il fatto che al mondo non siamo più qualche decina o centinaio di milioni di abitanti come qualche secolo fa, ma siamo ben oltre 7 miliardi e mezzo. Tenendo conto che siamo nel pieno di una crisi economica globale, un’eventuale diminuzione della produzione alimentare farebbe aumentare i prezzi e potrebbe portare alla fame miliardi di persone in pochi anni.

Al disastro finanziario dei prossimi anni rischia di aggiungersi anche una crisi alimentare globale. Niente di buono all’orizzonte.





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