IL CASO/ “L’altro” Sud che non guarda a sussidi per ripartire

- int. Adolfo Bottazzo

Più che i trasferimenti statali conta l’impegno diretto. Come mostrano i progetti di recupero dal Belvedere di San Leucio all’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere

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La Reggia di Caserta (Pixabay)

Dire Mezzogiorno equivale a dire ritardo di sviluppo. Il Sud vene considerato il “malato d’Europa” e non solo dal punto di vista economico. Segnato dalla fuga dei cervelli, nuovo esodo di massa, stavolta con protagonisti i giovani. Ancora. Violentato dalla criminalità organizzata e dal degrado di molte delle sue aree dove nel secolo scorso pullulavano mille attività produttive. Il toccasana qual è?

A chiederlo ad Adolfo Bottazzo, amministratore unico dell’azienda alimentare Yma e vicepresidente di Confindustria Caserta con delega al Territorio, si fa una scoperta. Si scopre, cioè, che la ricetta non sono i trasferimenti statali, l’utilizzo dei fondi europei, gli incentivi alle imprese. Bottazzo è un manager d’impronta bocconiana. Sorprende, quindi, il rimedio che propone per i problemi del Sud: “La risposta sta nel recupero dei suoi valori identitari. Una tendenza che sta facendo scuola non solo a Napoli, ma anche in area casertana”.

Dottor Bottazzo, lei intravvede tracce di un rinnovato orgoglio verso il passato. Può citare qualche esempio?

Volentieri. Partirei da Carditello, il real sito borbonico che è simbolo della nostra Terra di Lavoro, appellativo che per decenni ha distino la provincia di Caserta. Un luogo della memoria che è rimasto per troppo tempo in uno stato di colpevole abbandono. Di recente ha riaperto al pubblico ed è nuovamente visitabile.

Perché lo ritiene importante?

Dal punto di vista simbolico è molto importante, anche perché sin dall’inizio i Borbone hanno utilizzato luoghi come questo solo per battute di caccia e i piacevoli soggiorni della sua corte, ma in taluni casi vi costituivano vere e proprie aziende, ispirandosi alle idee illuministiche in voga a quei tempi. Non lo dico io, lo attesta il Fai.

Sì, ma oggi cosa rappresenta?

Ci arrivo. Nel 2013 al sito è dedicata una Fondazione che ha come soci fondatori e promotori dodici Ordini e Collegi professionali della provincia di Caserta. Che si sono riuniti in un sodalizio che, con un intento unitivo raro nel Sud, si è posto al servizio della collettività. E’ il Comitato unitario permanente degli ordini e collegi professionali della provincia di Caserta, che ha celebrato i suoi vent’anni con un evento l’8 giugno. In un altro sito della memoria: il Belvedere di San Leucio…

Altra testimonianza importante di Terra di Lavoro?

Esattamente. Vi ha sede un complesso monumentale considerato dall’Unesco Patrimonio dell’umanità insieme con il Palazzo Reale di Caserta e l’Acquedotto del Vanvitelli. Dove Carlo di Borbone pensò di formare i giovani del luogo mandandoli in Francia ad apprendere l’arte della tessitura, per poi tornare a lavorare negli stabilimenti reali. Altro che esodo di massa dei giovani. Ma San Leucio è un luogo simbolico anche per un altro motivo più significativo.

Quale?

Qui venne costituita una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su uno statuto del 1789 che concedeva alle maestranze locali una casa assegnata e la formazione gratuita per i familiari. In anticipo di dieci anni sul fenomeno napoleonico. Vi sorse la prima scuola dell’obbligo d’Italia femminile e maschile che includeva discipline professionali. Dove le ore di lavoro erano undici, mentre nel resto d’Europa erano quattordici. Condizioni di tale vantaggio e tanto attrattive, che si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi, che si stabilirono qui richiamati dai molti benefici di cui usufruivano i lavoratori delle seterie. A quei tempi già facevano marketing territoriale coi fiocchi.

E le donne ricevevano una dote dal re per sposare un appartenente della colonia. Non è così?

Non solo. A disposizione di tutti vi era una cassa comune “di carità”, dove ognuno versava una parte dei propri guadagni. E non c’era differenza tra gli individui qualunque fosse il lavoro svolto, poiché l’uomo e la donna godevano di una totale parità in un sistema che faceva perno esclusivamente sulla meritocrazia. Qui, cinquant’anni prima del Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels, venne abolita la proprietà privata, garantita l’assistenza agli anziani e agli infermi, esaltato il valore della fratellanza.

Da tutto questo quale insegnamento si trae per il presente e il futuro?

Beh, direi, quello meritorio degli stessi Ordini e Collegi professionali e il Cup di Caserta, che si sono fatti carico della vigilanza notturna della Real Delizia dei Borbone, facendo appello alle capacità dei professionisti disponibili a consulenze specialistiche riguardo alla tutela, salvaguardia e rilancio del sito. Un’attenzione che si è accesa anche all’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, secondo al mondo per grandezza dopo il Colosseo.

Che cosa accade qui?

Qui ebbe inizio la rivolta di Spartacus ed è per questo motivo che vi sorge il Museo dei gladiatori. Vi si svolgono diverse iniziative, tra cui spicca, a mio parere, il Festival della Letteratura giunto alla quinta edizione.

A Caserta non dimentichiamo che c’è la Reggia con la facciata più lunga al mondo…

E anche la piazza più estesa d’Italia, dove Confindustria Caserta, su impulso del presidente Gianluigi Traettino e il contributo di dieci aziende eccellenti del Casertano, ha realizzato il recupero dei giardini vanvitelliani. Una formula di fundraising molto simile a quello sperimentato a Napoli con Concerto d’imprese per il Teatro San Carlo.

Ce ne parli…

Volentieri. E’ un fondo di investimento triennale costituito da dodici aziende della Campania, divenute sostenitrici e partner del Teatro, tra le quali figurano Ferrarelle, Getra, Laminazione Sottile, che hanno stabilimenti in Terra di Lavoro. Anche il Massimo napoletano è sorto per volontà di Carlo di Borbone e costruito nel 1737 in tempi record.

Quanti anni?

Otto mesi appena. E poi dicono che non bisogna guardare al passato per guardare al futuro con fiducia e con orgoglio…

(Claudio D’Aquino)

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