IL CASO/ Siamo sicuri che la nostra salute sia un diritto?

- Renato Crepaldi

Fin dall’istituzione del SSN nel 1978 non si è abbastanza riflettuto su che cosa sia la salute e quindi in che cosa dovrebbe consistere la cura della salute. Le conseguenze sono disastrose

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LaPresse

L’anno della mia laurea in medicina fu il 1978, lo stesso anno dell’approvazione del Servizio sanitario nazionale. In questo periodo storico, i medici venivano ancora formati secondo una concezione antica, dove la discussione clinica e la semeiotica erano di gran lunga predominanti. Negli anni, il modo di fare medicina cambiò progressivamente: sia per l’influenza delle nuove scoperte, sia per ragioni di business, ma anche per il nuovo assetto istituito dalla riforma sopra citata.

La legge che ha istituito il SSN (legge 833/1978) traeva ispirazione dal National Health System inglese del 1948 e intendeva essere la coerente applicazione dell’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Nella legge 833 si propongono i concetti di diritto alla salute e di gratuità della cura, applicandoli a tutta la popolazione, aprendo uno scenario inquietante sotto il profilo dei conti pubblici; per questo furono apportate modifiche già negli anni 80 e poi nella legge 537/1993.

In questi quarant’anni si è discusso dell’organizzazione e della sostenibilità economica del sistema sanitario (costi dei farmaci, tecniche diagnostiche, liste d’attesa, crescita di alcune patologie, linee guida, Lea…), ma è paradossale che nessuno di quelli che avevano – ed hanno – la responsabilità della cosa pubblica abbia mai realmente riflettuto sul fulcro stesso della legge: su che cosa sia la salute e quindi in che cosa dovrebbe consistere la cura della salute. È come se si desse per scontato che questo sistema ottenga appieno il suo scopo, perciò basterebbe garantirne l’efficacia, l’efficienza e la piena accessibilità, come ha sostenuto in una recente intervista Livia Turco, ex ministro della Sanità.

Può però la salute essere ridotta soltanto al raggiungimento di certi parametri? Tralasciando gli episodi di mala sanità e le notizie quasi quotidiane di assalti a medici e reparti di pronto soccorso, è sufficiente una sanità funzionante a garantire la salute ai cittadini?

Se si prendono ad esempio alcune eccellenze del nostro paese, come i grandi centri a vocazione oncologica del Nord Italia, è impressionante vedere quanto brulichino di persone, tutte ordinate, numerate… e tutte ammalate. Qui sicuramente risulta evidente il grande progresso del Sistema sanitario, ma allo stesso tempo si nota la mole sempre più imponente di utenti. Nel campo dei tumori, se si volesse fare un bilancio tra l’oggettivo progresso della medicina nella diagnosi e nella cura – sempre più sofisticate e costose – e l’aumento degli ammalati e dei morti (Rapporto Aiom-Airtum 2018), ci si accorgerebbe che i conti non tornano.

La salute è un tema molto più complesso, e non è certo con qualche stratagemma organizzativo o legislativo che si riesce ad affrontare. Se ci si attiene alla definizione che ne dà l’Oms: “La sanità è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo in un’assenza di malattia o d’infermità. Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano […]”. Ma anche questa seppur nobile definizione è come se dimenticasse, non mettesse a fuoco con precisione il punto centrale della questione. La salute, e la vita in generale, sono manifestazioni, dati, i quali dipendono solo parzialmente dalla volontà e dall’attività dell’uomo.

Basti pensare a come non solo l’atto medico ma anche l’ambiente, l’alimentazione, lo stile di vita concorrano allo stato della nostra salute. Non è un caso infatti che questi elementi siano considerati le cause maggiori delle due più importanti malattie dell’epoca moderna: quelle cardiovascolari e quelle oncologiche [PSN 2011-2013].

Sarebbe opportuno ammettere anche dal punto di vista legislativo che la tutela della salute come diritto fondamentale non deve quindi riguardare appena la medicina, perché da sola risulta inadeguata in assenza soprattutto di una totale corresponsabilità delle persone.

Si è invece troppo abituati ad un atteggiamento di pretesa e deresponsabilizzazione. Nella mia esperienza di medico, durante le epidemie di influenza, sentivo frequentemente richieste paradossali del tipo: “Ho bisogno che tu mi guarisca in due giorni perché devo fare altro”. Se da un lato questo modo di pensare è umanamente comprensibile, dall’altro manca totalmente della consapevolezza di sé: delle condizioni che il proprio corpo impone, a volte anche piuttosto faticose. Spesso, invece che la necessaria autoregolazione, risulta più facile credere all’esistenza di un farmaco risolutore, o pretendere che il medico di medicina generale o lo specialista sistemino tutto nel minor tempo possibile.

Guardare in modo realistico alla propria salute può essere soltanto frutto di un’educazione, che generalmente oggi manca. Sicuramente questo passaggio era chiaro ai redattori della legge 833, tanto che il secondo articolo degli obiettivi è intitolato: “La formazione di una moderna coscienza sanitaria sulla base di un’adeguata educazione sanitaria del cittadino e delle comunità”.

Sta di fatto che questo articolo non è mai stato applicato nemmeno come tentativo. Il vuoto educativo però è stato ampiamente colmato e coloro che avevano intravisto la possibilità di enormi guadagni hanno fatto le loro mosse. “L’adeguata educazione sanitaria” è stata fatta attraverso l’informazione da riviste, giornali, programmi radio-televisivi ad elevato impatto e diffusione, fino a internet.

(1 – continua)

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