IL CASO VENETO/ Quei “pieni poteri” (federali) di Zaia (e Bonaccini)

- Stefano Bressani

Il risultato delle elezioni regionali in Veneto va forse al di là di ogni previsione. Luca Zaia sembra poi avere una sponda in Stefano Bonaccini

sondaggi politici
Luca Zaia, tre volte governatore del Veneto (LaPresse)

PLEBISCITO PER ZAIA ALLE ELEZIONI REGIONALI VENETO. Che superi o meno nel risultato finale il 75% dei consensi, Luca Zaia in Veneto è stato democraticamente investito di “pieni poteri” dai suoi elettori. Per quanto scontata nei polls, la sua seconda riconferma consecutiva a governatore resta uno degli esiti-chiave del weekend elettorale.  E non solo perché – in attesa di puntuale verifica statistica – si profila come una performance assoluta nella storia dei voti regionali. Lo è anche perché il primo partito in Veneto è la Lista Zaia (che ha potuto lanciare, superando il 40%), mentre la stessa Lega “nazionale” non è andata oltre il 15%.  Quanto comunque pesino politicamente nell’Italia di fine 2020 i poteri di super-governatori – quelli fortemente legittimati alle urne in regioni economicamente forti – è stato evidente nelle ore immediatamente precedenti il voto: su un terreno socialmente sensibile e visibile come la riapertura degli stadi di serie A.

Venerdì pomeriggio il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (rieletto nettamente a gennaio per il centrosinistra) ha decretato motu proprio che nella sua regione gli stadi si sarebbero riaperti per l’inizio del campionato, anche se con il limite di mille spettatori. Sabato mattina il leghista Zaia ha emesso un’ordinanza-fotocopia per il Veneto: sempre “in autonomia di fatto”. Accodatasi anche la Lombardia, il Governo ha dovuto inseguire in affanno e non ha potuto far altro che sottoscrivere a livello nazionale le decisioni già prese dalle Regioni del Nord: anzitutto da Emilia-Romagna e Veneto.

Il feeling fra Zaia e Bonaccini, ancora sette mesi fa, era inesistente e nessuno ci avrebbe scommesso per il futuro (a gennaio il governatore Pd aveva battuto quasi a contesa personale il leader leghista Matteo Salvini). È stato nei giorni drammatici di inizio epidemia-Covid che il Veneto ha pescato la carta giusta – l’approccio test-test-test del professor Andrea Crisanti – e l’Emilia-Romagna (duramente colpita come Lombardia e Piemonte) ha deciso di andarci dietro: con buoni risultati successivi nel contenimento del contagio. Ma non è stata una convergenza solo episodica, né solo radicata in una storica omogeneità socioeconomica fra le due regioni. Le stesse affinità riscontrabili a livello personale hanno di per sé importanti connotazioni politiche. 

Zaia e Bonaccini vantano entrambi lunghi curriculum politici, iniziati entrambi nelle vesti di giovani consiglieri comunali: l’esatto opposto di figure come il premier Giuseppe Conte o leader M5S Luigi Di Maio. E se il leghista trevigiano ha fatto palestra nazionale come ministro delle Politiche agricole, l’ex diessino modenese si è fatto largo fra incarichi di partito e ruoli amministrativi in uno degli storici hub politici italiani: quello di una regione un tempo dominata dal Pci, con un capoluogo culla nazionale della sinistra Dc. Se Veneto ed Emilia Romagna sono amministrate da mezzo secolo in chiave di relativa continuità sostanziale (e la  capacità di “buon governo” è sempre stata prerequisito fondamentale), Zaia è da sempre uno dei leader leghisti più moderati e fedeli a una visione federalista: distinto, comunque, dal Salvini sovranista e interprete di un “lepenismo” italiano.

Bonaccini stesso al giro di boa del secondo mandato ha imboccato una traiettoria specificatamente “moderata” e “federalista”. Il suo “no” al referendum M5S (in tandem con Romano Prodi) e soprattutto le sue riserve sempre più aperte sulle politiche assistenzialistiche e anti-industriali del Governo giallo-rosso hanno segnato un crescente distacco fra il governatore e la leadership attuale del Pd: tanto che Bonaccini è oggi considerato un serio candidato alla successione di Nicola Zingaretti, quando i dem terranno il loro congresso. 

Nel frattempo i due hanno in comune un dossier concreto e pesante: l’autonomia rafforzata per le regioni a statuto ordinario. Sia Veneto che Emilia sono da tre anni – assieme alla Lombardia – in trattative con il Governo (Gentiloni, Conte-1 e Conte-2). Zaia lo è peraltro a partire da una specifica legittimazione elettorale: quella di un referendum regionale tenuto nell’autunno 2017. E non è affatto un esercizio teorico confrontare i numeri dei due appuntamenti. 

Tre anni fa – chiamati alle urne per una sola giornata domenicale soltanto per un referendum consultivo regionale – il 57% degli elettori veneti si espresse quasi all’unanimità (98%) a supporto della richiesta di autonomia rafforzata per la loro regione. Domenica e ieri – in convocazione abbinata con il rinnovo del consiglio regionale – si è recato a votare poco più del 60% degli aventi diritto, che ha votato Sì in linea con l’esito nazionale. Anche a un’analisi grezza è evidente che una parte importante dell’elettorato regionale ha mantenuto la barra ferma: con Zaia a favore dell’autonomia rafforzata e contro il centralismo statalista (non contro la democrazia parlamentare, come nelle motivazioni populiste e antipolitiche di M5S: il cui candidato-governatore in Veneto ha raccolto meno del 3%). 

La controprova in Emilia – che ha avanzato al Governo richiesta di poteri speciali senza consultare gli elettori – non è possibile. È un dato, invece, che Bonaccini difficilmente sarebbe stato rieletto a Bologna senza lo schieramento di due liste civiche e senza la spinta delle cosiddette “Sardine”, movimento originato dai circoli prodiani emiliani.

Un Governo che prevedibilmente si autoproclamerà “stabilizzato” dal primo passaggio elettorale dopo la bufera-Covid difficilmente potrà eludere il confronto sull’autonomia: anzitutto con Zaia e Bonaccini, sulla faglia vera fra Nord e Sud. Un esecutivo che dovrà fare i conti anche con la spinta contrapposta di Vincenzo De Luca e Michele Emiliano (tutt’altro che alleati di Conte e integrati nella maggioranza giallo-rossa) non potrà non affrontare con i “governatori-partito” del Nord la destinazione e la gestione del Recovery Fund in Italia. E dovrà modulare attentamente l’uso della leva fiscale e ogni intento di riforma della tassazione.

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