IL CIRCOLO PICKWICK/ Lo sceneggiato “rivoluzionario” che rese popolare Gigi Proietti

- Ugo Baistrocchi

Ugo Gregoretti riscrisse il classico di Dickens e dovette ricorrere alla vulcanica bravura di un giovane attore che aveva scoperto un anno prima in un teatrino

circolopickwick proietti web1280 640x300 Il giovane Gigi Proietti nello sceneggiato "Il circolo Pickwick"

Buonasera, signori. Ci troviamo nella sede sociale del Circolo Pickwick, a Londra. È il 15 settembre 1937 e questa sera è riunita l’assemblea straordinaria dei soci per approvare un’importante iniziativa”. Comincia così uno dei più originali e divertenti sceneggiati (oggi si direbbe miniserie) della televisione italiana: Il circolo Pickwick. Non siamo nel 1837, ma è domenica 4 febbraio 1968 quando viene messo in onda, in prima serata, sul canale nazionale della Rai, il primo episodio de Il circolo Pickwick, e milioni di italiani ascoltano un sorridente Ugo Gregoretti, regista e autore con Luciano Codignola dell’adattamento in sei puntate del romanzo di Dickens, introdurre con quelle parole il primo episodio. Ma questa presentazione non avviene prima e fuori della trasmissione. Ugo Gregoretti, in giacca e cravatta, in abiti del XX secolo, è dentro lo sceneggiato, sulla soglia della sala assembleare del Circolo Pickwick, visibilmente affollata di persone in abiti ottocenteschi. Gregoretti ha un microfono in mano e rivolgendosi al pubblico prosegue nella sua introduzione: “La importante iniziativa che devono approvare questa sera è quella di autorizzare un gruppo di soci, capeggiato dallo stesso Pickwick, fondatore e presidente perpetuo del circolo, a compiere un viaggio di studi attraverso l’Inghilterra. … Ma forse è bene portare il microfono allo stesso signor Pickwick in modo che voi possiate sapere qualcosa di più preciso”.

E così gli stupiti spettatori dello sceneggiato della domenica si trovano a dover accettare non solo l’evidente anacronismo di vedere quello che ai loro occhi sembra essere un telecronista affermare di essere nel 1837, ma anche di assistere a un’intervista fatta dall’autore e regista a un personaggio della sua stessa opera di finzione. Nulla di particolarmente originale o innovativo per uno spettatore di oggi, abituato a decodificare messe in scena ben più complesse, ma, rispetto ai tradizionali sceneggiati ai quali era abituato il pubblico televisivo degli anni ’60, si trattava di una vera e propria rivoluzione. L’esperimento di Gregoretti fu addirittura considerato una dissacrazione di un classico, un’operazione quasi eversiva. E in realtà quello sceneggiato rivoluzionario (e volutamente provocatorio) lo era. Ricordiamoci che siamo nel febbraio del 1968, l’anno delle rivolte studentesche, e che che la messa in onda delle ultime due puntate avvenne, il 3 e il 10 marzo, subito dopo la famosa battaglia di Valle Giulia, tra studenti e polizia, alla facoltà di architettura a Roma. E sicuramente anche l’opera di Gregoretti è uno dei frutti di quegli anni di grandi cambiamenti e rappresenta un documento significativo di come si cercasse di fare televisione in modo nuovo e diverso.

Oltre agli anacronismi e alla presenza del regista/telecronista che introduce ogni puntata, riassumendo quelle precedenti e intervistando, in scena, i personaggi presenti, sono tante le novità rispetto ai paludati sceneggiati di quegli anni. Sono moltissime le scene in esterni, veri e propri inserti cinematografici, opera di Dario di Palma. Le scenografie di Carlo Cesarini da Senigallia ricostruiscono un’Inghilterra ottocentesca, con grande accuratezza e dispendio di mezzi, e Danilo Donati si occupa degli splendidi costumi. Mal e i Primitives, un cantante e un complesso allora famosissimi, interpretano un blues nella prigione in cui viene incarcerato per debiti Samuel Pickwick. Il cast è strepitoso e in ogni puntata vi sono delle guest star interpretate in maniera dissacrante e volutamente sopra le righe da alcuni dei migliori attori dell’epoca o da personaggi famosi. Nella terza puntata, per esempio, c’è addirittura il regista Marco Ferreri, che all’epoca sta dirigendo il mitico Dillinger è morto, che interpreta il cattivissimo e buffissimo Boldwing, un proprietario terriero che, quando scopre Picwick addormentato su una carriola su un terreno di sua proprietà, lo rinchiude in un recinto con asini e vacche sequestrate ai contadini.

Tutti gli interpreti dei quattro gentiluomini in viaggio d’istruzione nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale sono perfetti. Mario Pisu, con la sua presenza fisica, l’ironia dei modi e una delle più belle voci del cinema italiano è un perfetto e credibile Pickwick. Leopoldo Trieste, attore felliniano (Lo sceicco bianco, I vitelloni) ma anche di Germi (Divorzio all’italiana), è il poetastro Snodgrass. Il fanfarone, presunto sportivo e cacciatore, Winkle è interpretato da Gigi Ballista, dal profilo e dalla voce inconfondibili. Guido Alberti, industriale che produceva il liquore Strega e attore per diletto, è credibilissimo come il ridicolo tombeur des femmes Tupman.

Ma la vera scoperta di Gregoretti, l’asso nella manica, l’attore che chi ha visto lo sceneggiato all’epoca non si è più potuto dimenticare fin dalla prima scena, è Gigi Proietti, che interpreta la parte di Alfred Jingle. Si tratta di uno dei tanti personaggi presenti nelle quasi mille pagine del romanzo di Dickens, ma il regista nel suo adattamento rende Jingle il deuteragonista, il vilain, il cattivo della storia, l’antagonista di Pickwick.

Nella seconda scena del primo episodio, che si svolge tutta in esterni (Gregoretti fin dall’inizio vuole distinguersi dai vecchi sceneggiati nei quali anche gli esterni erano girati in studio), Pickwick e i suoi tre compagni di avventura devono affrontare un vetturino inferocito e i suoi colleghi, convinti che Pickwick sia una spia (perché trascrive su un taccuino tutte le sciocchezze che il vetturino, prendendolo in giro, gli racconta). Un uomo dalla voce autorevole riesce a prendere il controllo della situazione, a sedare gli animi, e accompagna i 4 gentiluomini alla diligenza diretta a Canterbury, capitale del Kent, sulla quale sale anche lui. Questo Jingle si presenta come “Alfred Jingle esquire“, cioè gentiluomo, ma è un ciarlatano logorroico che dice di conoscere tutti e di sapere tutto. In realtà si scoprirà essere un attorucolo che interpreta e dirige improbabili versioni dell’Otello messe in scena per le truppe e interpretate da soldati in vesti femminili, tra i quali Gianni Magni, Desdemona con i baffi, ed Erminio Spalla, ex-pugile, a fare Emilia la moglie di Iago. È anche un cacciatore di dote. Fuggirà con Rachele, l’anziana sorella di Wardle, un possidente conosciuto da Pickwick, e, rintracciato, chiederà una consistente somma in denaro per lasciarla. Sedurrà nella quarta puntata anche la figlia del sindaco e magistrato di Ipswich, che è Tino Buazzelli, uno dei più importanti attori teatrali italiani, interprete in tv del personaggio di Nero Wolfe.

Per ricoprire il ruolo di Jingle ci voleva un attore in grado di impersonare l’eloquio torrenziale e ininterrotto di chiacchiere, storielle, battute, insulti a mezza bicca e canzoncine di Jingle e di dare corpo all’altrettanto complessa gestualità e mimica del personaggio. Indimenticabile il gioco con gli indici delle mani che Jingle/Proietti fa per attirare l’attenzione e conquistare le donne, che ridono come matte mentre lui, compiaciuto, chiede retoricamente “Piace? Piace“. È sintomatico del personaggio questo gioco di mani perché non ci vuole nessuna abilita a farlo, ma è geniale Proietti nella sua interpretazione, in grado di indurre non solo i personaggi nello sceneggiato, ma anche gli spettatori a vedere come uno straordinario gioco di destrezza un semplice agitarsi di indici.

È Giampaolo Sodano, già direttore di Rai 2, oggi coltivatore di olivi e produttore di olio, a raccontare nel suo blog come avvenne la scoperta fortunata di Proietti da parte di Gregoretti. Sodano, nel 1966, dopo essere stato assunto in Rai come funzionario, vincitore di un concorso pubblico, va a vedere con un amico uno spettacolo teatrale in uno scantinato vicino a piazza Mazzini a Roma, dove aveva sede il Teatro dei 101, un gruppo sperimentale diretto da Antonio Calenda, in cui si rappresentava un testo di Corrado Augias “Direzione Memorie” con un attore protagonista, il venticinquenne Gigi Proietti e, dopo lo spettacolo, si ferma a parlare con l’attore, che ritiene straordinario. Nel 1967, quando Gregoretti riesce a convincere la Rai a realizzare Pickwick, affidandogli la regia dello sceneggiato, Sodano viene incaricato di dirigere la produzione. Il regista gli chiede di cercare un attore in grado di interpretare il ruolo impossibile di Jingle e Sodano lo porta a vedere Gigi Proietti che recitava “Il desiderio preso per la coda” di Pablo Picasso, sempre al Teatro dei 101. Per Gregoretti fu un colpo di fulmine e alla fine dello spettacolo propose a Proietti di essere Jingle .

Gigi Proietti aveva 26 anni nel 1967, quando vennero effettuate le riprese del Circolo Pickwick, ed era un attore teatrale noto nell’ambiente ma sconosciuto al grande pubblico. Nel 1964 aveva interpretato una brevissima parte, il generale Moureau, ne I grandi camaleonti, uno sceneggiato che assieme al prequel (si direbbe oggi) I giacobini raccontava la Rivoluzione francese e l’epopea napoleonica, ma nessuno si era accorto di lui.

Jingle lo rese invece immediatamente popolare. Oggi è difficile da comprendere che all’epoca c’erano solo due canali televisivi, in bianco e nero, e la visione degli sceneggiati era condivisa da intere famiglie e da decine di milioni di persone. Chi scrive allora frequentava la prima liceo e lui e i suoi compagni di scuola il giorno dopo il primo episodio facevano tutti con le dita lo stupido gioco con gli indici di Jingle, chiedendo “Piace? Piace?” e cantando la ballata di Pickwick della sigla finale:

Là nella vecchia Inghilterra

Nelle campagne del Sud

Se non c’è tè non importa

Si mangia lardo, quaglie e monton-ton-ton-ton

Tonno/ spesso / oche/ poche

Però quelle poche innaffiato con gin

Gia, perché la divertentissima sigla finale era una canzona sincopata, scritta e interpretata da par suo da Gigi Proietti accompagnato alla chitarra da un fantastico Lucio Battisti, già autore di canzoni famose ma non ancora famoso. E il ritornello con la voce beffarda di Proietti (Pickwick /Tupman/Snodgrass/Winkle and Jingle/ Rachele sorella di Wardle) ancora risuona nelle orecchie di chi lo ascoltò all’epoca.

Il sempre godibilissimo, anche iggi, sceneggiato di Gregoretti, prima grande interpretazione di Gigi Proietti, può essere visto integralmente e comodamente sulla piattaforma online Raiplay.





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