SOS MIGRANTI/ Le critiche al muro di Orban, il silenzio sulle botte di Cameron

- Luca Volontè

Il piano europeo sull’immigrazione, discusso e approvato in linea teorica nel giugno scorso, non ha portato alcun frutto. Intanto proseguono incessanti gli sbarchi. Cosa fare? LUCA VOLONTÈ

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Foto Infophoto

L’estate è giovane si diceva nella mia giovane età, tuttavia proprio della spensierata giovinezza dell’Europa pare non interessarsi nessuno. In questi ultimi giorni sono accaduti fatti da far raccapricciare. L’opportunità o il problema dell’immigrazione non solo continua a colorire i dibattiti televisivi italiani e chiunque chieda buonsenso, cioè soccorso in mare ai disperati, accoglienza per i rifugiati e rimpatrio per i clandestini viene scambiato per un “senza cuore”. L’accoglienza e la generosità non è identificabile con il “buonismo sbracato”, nè si può più fingere che l’esodo che ci troviamo di fronte sia un semplice fenomeno stagionale. Il piano europeo, discusso e approvato in linea teorica nel giugno scorso, non ha portato nessun frutto. Né riduzione del fenomeno, né arresti dei mercanti di schiavi, nemmeno migliori condizioni per i disperati o riduzione delle morti in mare.

Eppure non ci perdiamo d’animo nel criticare il muro di Ungheria, cioè quella rete con filo spinato che il governo Orban sta costruendo dopo aver visto 100mila immigrati clandestini attraversare il proprio confine nell’ultimo anno. Dagli al “tiranno”! Viene da chiedersi come mai ciò che si deve impedire a Budapest si sia già costruito a Calais o sul confine inglese, appena “fuori dal tunnel” della Manica. E’ una Europa (e relativi padroni dei mass media) certo di manica larga con gli anglo-francesi, i quali per duemila disperati che tentano di attraversare il confine non solo ricevono 40 milioni di euro, ma spendono questi soldi solo per rinforzare i “tre livelli” di barriere e fili spinati che dividono l’accesso al tunnel. Ovviamente, in questo caso non si sono mossi né la Commissione, né gli organismi internazionali a sanzionare o redarguire i paesi. Manica larga, doppi standard o semplice sbadataggine giovanilistica europea?

Fatto sta che Italia e Grecia, noi via mare da sud e la Grecia sia da sud che da est (Turchia), stanno subendo e fronteggiando solitariamente un fenomeno epocale che, pur previsto 15 anni orsono, non abbiamo voluto governare per il nostro bene e il bene delle popolazioni interessate. Infatti l’allora commissario europeo portoghese all’immigrazione Antonio Vitorino aveva predisposto un piano di azione della durata di 10-15 anni attraverso il quale sviluppo, cooperazione e collaborazione tra Europa, Paesi costieri e sub sahariani avrebbe portato più sviluppo economico e più investimenti tra imprese e società civile. Perché non si attuò né si diede seguito a queste lungimiranti idee rimane un tragico mistero legato al passato; invece le ragioni per le quali non si riprenda e aggiorni quel progetto oggi si deve ascrivere alle giovanilistiche irresponsabilità europee.

I criteri di omogeneità religiosa dei migranti, prossimità culturale, reciprocità nel rispetto della libertà religiosa, promossi vent’anni fa nel dibattito sociale e civile italiano ed europeo da Pastori illuminati della Chiesa cattolica e laici benpensanti, non vennero nemmeno presi in considerazione e marchiati con l’infamante giudizio di “discriminatori”. 

Forse se fossero stati attuati per tempo, oggi qualche forma di pregiudizio e populismo non avrebbe preso piede nei paesi europei. Oggi riconsiderare quei criteri non sarebbe giusto e corretto, visti i milioni di cristiani che scappano dai tagliagole dell’Isis e di Boko Haram in Medio Oriente e in Africa? Alleggeriremmo la pressione sul confine turco e i campi profughi di cui la Turchia si sta prendendo cura e dimostreremmo concretamente cosa significa accoglienza e generosità.

Certamente, grazie all’asse anglo-francese e americano, i Paesi della costa sud del Mediterraneo hanno cambiato il loro volto (tranne e grazie al cielo l’Algeria e il Marocco) e lo hanno cambiato non sempre in meglio. I diritti umani non erano rispettati ieri, lo sono ancor meno oggi quando la schiavitù e il terrorismo imporrebbero con più ragioni una “responsabilità a proteggere”.

Però oggi si devono fronteggiare i duemila schiavi di Calais, trattati e ridotti in schiavitù da altisonanti e violenti gendarmi e bobbies di democrazie incriticabili. Siamo figli di indecisioni paradossali e ci troviamo a prendere decisioni nuovamente paradossali. Dopo gli appelli del Papa — offeso e strumentalizzato politicamente — ad evitare nuove guerre, cosa aspetta la saggia lungimiranza italiana a fare un passo avanti, con le eccellenze della Farnesina e di Lady Pesc, e a spingere l’Europa sulla strada della saggia strada della concretezza e della lungimiranza?

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