DIETRO LE QUINTE/ I nomi (e i soldi) di chi usa i migranti per fare un “golpe” in Macedonia

- Luca Volontè

In Macedonia, lo stato che sta fronteggiando l’ondata migratoria diretta in Europa, qualcuno fianzia una “rivoluzione colorata” per impedire libere elezioni. LUCA VOLONTE’

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Migranti bloccati in Macedonia (Infophoto)

I Balcani sono diventati una regione cruciale nella crisi dei rifugiati che sta mettendo in pericolo la stabilità e la sicurezza europea. L’ondata di profughi ha superato un milione l’anno scorso ed è improbabile che diminuisca, nonostante l’accordo raggiunto dalla Ue con la Turchia il 18 marzo scorso.

La penisola balcanica montuosa gioca un ruolo chiave. E’ sia una barriera naturale, sia un posto di blocco e controllo. Per gestire lo tsunami dei rifugiati, l’Occidente ha bisogno che i paesi del Sud Europa rimangano stabili, sicuri e cooperativi. 

Purtroppo, però, le relazioni tra quegli stessi paesi, come nel caso della Macedonia e della Grecia, non sono mai state eccellenti.

La Macedonia deve sopportare un onere impossibile. E’ un paese piuttosto piccolo, con soli 2,1 milioni di abitanti e tuttavia ha sinora svolto una azione egregia, “processando” 750mila migranti nel solo 2015. Per avere un’idea, la Macedonia ha verificato un numero di migranti che sarebbe — in proporzione — pari a quello che negli Usa sarebbero stati 10 milioni di persone. 

L’Occidente, tra cui gli Stati Uniti, ma soprattutto l’Unione europea, non dovrebbe aspettare che questa “crisi” e le “proteste” (indotte dall’esterno e dall’estero) che si stanno svolgendo a Skopje possano impedire lo svolgimento delle elezioni politiche e parlamentari. L’Occidente non può permettersi che l’intera Macedonia diventi una zona franca, né un “buco nero” per l’immigrazione e i suoi “sponsor”. 

C’è una lotta politica interna in corso in Macedonia a cui si comincia a guardare, da parte di alcuni media occidentali, come a una “rivoluzione colorata”, sostenuta indirettamente dalla Ue e dagli Stati Uniti.

Sostenute dal governo degli Stati Uniti, da alcune Ong della sinistra americana e da ricchi donatori, le rivoluzioni colorate, come anche la primavera araba, non sempre hanno portato né democrazia, né maggiore rispetto dei diritti umani nei paesi in cui sono avvenute. Incoraggiarne o permetterne altre nei Balcani, nel bel mezzo della crisi umanitaria dei migranti, sarebbe una catastrofe, oltre ad un’ingiustizia incomprensibile. Nessuno, per nessuna ragione geopolitica, può permettersi di regalare un altro paese di confine europeo, dopo l’Ucraina, all’instabilità permanente, né a poteri finanziari occulti. 

Diversi tra gli attivisti di sinistra e le organizzazioni anarchiche che hanno avuto parte alle proteste violente, per esempio, dello scorso 13 aprile sera sono finanziati direttamente e indirettamente dalle organizzazioni legate alla Open Society di George Soros. E’ noto infatti che Soros ha da anni promosso le migrazioni incontrollate in Europa e recentemente è stato accusato per questo dal regista serbo Emir Kusturica in un’intervista ad Euronews.

Uno dei leader della protesta sostenuta dalle organizzazioni di Soros è Zdravko Saveski, un attivista marxista e radicale dell’organizzazione Levica (La Sinistra). Infatti uno dei principali media di Soros, Radio Free Europe/Radio Liberty, da sempre concede ampio spazio e promuove esplicitamente l’organizzazione di Saveski, invitandolo anche come unico commentatore politico delle vicende interne macedoni.

A seguito delle proteste che nello scorso aprile portarono all’incendio dell’ufficio del presidente della Repubblica Ivanov, lo stesso Saveski si vantava di essere uno degli incendiari e violenti protagonisti dell’assalto, scrivendo sul proprio profilo Facebook: “Ho partecipato alla demolizione dell’ufficio della felce (nome dispregiativo per indicare il presidente della Repubblica Ivanov). Sono orgoglioso di averlo fatto”. Un altro attivista dello stesso gruppo di sinistra, Branimir Jovanovic, è stato uno dei 12 arrestati dalla polizia per le proteste, anche lui uno degli ospiti di punta ed editorialista di diversi programmi dei mass-media di Soros in Macedonia, il sito di informazioni on-line Prizma. Un altro attivista che ha partecipato alle proteste è Jordan Sisovski. Lavora per l’Istituto di Scienze sociali e umanistiche di Skopje, che riceve una quota importante dei suoi finanziamenti da Soros e Usaid.

Uno dei più grandi gruppi che sostiene le proteste violente è Opposizione Civile, il cui obiettivo primario dovrebbe essere quello di agire per la trasparenza elettorale, tipo Watch-dog, mentre invece si comporta in modo apertamente partigiano. Appoggia le opposizioni con l’obiettivo dichiarato che non si celebrino le elezioni in Macedonia il prossimo giugno. 

Tutto questo nasce dal fatto che il partito della sinistra macedone (Partito Social democratico) e il suo leader, Zoran Zaev, sono stati sconfitti in una serie di elezioni e sono ancora molto impopolari. Invece di affrontare gli elettori, Zaev e il suo partito stanno inseguendo una rivoluzione colorata, portando sostenitori nelle strade e impegnandosi nella violenza. 

Già nel 2015, a seguito di proteste e violenze, l’Unione europea era intervenuta e aveva mediato tra le parti politiche, sino alla decisione comune (accordo di Pržino) di svolgere le elezioni il prossimo 24 aprile. Dopo pressioni da parte di Zaev, tale data è stata spostata al 5 giugno. Ora Zaev sta cercando di ritardare ulteriormente le elezioni in Macedonia e, in base al copione, promuove proteste di piazza e violenze.

Il leader più popolare in Macedonia è l’ex — e probabilmente il futuro — primo ministro Nikola Gruevski. Sotto la sua guida il paese ha dimostrato una crescita economica impressionante, che vanta nel 2015 il più alto aumento del Pil nei Balcani: 3,7 per cento. Ogni parametro sociale, sanitario e di istruzione è migliorato considerevolmente, i dati World Bank sono chiari

Il partito di Gruesvski, filo-occidentale Vmro Dpmne (Democrazia cristiana) è popolare e ha profonde radici storiche nel periodo pre-comunista ed in ogni indagine di previsione elettorale si attesta al primo posto, ben oltre le forze di opposizione. Anche il partito di etnia albanese sostiene l’urgente necessità di andare alle elezioni. Questo è il punto di intesa fondamentale per la pace etnica in Macedonia tra la sua maggioranza cristiana ortodossa e la minoranza musulmana albanese. 

Il Governo viene accusato di essere corrotto o di “coprire i corrotti”. Mentre molto deve essere ancora fatto per combattere la corruzione, i punteggi Transparency International per la Macedonia sono migliori di quelli dei paesi della regione: Bulgaria, Turchia, Albania e Kosovo tutti hanno una valutazione ben peggiore.

Come ha recentemente scritto, nel suo brillante articolo, Ariel Coen sul WorldPost lo scorso 20 aprile, “ci vuole tempo per attuare le riforme e l’impazienza è un cattivo consigliere, autolesionista e pericoloso — come sarà la negligenza dei problemi della Macedonia, sia esterni che interni, per l’Ue e gli Stati Uniti nelle attuali circostanze. Washington e Bruxelles dovrebbero ottenere dalla Grecia un diverso comportamento e confermare il 5 giugno la data delle elezioni… L’Occidente non può più permettersi più alcun “cigno nero”, soprattutto non nei Balcani”.

Governare il fenomeno migratorio è un dovere per l’Europa, così come accogliere i rifugiati e dimostrare attraverso gesti concreti i valori europei. Ma non è più il tempo di rivoluzioni destabilizzanti e colpi di Stato antidemocratici e pericolosissimi. L’Europa rispetti e aiuti la Macedonia, la nostra prima linea di confine non può cadere nel caos, né diventare banco di prova di interessi geopolitici ed economici destabilizzanti per il continente. Le elezioni democratiche si devono tenere nella data fissata del prossimo giugno, e la sinistra e i potentati economici non possono abolire le elezioni solo perché le perderanno. Non c’è in gioco la seppur importante stabilità della Macedonia e dei Balcani, c’è in gioco la regola prima della democrazia e della serietà europea, e questo sembra aver capito almeno il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che al Guardian ha riconosciuto l’importanza dei Balcani, della loro stabilità e del coraggio del Governo macedone, dicendo che pur esistendo difficoltà nel lavoro con i paesi dell’area, “i prossimi mesi richiedono da parte nostra ancor più sostegno a quei paesi… la cooperazione con i paesi dei Balcani e con la Macedonia non è semplice. Ma la leadership politica attuale è pronta a prendere decisioni difficili e fronteggiare la ostilità della opinione pubblica interna”.

Confidiamo che la stessa amministrazione Obama segua la linea europea; il governo macedone e il popolo della Macedonia chiedono solo il rispetto della democrazia, della volontà popolare e del sogno europeo.

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