CRISI/ Il modello americano arranca, ma l’Europa non può esultare

- Augusto Lodolini

Come nota AUGUSTO LODOLINI, diventa sempre più stucchevole, di fronte all’attuale immane crisi, il revanchismo dei sostenitori del “modello europeo”

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Diventa sempre più stucchevole, di fronte all’attuale immane crisi, il revanchismo dei sostenitori del “modello europeo”, che sembrerebbero volersi rifare di umiliazioni del passato, denotando un accentuato complesso di inferiorità.

 

È sotto gli occhi di tutti come la crisi abbia spalancato gli armadi del modello americano, facendo venir fuori numerosi e ingombranti scheletri, riconducibili a un unico fattore di fondo: gli americani vivevano al di sopra delle proprie possibilità. Come per le famiglie, anche per gli Stati viene il momento in cui i debiti devono essere pagati.

Il punto è che questa situazione non si è creata ieri ed era a conoscenza di tutti: la propensione al risparmio americana, di fatto, era vicina allo zero se non addirittura negativa, e gli Stati Uniti riversavano i loro debiti sul resto del mondo. Il problema e la pericolosità dei cosiddetti twin deficit, cioè di contemporanei, e considerevoli, deficit pubblico e disavanzo della bilancia delle partite correnti, cioè il saldo import/export di beni e servizi, è sul tavolo di governanti ed economisti da anni.

In altre parole, era noto a tutti che la situazione era esplosiva e che sarebbe bastato un fiammifero, e di fiammiferi accesi ne sono arrivati almeno due: i mutui subprime e la giungla dei derivati, che tossici erano anche prima di essere chiamati così. Perché allora nessuno si è mosso per tempo? Perché, per dirla con Gilberto Govi, «c’avevano tutti la loro conveniensa».

A debito quanto si vuole, ma gli americani vivevano bene e nessun politico americano, di nessun schieramento, si è sentito di rompere il sogno chiedendo di stringere la cinghia, nonostante due guerre in corso, perché la crescita del benessere aiutava a dimenticare i soldati morti. Né si poteva pretendere una presa di coscienza dei semplici cittadini, che venivano invece invogliati a indebitarsi da banche e istituzioni finanziarie, i cui manager pensavano di aver trovato l’Eldorado, non a torto dal loro punto di vista, dato che i soldi fatti in questo modo sono ancora nelle loro tasche.

Né avevano da lamentarsi i paesi asiatici, in primis la Cina, che dal gioco avevano tutto da guadagnare, con incrementi sbalorditivi del loro Pil, o i signori del petrolio e del gas, i cui fondi sovrani erano molto contenti di entrare in questo apparente Bengodi. Tanto il petrolio sarebbe arrivato a 200 dollari al barile, e questo non lo dicevano gli speculatori di Wall Street, ma russi ed emiri arabi, più i soliti economisti. Tutti costoro adesso si trovano in un mare di guai, con i consumi americani in continua riduzione, i tassi bassissimi, il petrolio a poco più di 40 dollari.

Anche l’Europa sta tutto sommato aspettando che riparta la macchina americana per agganciarvisi, come sempre in passato. Infatti, anche l’Europa non se la sta passando bene, e non tutto ha origine negli Stati Uniti. Lasciamo pur perdere la “americanizzata” Gran Bretagna, prendiamo la Germania, quel modello “renano” considerato agli antipodi di quello anglosassone. Beh, non si può dire che la “locomotiva tedesca” stia andando a grande velocità e il suo sistema bancario si sta rivelando quella foresta pietrificata che tutti conoscevano, ma di cui non si poteva dire. Non è un caso che la banca italiana più in difficoltà, Unicredit, debba parecchio della sua situazione all’acquisto di una grande banca tedesca e della sua succursale austriaca.

Anche la Germania ha scaricato all’esterno i suoi debiti, facendo pagare al resto della Comunità Europea una parte dei costi della sua, peraltro doverosa, riunificazione, imponendo un euro e una Banca Centrale a immagine e somiglianza del marco e della Bundesbank. Ora però sembra pronta a continuare per conto suo, là dove le convenga: l’ultimo caso è il rifiuto a un aiuto globale all’Europa dell’Est, fatto che sarebbe invece essenziale non solo per l’UE (si veda l’articolo di Pelanda), ma anche per la stabilità economica e sociale di tutta l’area europea.

Tra i paesi che se la passano male, non vi è solo l’anglossassone Irlanda, ma anche la Spagna, la Grecia e la già citata Austria. Tutta colpa di Wall Street? O di un’Europa che, al di là di tronituanti proclami sui suoi modelli e sull’euro, non è riuscita a costruire una propria forza economica autonoma? A proposito, sarebbe bello se qualche esperto ci spiegasse come mai il dollaro dell’agonizzante America ha ripreso così forza sull’euro della fortissima Europa.

Anche l’Italia non si sottrae al dibattito. Il nostro modello di sviluppo ha indubbi e innumerevoli pregi, più volte autorevolmente dimostrati su questo giornale. Tuttavia, le fragilità strutturali, le carenze infrastrutturali, l’incapacità di costituire un vero ed efficiente sistema-paese sono sotto gli occhi di tutti noi. Anche di fronte alla gravità della situazione, la nostra classe politica ha la stessa capacità di unione di intenti dei polli di Renzo.

Il nostro sistema sembra più solido di altri, ma ciò nonostante le nostre imprese hanno problemi di accesso al credito simili a quelli che di sistemi bancari ben più sconquassati; anzi, le Pmi forse ancor maggiori, al di là di certa retorica sulle banche radicate sul territorio.

Ci stiamo riconfermando la tartaruga d’Europa e se le distanze si accorciano è perché gli altri si sono fermati o stanno arretrando. Quando, prima o poi, la corsa ripartirà, noi cosa faremo? Forse val la pena di porci il problema fin da ora.

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