LIBIA/ Gli affari, gli interessi, il fattore Cina: quale futuro per le imprese italiane?

- Augusto Lodolini

Lo scenario libico è in evoluzione, e il futuro delle aziende italiane presenti nel Paese dipende, tra gli altri fattori, da chi succederà a Gheddafi

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Foto Ansa

Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sull’importanza per l’Italia di ciò che sta avvenendo in Libia, sarebbe bastato l’andamento di Piazza Affari a toglierlo, un andamento decisamente peggiore di quello, comunque negativo, delle altre Borse europee. I titoli ovviamente più bersagliati sono quelli con diretti interessi in Libia, in testa Eni e Unicredit, ma i rapporti tra i due Paesi sono talmente ampi da rendere l’onda libica molto lunga, mettendo  buona parte del listino sotto pressione.

Di fronte al propagarsi dei tumulti e delle rivolte nei vari Paesi arabi del Maghreb e del Medio Oriente, si poteva pensare che la Libia, sotto il ferreo regime di Gheddafi, potesse forse essere toccata solo marginalmente. Invece si è rivelata improvvisamente tutta la debolezza di un regime di tipo familiare, dinastico, che, a differenza dell’Egitto e della Tunisia, sembrerebbe non consentire altri sbocchi che il caos. Anche l’esercito, così importante in altri Stati dell’area come elemento stabilizzatore, seppure autoritario, sembrerebbe essere qui una delle parti in causa piuttosto che un possibile elemento di appoggio alla transizione.

Il nostro Paese è completamente immerso in questo scenario caotico, in cui è molto difficile ogni analisi, figurarsi quindi il delineare delle prospettive. Anche perché il coinvolgimento dell’Italia si sviluppa su tre livelli interconnessi. Il primo è quello politico, dopo la firma nel 2008 del Trattato di cooperazione e amicizia italo-libico che, con la promessa di pagamento da parte italiana di 5 miliardi di dollari in vent’anni come risarcimento dei danni derivanti dalla nostra occupazione della Libia, ha almeno formalmente chiuso il contenzioso tra i due Stati.

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La contropartita economica rappresenta il secondo livello, con investimenti notevoli da parte di imprese italiane, in prima fila ovviamente Eni, che rappresenta la maggiore compagnia petrolifera in Libia e per la quale il petrolio libico è parte non indifferente della sua produzione. Altre grandi imprese operano nella Jamāhīriyya, come Snam Progetti, Saipem, Edison, Technimont,Telecom, Finmeccanica, Sirti, Impregilo, Iveco, Techint, per citarne alcune.

 

Accanto a questi grandi gruppi cominciava ad espandersi anche la presenza di PMI italiane, con la importazione libica di macchine utensili e i numerosi progetti nell’edilizia e nelle infrastrutture. Importante stava anche diventando la partecipazione italiana alla formazione professionale di personale libico. Il terzo livello è dato dalle partecipazione delle finanziarie libiche in aziende italiane, tra cui spiccano il più del 7% in Unicredit e quella, pur ben diversa, nella Juventus, cui si aggiungono  quote non secondarie per esempio in Retelit e nella tessile Olcese.

 

Tutto a rischio come farebbe pensare l’andamento di Borsa? Nel breve termine, i pericoli sono gravissimi, perché i disordini, o addirittura la minacciata guerra civile, mettono a repentaglio i nostri investimenti nel Paese e, di conseguenza, i bilanci delle imprese coinvolte. Ma la nostra economia è minacciata anche per un altro verso, e cioè dalla probabile nuova ondata di profughi, questa volta non solo dall’africa subsahariana, ma anche dalla Libia stessa. Se sono chiari i risvolti umanitari e di ordine pubblico, non deve essere dimenticato l’impatto negativo sulla nostra già non fiorente economia.

 

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Sul medio termine, tutto dipende da chi sostituirà Gheddafi al potere, se tale sostituzione avverrà, come al momento sembra probabile. Lo scenario peggiore è ovviamente quello di una presa di potere da parte dei fondamentalisti islamici, magari in una Libia frammentata in vari staterelli. In questo caso la Libia dovrebbe essere considerata persa per parecchio tempo.

 

Altre soluzioni alla situazione potrebbero essere meno drammatiche. Qualunque governo futuro avrà sempre bisogno di estrarre e vendere petrolio e gas, praticamente uniche risorse del Paese. Così come dovrà rimettere mano a un programma di ammodernamento e di consolidamento della struttura economica, e conseguente aumento della qualità di vita anche per chi non fa parte dell’oligarchia, se vorrà evitare altre rivolte.

 

Il problema è se a quel momento l’Italia e le sue imprese continueranno ad avere il ruolo protagonista che hanno ultimamente avuto con Gheddafi. Il nostro Paese potrebbe essere accusato di “connivenza” con il passato regime, anche se altri Stati sono ben presenti in Libia, e i concorrenti sarebbero in tal caso pronti a sostituirci. Cominciando a scalzare l’Eni e le nostre imprese impegnate nella costruzione di infrastrutture.

 

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  – Il pericolo maggiore potrebbe venire dalla Cina, già ben presente negli scambi commerciali con la Libia e con una ormai lunga esperienza di utilizzo dell’industria petrolifera e delle infrastrutture come strumento di penetrazione in gran parte del continente africano. Non possiamo tuttavia fidarci più che tanto neppure degli altri Paesi europei, per esempio per quanto riguarda i progetti di Finmeccanica nel comparto aeronautico e degli armamenti.

 

C’è da augurarsi che una volta tanto il cosiddetto sistema-paese, tradizionalmente assente nella nostra esperienza, questa volta si attivi e classe politica, maggioranza e minoranza, mezzi di comunicazione, chiunque ne sia proprietario, e apparato industriale si muovano all’unisono in difesa degli interessi nazionali, cioè di tutti. E che per un po’ mettano da parte la marocchina Ruby per occuparsi del libico Gheddafi e di chi gli succederà.

 

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