GEO-FINANZA/ (Ri)scoppia la guerra del petrolio

- Augusto Lodolini

AUGUSTO LODOLINI commenta la decisone dell’Arabia Saudita di abbassare i prezzi del petrolio destinati agli Usa, nuovi concorrenti, e i suoi risvolti anche sullo scenario geopolitico

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Trivelle (Infophoto)

Lunedì scorso, l’Arabia Saudita ha comunicato il listino prezzi per dicembre del suo petrolio, con una novità sorprendente: mentre ha alzato i prezzi per le consegne in Oriente e in Europa, li ha diminuiti per quanto riguarda gli Stati Uniti. Difficile non vedere un segnale politico in questa decisione, tanto più che la notizia è stata data il giorno prima delle elezioni negli Usa.

Com’è ormai noto, gli Stati Uniti sono diventati un importante produttore di gas e petrolio ottenuti da scisti con la tecnica del fracking, raggiungendo una sostanziale indipendenza energetica e minacciando di diventare forti esportatori. Infatti, i produttori locali stanno insistendo perché vengano eliminate le restrizioni di legge in proposito, anche per la costante crescita degli stock nazionali. La mossa saudita ha spinto il prezzo del petrolio sul mercato americano sotto gli 80 dollari al barile, coinvolgendo anche il più quotato Brent, che è sceso verso gli 82.

Gli 80 dollari sono una specie di “linea rossa” varcata la quale molti Paesi corrono rischi notevoli nel mantenimento delle proprie finanze e la stessa industria dello shale oil, il petrolio da scisto, diventa molto meno competitiva e si parla di circa un terzo della produzione che non sarebbe più conveniente, con molti produttori che rischierebbero la bancarotta, essendo buona parte degli investimenti con capitale a debito.

Per il momento, le esportazioni statunitensi sono ancora limitate e, per converso, sono ormai non molto significative le esportazioni saudite negli Usa, ma il segnale è chiaro per il futuro: l’Arabia Saudita è disposta ad accettare di perdere il mercato Usa, ma non a subire la concorrenza americana sugli altri mercati. Una concorrenza che sarebbe particolarmente dannosa in un periodo in cui i consumi petroliferi sono in calo, data la generale recessione.

Il prossimo 27 novembre si riunirà l’Opec, i cui 12 membri coprono circa il 40% della produzione mondiale di petrolio, per discutere dell’eventuale riduzione delle quantità prodotte per sostenere i prezzi. L’esito della riunione si prospetta incerto, poiché gli Stati del Golfo tendono a mantenere gli attuali livelli, avendo costi di produzione più bassi, mentre altri hanno un deciso interesse ridurre le quantità e ad aumentare i prezzi, pena gravi problemi di bilancio, com’è il caso del Venezuela.

È quindi ragionevole la previsione del presidente dell’Eni, Claudio Descalzi, qualche giorno fa davanti alla Commissione Industria del Senato, di un prezzo del petrolio per il prossimo futuro attorno ai 90 dollari a barile. Questo prezzo, infatti, sarebbe accettabile dalla maggior parte dei paesi produttori, anche se molti hanno il “punto di pareggio” attorno ai 100 dollari, come la Russia. È da rilevare che anche l’Arabia può permettersi un prezzo molto più basso solo per un certo periodo, ma non sul lungo termine.

La strategia saudita sta quindi cercando di mettere in difficoltà i concorrenti, cercando di fermare i potenziali, come gli Usa, e penalizzando pesantemente Russia, Venezuela e Iran, che sta aumentando la sua presenza sul mercato. Quest’ultimo è anche un forte antagonista geopolitico, essendo l’Iran il leader del mondo sciita in un momento in cui lo scontro tra sciiti e sunniti è generalizzato e molto aspro. L’Arabia Saudita deve invece contendere la guida del mondo sunnita alla Turchia e, per certi versi, all’Egitto, avendo inoltre sul proprio territorio un’opposizione sciita.

La collaudata strategia saudita di giocare su più tavoli sembra cominciare a mostrare la corda, come dimostra il caso dell’Isis, cresciuta senza dubbio per gli errori commessi dagli occidentali, in particolare dagli americani, ma finanziata comunque dall’Arabia. Da sempre, la dinastia saudita, che si appoggia in Arabia sul fondamentalismo wahabita, ha infatti sempre sostenuto all’estero movimenti islamisti più o meno radicali.

Ora l’Isis è diventato un pericolo anche per l’Arabia, non tanto per la vendita di contrabbando di petrolio iracheno, ma per la pretesa di identificarsi con un rinato califfato e di ergersi a rappresentante del “puro” Islam e vero successore del Profeta, concorrente quindi sia sul piano religioso che statuale. Inoltre, ciò rende più rischiosa la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti, accettabile in passato in quanto giustificata dalla comune lotta contro il più grande “Satana bolscevico”.

Il petrolio si riconferma, perciò, come una potente arma “impropria” e ai soliti giocatori si sono ora aggiunti anche gli Stati Uniti, che comunque dal calo dei prezzi del petrolio stanno avendo benefici per la loro economia. Ben diversa la situazione per gli stati dell’Eurozona che, grazie all’apprezzamento del dollaro sull’euro, pagano comunque di più il petrolio, e devono anche affrontare le conseguenze del conflitto con la Russia sulle forniture di gas e petrolio. Sarebbe bene che i paesi europei, in particolare l’Italia con i suoi problemi energetici, si occupassero un po’ più seriamente di queste questioni, non lasciandole in mano ai buro-tecnocrati del signor Juncker. 



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