SPY UCRAINA/ Lo scoop di Der Spiegel, a Washington qualcuno rema contro la pace

- Augusto Lodolini

Secondo “Der Spiegel”, si stanno creando tensioni tra Germania e Usa per le posizioni aggressive dei falchi che condizionano la politica di Obama sull’Ucraina. AUGUSTO LODOLINI

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Immagine di archivio

La tregua faticosamente raggiunta in Ucraina orientale sembrerebbe reggere, anche se continua a dimostrarsi molto fragile, ma sta dando quantomeno un po’ di respiro a quelle martoriate popolazioni. E’ da sperare che serva anche a raggiungere un accordo più definitivo tra separatisti e governo ucraino e non solo a una ricomposizione delle rispettive forze per riprendere questa guerra, che ha già provocato più di 6mila morti e centinaia di migliaia di profughi.

Su questo sfondo si è aperta una polemica tra il governo tedesco e il generale americano Philip Breedlove, comandante delle forze Nato in Europa, almeno secondo Der Spiegel. Il governo tedesco sarebbe rimasto molto irritato per le dichiarazioni del generale, che ritiene la situazione in Ucraina in costante peggioramento, malgrado la tregua raggiunta, e denuncia nuovi pesanti rinforzi militari in arrivo dalla Russia.

Secondo il settimanale tedesco non è la prima volta che Breedlove fa dichiarazioni allarmistiche, smentite poi da informazioni dei servizi di intelligence dei vari Paesi, in particolare della Germania. Il generale ha risposto a Der Spiegel che lui riceve informazioni da 33 Stati e le informazioni che poi rilascia possono anche non trovare d’accordo qualcuno di questi, ma che conferma tutto quanto detto in passato.

Al governo tedesco, sempre secondo Der Spiegel, suona particolarmente preoccupante il tono aggressivo delle dichiarazioni, che sembra diretto a impedire ogni processo verso una soluzione concordata del conflitto, e il settimanale parla di un incontro tra il ministro degli Esteri Steinmeier e il Segretario generale della Nato, Stoltenberg, per discutere la questione.

Steinmeier ha, abbastanza ovviamente, smentito l’esistenza di tali contrasti, ma ha anche detto di aver chiesto chiarimenti in due circostanze su informazioni, provenienti da Usa o Nato, risultate divergenti da quelle in possesso del suo governo, che rimane comunque del tutto disinteressato a dibattiti su questa questione.

Una tipica dichiarazione diplomatica che lascia aperto il dubbio su quanto afferma il settimanale, anche perché non sarebbe il primo segnale di una divergenza tra diversi Stati europei, in primis Germania e Francia, e Usa su come trattare la questione ucraina.

La lunga analisi di Der Spiegel prospetta l’ipotesi di un Obama disposto a sostenere i tentativi di Angela Merkel per trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina, ma ostacolato seriamente dai “falchi” del partito Repubblicano e da una parte del suo stesso partito. Le dichiarazioni di Breedlove farebbero parte di queste pressioni sul presidente, come quelle di un altro “superfalco”, Victoria Nuland, vicesegretario di Stato per gli affari europei.

La Nuland venne alla ribalta mediatica nel febbraio del 2014, all’inizio della crisi ucraina, con il suo “l’Ue si f..ta” in una conversazione telefonica con l’ambasciatore americano in Ucraina, intercettata dai russi e messa in onda. Oggetto della conversazione era chi avrebbe dovuto succedere a Yanukovich nel governo dell’Ucraina, questione che, a quanto pare, Nuland riteneva di esclusiva competenza degli Stati Uniti. La registrazione non sembra essere mai stata smentita ufficialmente con forza ed è ora ripresa negli Usa da chi si oppone a una politica aggressiva nei confronti della Russia.

Per esempio, il sito Antiwar.com, espressione di circoli libertari, pacifisti e isolazionisti, lo ha ripreso citando l’articolo di Der Spiegel insieme a Federica Mogherini, cosa che non succede così spesso, per la sua sostanziale opposizione all’invio di armi all’Ucraina, condivisa anche dalla Merkel e dal ministro degli Esteri austriaco: tutti sostengono che la giusta via è dare la precedenza al cessate il fuoco e all’avvio di una soluzione diplomatica.

Non è la prima volta che Der Spiegel dedica un denso e articolato servizio all’Ucraina. Lo fece anche nel novembre del 2014 dando una sua versione sull’origine della crisi, che fa risalire al fallimento dell’European Union’s Eastern Partnership Summit di Vilnius, alla fine del novembre 2013. La Eastern Partnership è stata costituita per ampliare le relazioni dell’Ue verso i Paesi orientali e comprende Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Nel sito dell’Ue si esplicita che la Partnership non è in funzione antirussa, bensì che i suoi membri dovranno avere buone relazioni con tutti i loro vicini, compresa la Federazione Russa.

Alla riunione di Vilnius l’Ucraina era rappresentata dal suo Presidente, Viktor Yanukovich, che stava allora trattando una possibile associazione all’Ue, trattative che erano in corso da anni. Secondo Der Spiegel, Vilnius decretò la fine di questa possibile associazione per una sequela di errori da tutte le parti coinvolte: la Russia sottostimò il desiderio degli ucraini di andare verso l’Europa, convinta di aver abbastanza presa politica sul Paese per condizionarlo; l’UE e gli Stati europei non si resero conto che la Russia considerava sempre più una minaccia il progressivo espandersi dell’Occidente ai suoi confini e attorno ad essa, e la riteneva comunque troppo debole per reagire con forza.

L’Ucraina, dal canto suo, cercò di conciliare il desiderio di andare a Ovest con la necessità di non rompere le relazioni con la Russia, essenziali sia per la sua composizione etnica che per le strettissime connessioni economiche. Bruxelles e Mosca l’hanno invece costretta a scegliere tra Est e Ovest, con le tragiche conseguenze che stiamo vedendo.

Al di là dell’analisi dei molti punti ed eventi portati a sostegno, la tesi sembra al fondo condivisibile e ricorda quanto avvenuto in altre parti del mondo: un’assoluta incapacità di considerare gli effetti dei propri interventi, a meno che si tratti di semplice e puro cinismo. Ma, a differenza di altri casi, gli effetti della crisi ucraina si ripercuotono direttamente sull’Unione europea, o meglio su diversi suoi Stati, perché alcuni altri sembrano immuni da danni e sono, non a caso, i più allineati con i falchi americani.

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