GEO-FINANZA/ La guerra del petrolio che mette a rischio Eni e Saipem

- Augusto Lodolini

Dopo la decisione dell’Opec di non ridurre la produzione, continua la guerra del petrolio, che coinvolge anche l’Europa e l’Italia, in particolare Eni e le raffinerie. AUGUSTO LODOLINI

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A una settimana dalla riunione dell’Opec, il prezzo del petrolio continua a rimanere attorno ai 65 dollari a barile per il Brent e ai 60 per il Wti, circa un 20% in più rispetto all’inizio dell’anno, ma ancora ben lontano dai 90/100 dollari al barile che molti Paesi produttori, e compagnie petrolifere, riterrebbero soddisfacenti.

Come previsto, la riunione di Vienna ha mantenuto inalterati i livelli di produzione, ma la sensazione di molti commentatori è che, di fatto, l’organizzazione non abbia più il ruolo determinante del passato. Con gli attuali prezzi, molti produttori sono decisamente in difficoltà e, anche all’interno dell’Opec, gli interessi sono sempre più divergenti, senza contare che i progressi tecnologici nella produzione di petrolio di scisto hanno creato pericolosi concorrenti fuori dall’organizzazione, in primis gli Stati Uniti.

La natura strategica del petrolio porta in gioco fattori geopolitici molto pesanti e, in più, gli stessi prezzi sono determinati in modo tale da farne degli “indicatori”, non sempre aderenti alla realtà del mercato ed esposti a forti ondate speculative. Infine, malgrado tentativi in atto di sganciarsi dal petrodollaro, come ha illustrato Mauro Bottarelli in un suo recente articolo, le quotazioni della moneta americana continuano a influenzare il prezzo del petrolio.

Tutto ciò rende difficile individuare elementi univoci che possano portare a previsioni attendibili sul futuro andamento dei prezzi, soprattutto per la parallela difficoltà a formulare previsioni sul futuro andamento dell’economia mondiale, alla base della dinamica domanda/offerta di petrolio. Sotto questo profilo, torna ancora utile l’articolo di Bottarelli con la sua analisi sulla ricostituzione delle riserve strategiche di Usa e Cina.

Non è facile individuare nettamente i fronti contrapposti in questa guerra del petrolio che si intreccia con le altre in corso, diplomatiche e, purtroppo, combattute realmente. La strategia dell’Arabia Saudita sembra la più chiara: mantenere elevata la produzione e, di massima, basso il prezzo del petrolio le consente di conservare o aumentare le proprie quote di mercato. Le notevoli riserve valutarie le consentono di produrre e vendere in perdita molto più a lungo di molti altri concorrenti, dentro e fuori l’Opec.

Anche per l’aspetto geopolitico la tattica sembra chiara, perseguendo sul mercato petrolifero la stessa strategia di contenimento dell’Iran, che altrove è sfociata in guerre guerreggiate, pur indirettamente, come in Siria e nello Yemen. Anche l’Iraq, diviso tra Isis e maggioranza sciita, viene così tenuto in scacco.

Molto meno chiara appare la strategia degli Stati Uniti: da un lato, con il loro petrolio da scisto, fanno guerra agli alleati sauditi, dall’altro, con il possibile accordo sul nucleare, consentono il ritorno sul mercato di un temibile concorrente come l’Iran, loro nemico acerrimo fino a ieri. Inoltre, con le sanzioni contro la Russia, spingono Mosca a diventare un importante fornitore di un mercato rilevante come quello cinese, probabilmente alle condizioni dettate da Pechino se le sanzioni diverranno più rigide, rafforzando così quello che sembra il vero avversario strategico degli Stati Uniti.

Chi rischia di pagare maggiormente in questa situazione è l’Europa, che tuttavia pare non avere una propria strategia, né di mercato, né geopolitica, e che sembra ritenersi soddisfatta per gli effetti sull’economia, per il momento benefici, del basso prezzo del petrolio.

Eppure, l’industria petrolifera è parte importante dell’economia europea e, continuando questo scenario, le società petrolifere europee rischiano forti perdite, con conseguente caduta degli investimenti e riduzione dell’occupazione.

Il settore che sta maggiormente soffrendo è quello del cosiddetto upstream, cioè della ricerca e sfruttamento dei campi petroliferi, in cui l’Italia è segnatamente presente con Eni e Saipem. L’industria della raffinazione, il downstream, è da tempo in grave crisi, in Italia come in Europa, per un eccesso di capacità produttiva aggravato dal calo dei consumi. L’attuale basso livello dei prezzi sta portando qualche sollievo a questo importante settore per la nostra economia, che ha già visto la chiusura di diversi impianti.

Esaminando il bilancio Eni del primo trimestre 2015 si ritrovano le dinamiche finora accennate, compreso il forte impatto sui risultati del calo del prezzo del petrolio, pesantemente negativo per l’upstream e positivo per la raffinazione, tuttavia decisamente meno impostante per Eni. Rimane anche confermata la rilevanza strategica che il gruppo Eni, con la controllata Saipem, ha per la nostra politica energetica, per il nostro sistema economico in generale e, non ultimo, per la nostra presenza in buona parte del mondo.

Sarebbe opportuno che il governo chiarisse la sua strategia per il settore, up- e downstream, e non si limitasse a ventilare la vendita di qualche percentuale del capitale Eni per far cassa.



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