CAOS MIGRANTI/ In fuga dalla Birmania, quel traffico di uomini che non fa notizia

- Augusto Lodolini

Il dramma dei migranti nel Mediterraneo sembra ripetersi anche nel Golfo del Bengala, segno di un disordine mondiale che non riesce a trovare soluzione. AUGUSTO LODOLINI

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Aung San Suu Kyi (Immagine dal web)

Il Muro di Berlino era stato costruito per impedire ai tedeschi della Germania dell’Est di fuggire in Occidente e, dopo la sua caduta, l’attenzione si è spostata sul muro che separa Israele dai territori palestinesi. Questo muro non è stato costruito per impedire agli israeliani di uscire dal loro Paese, ma per evitare che vi entrino i terroristi, almeno stando alle intenzioni. E’ rimasto così in una penombra mediatica il muro che divide gli Stati Uniti dal Messico per impedire l’immigrazione clandestina dal Messico e dagli altri Paesi dell’America Latina.

In altre regioni di questo nostro disagiato mondo, le barriere non sono costituite da muri, ma dal mare, come per l’Italia, sempre più coinvolta nella tragedia dei profughi e migranti africani, in fuga dalla povertà e da guerre e violenze causate da un insieme di motivazioni politiche, etniche e religiose. Le ripetute tragedie che avvengono nel Mediterraneo hanno distolto la nostra attenzione da un’altra grave tragedia che sta ormai da tempo avendo luogo in un altro mare, quello del Golfo del Bengala.

Gli ingredienti sono quelli che contraddistinguono l’emigrazione dall’Africa: in parte si tratta di emigrazione per cause economiche e in parte per ragioni politiche, con la costante dei trafficanti di esseri umani. I Paesi coinvolti sono Bangladesh e Birmania, come punto di partenza, Thailandia, come punto intermedio, Malesia e Indonesia come tentato punto di arrivo.

Se la maggior parte di chi proviene dal Bangladesh emigra per motivi economici, l’emigrazione dalla Birmania è causata dalle forti discriminazioni verso i Rohingya, una minoranza etnicamente indiana di religione musulmana, concentrata nello stato di Rakhine, al confine con il Bengala. I Rohingya, nonostante siano in Birmania da generazioni, non sono riconosciuti né come distinta etnia né come cittadini birmani, sono cioè apolidi in patria e fortemente discriminati. Nel 2012 vi sono stati scontri con gruppi di buddisti che hanno causato decine di morti.

Le discriminazioni, o persecuzioni, contro questa minoranza non sono cessate neppure nell’attuale fase di transizione a un governo democratico, in sostituzione del governo militare al potere dal 1962. Ciò ha portato molte critiche al Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, eroina della resistenza alla giunta militare, per non essere intervenuta apertamente in favore dei Rohingya. Lei si è difesa dicendo che una sua presa di posizione avrebbe peggiorato la situazione, il che è probabilmente vero, ma c’è chi attribuisce questa cautela al desiderio di non compromettere una possibile sua elezione a capo dello Stato nel prossimo novembre.

Rimane comunque la triste situazione dei Rohingya di cui più di 100mila sono internati in campi profughi in miserevoli condizioni, mentre si calcola che almeno 25mila siano fuggiti dall’inizio dell’anno. I profughi cercano di raggiungere Malesia e Indonesia, Paesi musulmani, via terra attraverso la Thailandia, o per mare. 

In entrambi i casi, l’emigrazione avviene tramite trafficanti che spesso sequestrano i migranti per ottenere riscatti dalle famiglie, sottoponendoli a torture e uccisioni. Una situazione che ricorda da vicino quella dei profughi africani, in particolare eritrei, nel Sinai, diventata ormai terra di nessuno in balia di bande di criminali.

Il governo thailandese ha recentemente deciso di interrompere questo traffico, costringendo i trafficanti ad abbandonare i campi dove venivano raccolti i profughi. In questa occasione, l’esercito thailandese ha trovato molte fosse comuni, che fanno pensare a più di un centinaio di morti, anche se finora non è stato comunicato un dato ufficiale.

A seguito di questo intervento, i trafficanti hanno abbandonato i profughi al loro destino, anche quelli che erano già in mare su barconi e, oltre i circa 4mila, in parte bengalesi, già tratti in salvo da malesi e indonesiani, l’Onu stima che vi siano almeno duemila persone ancora in mare.

La Birmania ha negato le persecuzioni e affermato che le cause dell’emigrazione sono solo economiche, ma perfino esponenti del buddismo, religione della quasi totalità della popolazione birmana, hanno dichiarato che i Rohingya sono stranieri che cercano di impossessarsi del Paese e che devono essere cacciati. Con i citati scontri, uno choc per molti occidentali che considerano il buddismo la quintessenza del pacifismo.

La giustificazione del governo birmano è la stessa data dal governo comunista del Vietnam di fronte all’esodo di centinaia di migliaia di vietnamiti in fuga dal regime instaurato nel Paese dopo la fine della guerra, gli ormai dimenticati “boat people”. Anche questa fuga costò parecchie vittime, ma i sopravissuti furono accolti in molti Stati europei e, soprattutto, negli Stati Uniti.

Per i Rohingya la sistemazione sembra più difficile, perché anche Malesia e Indonesia non sembrano particolarmente pronti ad accoglierli, se non temporaneamente, forse timorosi di aprire la porta anche agli altri connazionali, stimati in circa 1,2 milioni nello stato di Rakhine. Qualche timore viene anche da una accertata presenza di elementi jihadisti tra i profughi, che si è probabilmente accresciuta proprio a seguito delle discriminazioni subite.

Pur nella distanza tra le due situazioni, non mancano parallelismi con ciò che sta avvenendo nei nostri mari, indice di un disordine sempre più esteso nel mondo, segno di quella che Papa Francesco ha definito “Terza guerra mondiale a pezzetti”, di cui anche questi fatti sono parte. Dimostrazione, infine e se ve ne fosse ancora bisogno, che i problemi vanno risolti all’origine; dopo, è troppo difficile e costoso.

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