GEO-FINANZA/ “L’incognita” Iran nella partita del petrolio

- Augusto Lodolini

AUGUSTO LODOLINI commenta i possibili, e incerti, sviluppi del mercato petrolifero dopo l’accordo con l’Iran sul nucleare e la prevedibile ripresa delle esportazioni di petrolio iraniano

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L’accordo sul nucleare iraniano ha innescato molte discussioni anche in riferimento ai suoi risvolti sul già dibattuto futuro del settore petrolifero e del gas. L’Iran è infatti il secondo Paese per riserve di gas naturale dopo la Russia e il quarto per il petrolio, dopo Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia.

I prezzi del petrolio si sono praticamente dimezzati e continuano a rimanere in una gamma tra 50 e 60 dollari al barile, con il Brent del Mare del Nord nella parte alta della fascia e l’americano Wti in quella bassa. La maggioranza dei Paesi produttori ha prezzi di pareggio decisamente superiori, molti attorno ai 100 dollari, e questa situazione sta ponendo seri problemi alle finanze pubbliche di parecchi Stati.

Alla base di questa situazione, accanto alla minore domanda conseguente alla generalizzata crisi economica, vi è la decisione dell’Opec di non diminuire la produzione, soprattutto per decisione dell’Arabia Saudita. Anzi, l’Opec sta producendo circa un milione di barili in più al giorno, rispetto al suo standard di 30 milioni. Ciò malgrado anche diversi membri dell’associazione stiano soffrendo per il basso livello dei prezzi.

In questo scenario non può che ingenerare timori il possibile incremento delle esportazioni di petrolio dall’Iran, per l’allentamento o la revoca delle sanzioni a seguito del recente accordo. Come detto in un’analisi del Financial Times, per un breve momento si è pensato che il peggio per il mercato petrolifero fosse passato, ma ora “questa sensazione è svanita”.

Dopo le sanzioni, la produzione di petrolio in Iran è drasticamente diminuita, ma se le sanzioni fossero tolte potrebbero essere aggiunti al mercato almeno 2 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano. Che si aggiungerebbero all’attuale surplus produttivo, circa della stessa entità, e agli stock in continuo aumento, mentre la Russia, come l’Arabia Saudita, ha dichiarato di non aver intenzione di ridurre la produzione. Tuttavia, l’eliminazione delle sanzioni dipende dalla corretta e completa attuazione degli accordi sul nucleare e, comunque, ci vorranno tempo e investimenti per riattivare appieno la produzione dei pozzi.

Ciò nonostante, gli analisti ritengono prevedibile, entro 6/12 mesi dalla sospensione delle sanzioni, l’immissione di almeno mezzo milione di barili al giorno di petrolio iraniano. Nel frattempo, Teheran potrebbe cominciare a vendere gli stock di petrolio accumulati, stimati in 30/40 milioni di barili, e in effetti sembra sia partita già una petroliera con due milioni di barili alla volta di Singapore.

Per quanto riguarda il gas naturale, si parla di effetti a più lungo termine, dato che sono necessari maggiori investimenti per la costruzione dei gasdotti, la cui dislocazione geografica richiede anche una situazione politica generale più stabile, come dimostrano l’Ucraina e il caso South Stream. Un’alternativa che pare stia interessando gli iraniani è la costruzione di impianti per la liquidificazione del gas.

Ciò che appare evidente è il rinnovato interesse per il mercato iraniano, non solo nella riattivazione e rinnovamento degli impianti esistenti, ma anche nella esplorazione e ricerca, che si prospetta meno costosa di operazioni simili condotte in altre aree, per esempio, nell’Artico. Inoltre, la situazione interna è certamente più stabile in Iran che nel vicino Iraq, con cui condivide alcuni importanti giacimenti petroliferi e di gas.

Ovvio l’attivismo, pur discreto date le circostanze, dimostrato dalle compagnie petrolifere, in particolare da Shell, Total e dalla nostra Eni, che risultano avvantaggiate rispetto alle concorrenti americane. Anche nel caso di sviluppi positivi sulla questione nucleare, rimangono determinanti, però, gli aspetti politici in rapporto alla situazione instabile dell’intera area.

Le triangolazioni dell’Iran con Stati Uniti, Arabia Saudita e Russia non riguardano solo petrolio e gas, ma anche il controllo politico dell’intera area. L’Arabia Saudita, alleata degli Usa, ha scatenato una guerra del petrolio il cui obiettivo, accanto alla Russia, sono gli Usa con il loro temuto petrolio di scisto. Su questo fronte, la battaglia sembra per il momento vincente, viste le difficoltà dell’industria americana dello shale oil, ma anche i sauditi cominciano ad avere problemi con il progressivo assottigliarsi delle loro riserve valutarie. 

Stati Uniti e Russia si sono trovati dalla stessa parte nelle trattative con Teheran sul nucleare, cosa apertamente riconosciuta da Obama, ma l’Iran è nemica dichiarata dell’Arabia Saudita non solo sul mercato del petrolio, ma anche nel ruolo di potenza regionale e, insieme alla Russia, appoggia il regime siriano avversato da Arabia e Usa. Sono da tener presenti poi le divisioni religiose che intercorrono tra musulmani sunniti e sciiti, che si intrecciano con la guerra in Siria e in Yemen, e con le complesse situazioni libanese e irachena. 

Sull’immediato gli analisti non prevedono forti cambiamenti per i prezzi del petrolio, ma i futures, cioè le “scommesse” sui contratti futuri, tendono a segnalare una continuazione nella contrazione dei prezzi. Sempre che la situazione politica non porti a collassi ancor più drammatici.

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