FINCANTIERI MONFALCONE/ Dalla magistratura un altro “colpo” all’impresa italiana

- Augusto Lodolini

Il sequestro di ampie aree alla Fincantieri di Monfalcone da parte della procura di Gorizia ha portato la società a sospendere l’attività, con forti riflessi negativi. AUGUSTO LODOLINI

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Lunedì scorso, su ordine della Procura della Repubblica di Gorizia, i carabinieri hanno messo sotto sequestro quattro aree nel cantiere di Monfalcone della Fincantieri, aree dedicate al trattamento degli scarti derivanti dalla costruzione delle navi e affidate a ditte esterne. L’accusa è di gestione dei rifiuti non autorizzata, malgrado i legali della società, quotata in Borsa, affermino il rispetto delle norme, in osservanza anche delle disposizioni europee.

Martedì, la società ha fermato ogni attività, a parte quella strettamente amministrativa, lasciando a casa più di 4.000 addetti, diretti e dell’indotto, affermando che le aree sequestrate sono troppo ampie e non consentono la prosecuzione del normale lavoro. Questo fermo è particolarmente grave, dato che in questo momento il cantiere ha un buon portafoglio ordini.

Le indagini dei Pm sono iniziate nel 2013 e le precedenti richieste di sequestro erano state rigettate sia dal Gip che dal Tribunale per l’assenza di pericolo ambientale, ma il Pm incaricato dell’indagine ha fatto ricorso in Cassazione, che ha rinviato la questione al tribunale di Gorizia. Questa volta, il tribunale ha concesso il sequestro, ma con una motivazione diversa: la mancanza di autorizzazione a trattar rifiuti delle società appaltanti che nel cantiere lavorano su commissione della società cantieristica.

A quanto pare, quindi, il tribunale ha confermato l’inesistenza di pericolosità ambientale e la motivazione addotta sembrerebbe avere una natura amministrativa tale da non giustificare il rovesciamento di posizione sul sequestro. Parrebbe quasi che il tribunale di Gorizia, pur non volendo sconfessare la sua precedente decisione, abbia voluto venire incontro a procura e Cassazione con l’escamotage delle “mancate autorizzazioni”.

Ancora una volta non si sono tenute in nessun conto le conseguenze della decisione, paradossalmente proprio in un momento in cui si chiede alla Corte Costituzionale, nientemeno, di tener presenti nelle sue decisioni le necessità di bilancio del governo. Quest’ultimo è intervenuto promettendo un decreto per fare chiarezza sulle disposizioni in materia, ma, a questo punto, ci si può legittimamente domandare come mai nessuno dei nostri numerosi parlamentari, né la nostra pleonastica e farraginosa amministrazione, nazionale e locale, si siano mai accorti del problema.

Ancora una volta, solo un intervento della magistratura, per quanto improvvido, riesce a dare la sveglia a Parlamento, Governo e imprenditoria, perché anche il mondo imprenditoriale, e in particolare la Confindustria, sembra spesso chiudere la stalla a buoi scappati.

E ancora una volta, abbiamo una sgradita prova di come in Italia la certezza del diritto si trasformi in una “storia infinita”: per una questione che non sembra, salvo fatti nuovi, di importanza vitale ma piuttosto di natura burocratica, siamo a quattro livelli di giudizio. C’è da rimanere ammirati di fronte alla tenacia della procura, ma viene da domandarsi se la procura di Gorizia non avesse altre cause più vitali da seguire, accontentandosi in questa di un rinvio a giudizio dei possibili responsabili dell’infrazione, cosa peraltro avvenuta, senza insistere sul sequestro con le sue conseguenze negative.

Inevitabili le molte osservazioni su come tutto ciò allontani sempre più gli investitori dall’estero e spinga all’estero sempre più nostri imprenditori. Sotto questo aspetto, non si può dar torto alle recriminazioni del presidente di Confindustria, Squinzi. Rimango invece un po’ perplesso di fronte all’attacco sferrato da Serena Pellegrino, capogruppo Sel in commissione Ambiente a Montecitorio, che ha definito quella di Squinzi “una presa di posizione gravissima”, affermando la necessità di evitare “la contrapposizione disastrosa tra sistema produttivo e ambiente”. Su quest’ultimo punto non si può che essere d’accordo, ma non sembra pertinente alla questione Fincantieri, così come sembra improponibile il richiamo fatto dalla Pellegrino sul ruolo rilevante delle ecomafie nella gestione di rifiuti. Suona anche strano che la Fiom si sia schierata a favore della decisione della procura, ma evidentemente una certa sinistra vede rosso appena si parla di impresa, e ciò non aiuta neppure la crescita di una sana imprenditoria.

Molti commenti hanno collegato questa vicenda al recente blocco di uno dei due altoforni ancora operativi all’Ilva di Taranto, a seguito di un incidente che ha provocato la morte di un operaio, secondo la magistratura per la mancanza di adeguate misure di sicurezza. Un fatto molto più grave rispetto al caso Fincantieri ed è difficile dire se altre alternative fossero percorribili, come il continuare l’attività dell’altoforno con misure di sicurezza temporanee mentre si attuavano interventi più strutturali. Ferme rimanendo le responsabilità che verranno accertate nelle indagini, resta il fatto che questo spegnimento lascia un solo altoforno attivo all’Ilva, una situazione che potrebbe rapidamente portare a un fermo totale di tutti gli impianti.

I danni per la nostra economia sarebbero notevolissimi e difficilmente riparabili, né basterebbe a risolverli la proposta dell’onorevole Pellegrino di “un piano di interventi pubblici urgenti nei settori della protezione del territorio, del patrimonio storico artistico, architettonico e archeologico”, che dovrebbe portare un milione e mezzo di posti di lavoro. Una proposta senza dubbio interessante e condivisibile, se si troveranno i fondi da investire, ma per intanto l’eventuale chiusura di Monfalcone e Taranto metterebbe migliaia di lavoratori in cassa integrazione o in disoccupazione.

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