BANCHE E POLITICA/ Lo “zampino” cinese in Mps, Unicredit, Intesa (e sull’oro di Bankitalia)

- Augusto Lodolini

AUGUSTO LODOLINI analizza i problemi posti dall’entrata nelle nostre tre maggiori banche della People’s Bank of China, banca centrale cinese, già presente in varie società italiane

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Xi Jinping, presidente della Cina

Nonostante il rallentamento della crescita dell’economia e il violento calo della sua Borsa, o forse proprio per questo, la Cina continua ad aumentare i propri investimenti all’estero. Anche in Italia la già consistente presenza cinese continua ad aumentare e, accanto agli investimenti in società operanti nel settore energetico e delle infrastrutture, come tra le altre Eni, Enel, Pirelli, Telecom e, attraverso la Cdp, in Terna e Snam, accentuato è l’interesse per le società finanziarie italiane.

All’inizio di luglio, la China Construction Bank (Ccb), seconda banca in Cina e ai primi posti nelle classifiche mondiali, ha aperto una filiale a Milano con lo scopo di sostenere le imprese interessate al mercato cinese. Il presidente della banca cinese ha sottolineato come nel 2014 l’interscambio tra Italia e Cina sia ammontato a 47 miliardi di dollari, con un aumento dell’8% sull’anno precedente. Il campo elettivo di attività della Ccb è il settore delle infrastrutture e, più generalmente, dell’immobiliare, che pare particolarmente interessante per gli investitori cinesi non solo in Europa, ma anche negli Usa, dove sono i primi investitori stranieri.

Un maggiore risalto hanno avuto, negli scorsi giorni, i dati Consob sugli investimenti a Piazza Affari della prima banca cinese, la People’s Bank of China, in nostre banche e istituzioni finanziarie. La banca centrale ha affiancato alle partecipazioni già detenute in Intesa Sanpaolo e Mediobanca, quelle in Unicredit e Mps. Aggiungendo le citate partecipazioni nel settore energetico e delle infrastrutture, si può stimare l’investimento sul mercato azionario italiano in circa 5 miliardi di euro.

La maggior parte delle partecipazioni è di poco superiore al 2%, la soglia che rende obbligatoria la comunicazione alla Consob, e ciò ha destato qualche curiosità, perché quote del 2,005% sembrano proprio avere lo scopo di dover dare questa comunicazione, quasi a voler dire “guardate che ci siamo anche noi”. D’altra parte, la Pboc è un’istituzione pubblica, guidata nei suoi investimenti non solo da fattori economici, tanto meno di breve periodo, ma da fattori politici e strategici per il sistema Paese, o forse soprattutto da questi.

Unicredit, Intesa, Mps, le tre più grandi banche italiane, Mediobanca, la più grande banca d’affari italiana, tutte quattro snodi importanti non solo per l’economia, ma anche per la politica. Forse, da un punto di vista strettamente economico, poteva essere più conveniente investire in qualcuna delle grandi popolari quotate, i cui corsi azionari diventeranno probabilmente molto appetibili per i prossimi processi aggregativi. Evidentemente, i cinesi hanno giudicato questa ipotesi meno interessante sotto il profilo politico, oppure hanno temuto di rimanere coinvolti nelle diatribe e nei vincoli che la struttura delle popolari comunque impone.

La quota del 2% può sembrare esigua, ma l’azionariato diffuso delle banche citate permette anche con queste quote di essere attivi nella gestione della società e di influenzarne la governance. Inoltre, essendo la Cina uno Stato con un regime centralizzato, e autoritario, il concetto di sistema-Paese è tutt’altro che teorico e la presenza nei gangli finanziari diventa rilevante per tutti gli interessi cinesi in Italia, ivi compresi quelli della folta comunità di immigrati. A questo proposito, qualcuno ha parlato del rischio che da questi investimenti tragga vantaggi anche la potente mafia cinese, purtroppo già attiva in Italia.

Un altro aspetto su cui varrà la pena di riflettere è che Intesa Sanpaolo e Unicredit sono i due maggiori azionisti della Banca d’Italia e con Mps arrivano al 53% del capitale sociale. Sarà bene ricordare che uno dei punti ancora in discussione è la sistemazione dell’oro depositato presso la Banca d’Italia, che dovrebbe essere logicamente posto sotto il controllo diretto dello Stato, cui appartiene, e non gestito da una società di proprietà privata, come è divenuto l’istituto centrale. È nota, per inciso, la passione per le riserve d’oro dello Stato cinese.

Sarebbe il caso di risolvere la questione, in cui i cinesi sono solo l’eventuale detonatore, che sembra a molti, ma non al nostro governo, dovrebbe essere affrontata molto rapidamente, magari con la stessa sorprendente celerità con cui sono stati sostituiti, anzitempo e senza nessuna ragione plausibile, i vertici della Cassa depositi e prestiti. Guarda caso, altra istituzione con presenza cinese.

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