FINANZA/ La “guerra del petrolio” aiuta famiglie e imprese?

- Augusto Lodolini

La produzione di petrolio è rimasta molto alta anche fuori dell’Opec, a partire dagli Usa, rendendo improbabile a breve termine un’inversione nell’andamento dei prezzi. Di AUGUSTO LODOLINI

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Lo sciopero dei benzinai (Infophoto)

Il prezzo del petrolio, sia Brent che Wti, sembra deciso a rimanere stabilmente sotto i 50 dollari per barile e qualche analista prospetta addirittura il rischio che venga violato il livello dei 40 dollari. Questo andamento si inserisce in una generale tendenza al forte ribasso di tutte le materie prime, conseguenza della crisi e, a sua volta, prodromo di aggravamento della stessa per gli Stati esportatori, in gran parte Paesi cosiddetti emergenti.

Tuttavia, per il petrolio vi sono motivi più specifici, derivanti dalla “guerra del petrolio” causata dalla decisione dell’Opec, su pressioni saudite, di non ridurre la produzione di fronte alla diminuzione della domanda e al conseguente forte calo dei prezzi. Un recente comunicato dell’Opec conferma il continuo aumento della produzione al suo interno, 31,5 milioni di barili al giorno contro il livello prefissato dalla stessa Opec di 30 milioni, ma segnala anche l’aumento delle estrazioni al di fuori dell’organizzazione.

Dal comunicato sembra trasparire una certa sorpresa, dato che la produzione è aumentata anche negli Stati Uniti, che con 9,4 milioni al giorno non sono molto lontani dai circa 10,5 di Russia e Arabia Saudita. Il petrolio di scisto degli Usa era il primo obiettivo della strategia saudita, ma a quanto pare la capacità di resistenza americana si è rivelata superiore alle speranze di Riyad. In più, l’Iran ha cominciato a immettere sul mercato, in particolare asiatico, parte del suo stock invenduto a causa delle sanzioni e si stima che, se non salterà l’accordo sul nucleare, nel giro di un anno potrà tornare ai livelli di un tempo, cioè almeno un milione di barili in più al giorno. Infine, gli Usa esportano solo prodotti raffinati, ma non crudo, la cui esportazione è vietata; se questo divieto fosse tolto, sul mercato potrebbero essere immesse nuove quantità di petrolio.

Non sembrano quindi azzardate le previsioni di una permanenza nel prossimo futuro di bassi livelli dei prezzi, a meno che una forte ripresa dell’economia a livello mondiale, per ora non alle viste, consenta di eliminare la sovrapproduzione e i pesanti stock accumulati. Anche la riduzione della produzione non sembra una strada realizzabile, dato che l’attuale strategia è diretta essenzialmente alla conquista di quote di mercato a danno dei produttori più deboli. Chi decidesse ora di ridurre unilateralmente la propria produzione si esporrebbe a inaccettabili perdite di quote di mercato, e ciò vale anche per l’Opec che, per quanto importante, rappresenta pur sempre solo il 35-40% della produzione totale di petrolio.

Sembra però difficile raggiungere un accordo generalizzato su un taglio alla produzione, che richiederebbe la partecipazione almeno di Russia e Usa, ma questi ultimi non sono, come detto, esportatori di greggio ed è discutibile quanto ciò sarebbe nell’interesse della prima. Né sono da dimenticare gli aspetti politici nella gestione di una materia strategica come il petrolio e tensioni di questo tipo esistono anche all’interno dell’Opec, di cui non è improbabile venga prima o poi messa in discussione la stessa esistenza.

Se i bassi prezzi pongono seri problemi ai produttori, portano tuttavia notevoli benefici ai consumatori di petrolio, a cominciare dall’Eurozona, forte importatrice di idrocarburi. Il prezzo del petrolio si è ridotto nel giro di un anno di quasi il 60%, ma nello stesso periodo l’euro si è svalutato rispetto al dollaro, portando la diminuzione a un sempre rispettabilissimo 50%.

La vera domanda rimane quanto i prezzi di cui stiamo parlando rispecchino quelli reali dei contratti di acquisto del petrolio, dato che si tratta di indicatori e non di vere e proprie rilevazioni dei prezzi sul mercato. Questi indicatori sono senza dubbio molto utili a chi fa speculazione finanziaria sulle materie prime e sui lorofutures, ma non riflettono necessariamente i prezzi reali cui il petrolio passa di mano.

Sarebbe molto utile sapere dal ministero competente qual è il costo medio dei nostri stock, probabilmente accumulati in periodo di prezzi alti, quali sono i prezzi attuali di importazione e come tutto questo si ripercuote sulla nostra economia, sia sui costi per le imprese che su quelli delle famiglie. Se non altro per allontanare il dubbio che, come sovente accade, gli allineamenti all’aumento dei prezzi siano pressoché istantanei, mentre gli adeguamenti alla loro diminuzione rimangano soggetti a una soverchia vischiosità.

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