SPILLO/ La “fattoria degli animali” targata Ue

- Augusto Lodolini

Il confronto Renzi-Juncker, al di là di toni e sostanza, indica come l’Ue non sia la stessa per tutti i suoi membri, ma ricordi la Fattoria degli animali di Orwell. Di AUGUSTO LODOLINI

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

Al di là dei toni e pur riconoscendo le oggettive responsabilità italiane, la polemica tra Renzi e Juncker può essere molto utile per mettere a nudo diversi aspetti discutibili di quel carrozzone che chiamiamo Unione europea. Non si tratta di essere euroscettici o anti-tedeschi, ma di mettere in evidenza fatti che imporrebbero una maggiore prudenza a chi così facilmente si pone a giudice degli altri.

Qualche anno fa, per indicare i Paesi “periferici” particolarmente colpiti dalla crisi finanziaria si usò un acronimo ricavato dalle iniziali di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, “PIGS”, cioè maiali in inglese. Sarebbe il caso ora di rievocare altri maiali, quelli della Fattoria di Orwell, che si ritenevano “più uguali degli altri”: su questo i tedeschi, e non solo loro, dovrebbero riflettere. 

Più volte su queste pagine si è posto il problema di cosa fare nel caso di una legge europea in conflitto con la nostra Costituzione, chiedendo che almeno si discutesse a fondo prima di modificare acriticamente la Carta per adeguarla all’Europa. Un non problema per i tedeschi, che si sono riservati, giustamente, la possibilità di non recepire leggi europee che la loro Costituzione ritenesse  inaccettabili. Una posizione a mio parere condivisibile, che indica la prevalenza del concetto di nazione su quello di unione, ma che rende meno appropriata l’accusa ad altri di nazionalismo. 

Un elemento che sta aggravando l’attuale crisi è la deflazione, ma anche qui la Germania ha cercato di boicottare all’interno della Bce le necessarie politiche inflazionistiche, pur incluse negli obiettivi condivisi della Banca europea. Berlino richiede rigore agli altri nell’applicazione delle regole, dimenticandosi di applicare su di sé la regola che limita al 6% il surplus commerciale. Questo limite è già stato superato per diversi anni senza che l’accigliata Bruxelles abbia fatto la voce grossa, né la Germania abbia aumentato le proprie importazioni per aiutare le economie europee in difficoltà. 

Lo stesso discorso vale per l’unione bancaria, al cui controllo la Germania ha sottratto il sistema delle Landesbanken, notoriamente in grandi difficoltà malgrado gli aiuti statali vietati ad altri Stati. All’Europa ci si è però rivolti quando si è trattato di salvare le banche tedesche e francesi impegolate in Grecia, salvataggio al quale ha pesantemente partecipato anche l’Italia, che aveva un’esposizione estremamente ridotta verso Atene. Berlino e Parigi hanno subito dimenticato questo costoso aiuto, ricominciando con le loro “virtuose” prediche. 

Un altro esempio di come la Germania e Bruxelles concepiscono la solidarietà europea viene dal trattamento del tragico problema dell’immigrazione, che, fintantoché gli immigrati arrivavano sulle nostre coste, era un problema italiano e non europeo. Da quando la Turchia ha aperto le porte all’emigrazione e il flusso dei migranti si è rivolto ad altri Paesi, il problema è diventato europeo. Dopo il primo entusiastico approccio, Angela Merkel, resasi conto di non essere in grado di controllare gli afflussi, cioè di non poter selezionare chi serviva e chi no, è corsa da Erdogan promettendogli la riapertura dei negoziati per l’entrata nell’Unione e intanto ha ottenuto dall’Ue tre miliardi di euro a favore della Turchia. Il trattato di Schengen, rigidamente applicato nei confronti dell’Italia, viene ora sospeso non solo dai cattivi “nazionalisti” dell’Europa Orientale, ma anche dalla virtuosa e allineata Austria. 

Alcuni fatti recenti hanno messo a dura prova anche la conclamata virtuosità germanica, come la vicenda Volkswagen, una roba da “magliari”aggravata dalla presenza nell’azionariato di un Land, o quella Deutsche Bank, imbottita di pericolosissimi derivati, già sotto processo per la manipolazione dei tassi Libor ed Euribor, ora accusata di aver utilizzato un software per la gestione di operazioni su valute che favoriva la banca a danno dei clienti. La banca respinge l’accusa, ma la somiglianza con il caso Volkswagen è preoccupante. 

Tutto ciò non toglie alcuna responsabilità a Renzi, ai governi che lo hanno preceduto e a tutto il sistema Italia per gli errori compiuti e le azioni non intraprese, ma dovrebbe consigliare, come detto, una certa prudenza nel salire in cattedra. Come dice il Vangelo: “Medice, cura te ipsum”. 

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