LETTURE/ Da De Gasperi a Van Rompuy (& co.), chi ha davvero ucciso l’Europa?

- Augusto Lodolini

L’esito del referendum inglese ha scatenato un dibattito in cui sono emersi alcuni tratti retorici e ideologici che viziano tutta la discussione sull’Unione Europea. AUGUSTO LODOLINI

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Mario Monti (LaPresse)

L’esito del referendum inglese ha scatenato un vivace dibattito in cui sono emersi alcuni tratti retorici e ideologici che viziano spesso la discussione sulle istituzioni europee. Ideologia e retorica tendono a distorcere la realtà, cercando di ignorarne o falsificarne quelle parti che le contraddicono.
Negli ultimi giorni si è sentito ripetere, per esempio, che è grazie alle istituzioni europee che l’Europa ha potuto vivere in pace nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Se si lasciasse da parte la retorica si sarebbe però costretti a riconoscere il ruolo determinante svolto dai Patti di Yalta, firmati nel 1945 tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito, con la conseguente divisione in due blocchi dell’Europa. La guerra calda, a differenza di quella “fredda”, continuò ad essere combattuta fuori dall’Europa, ma il prezzo fu pagato da alcuni popoli europei, come gli ungheresi nel ’56 e i cecoslovacchi nel ’68, lasciati a se stessi dall’Occidente proprio in base a quegli accordi. Così come, d’altronde, l’Unione Sovietica non era intervenuta alla fine degli anni Quaranta nell’insurrezione comunista in Grecia. Tuttavia, le istituzioni europee non riuscirono ad evitare i conflitti “interni”, come nell’Irlanda del Nord o nei Paesi Baschi.
L’impostazione retorica appare anche nelle frequenti citazioni strumentali dei “padri fondatori”, svincolate da ciò che costoro realmente costruirono. Schuman, Adenauer, De Gasperi erano uomini politici estremamente radicati nella realtà, ben consci che tra i loro Paesi, usciti distrutti dalla guerra, non vi erano reali vincitori. Tutti avevano qualcosa da perdonare e da farsi perdonare, del tutto in linea con l’estrazione cattolica degli statisti che diedero vita al processo di collaborazione europea. Per due di loro, Schuman e De Gasperi, sono in corso le cause di beatificazione e fa specie che chi continua a citarli abbia consentito all’eliminazione di ogni riferimento alle radici cristiane dell’Europa.
Il primo trattato europeo fu firmato nel 1951 da Francia, Italia e Germania Occidentale (Bundesrepublik Deutschland), essendo la Germania Orientale (Deutsche Demokratische Republik) sotto dominio sovietico, e da Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, già uniti dal 1948 nell’unione doganale chiamata Benelux. Fu così costituita la Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) su ispirazione soprattutto francese, dato che le zone di confine tra Francia e Germania, direttamente interessate a carbone e acciaio, erano state al centro delle due guerre mondiali.
Questo realismo su ciò era stato concausa di guerre disastrose nel passato, fu applicato anche a quella che si presentava come una possibile causa di guerre ancor più disastrose nel futuro: l’energia nucleare. Nasce così nel 1957, con i Trattati di Roma, la Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom), tuttora attiva (la Ceca ha cessato di esistere nel 2002). Gli stessi Trattati diedero vita dal 1958 alla Cee, Comunità Economica Europea, chiamata anche Mec per la centralità data al mercato comune che si veniva a formare tra i sei Stati. Con il fallimento delle trattative per la costituzione della Ced (Comunità Europea di Difesa) si dimostrarono invece inutili i tentativi di costruire un esercito comune europeo.

Questi primi passi nel processo europeo sono caratterizzati da una realistica valutazione delle possibilità concrete di integrazione: pur avendo presente l’obiettivo finale di un’Europa unita anche politicamente, si procede per gradi, sia per le aree che vengono integrate, sia per gli Stati che vengono associati. Le difficoltà poste, soprattutto dalla Francia, ad un ampliamento della Cee portano il Regno Unito a dar vita nel 1960 all’Efta (European Free Trade Association), un mercato comune alternativo con altri sei Stati: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera, cui si aggiunsero successivamente Islanda, Finlandia e Liechtenstein. Tuttavia, nel 1973 Regno Unito e Danimarca lasciarono l’Efta per aderire alla Cee, seguiti nel 1985 dal Portogallo e nel 1995 da Austria, Finlandia e Svezia.
Questo approccio realistico sembra essere stato abbandonato negli ultimi vent’anni: la Cee ha impiegato 36 anni per passare dagli iniziali sei membri ai 15 del 1995 (anche l’Irlanda aveva aderito nel 1973); la nuova Unione Europea in tre anni ha aggiunto 12 Stati, di cui 10 nel solo 2004. La dissoluzione dell’Unione Sovietica sembra aver prodotto nell’Occidente una sorta di delirio di onnipotenza e l’Unione Europea si è sentita così forte da imprimere un’accelerazione fuori misura al processo di associazione.
L’integrazione politica è però una cosa ben più complessa di un’associazione su parametri economici o finanziari; deve tener conto delle componenti storiche, culturali, religiose, cioè dei popoli che formano gli Stati. Questa preoccupazione sembra essere stata e sembra tuttora inesistente in quel di Bruxelles, come espresso nel 2014 dall’allora presidente del Consiglio Europeo, il belga Herman Van Rompuy, in un’intervista a De Standaard. Van Rompuy, nell’affermare l’obiettivo di unificare tutta l’Europa fino agli Urali, lasciandone fuori la Russia, dichiarava di non sapere se vi era l’appoggio dell’opinione pubblica europea a un simile progetto, ma “noi lo faremo comunque”. Come in tutte le ideologie, il popolo viene ritenuto incapace di valutare e decidere ciò che è bene per lui.
Questo argomento ricorre anche nelle attuali discussioni sulla Brexit: l’adesione all’Ue è una cosa troppo seria perché possa essere decisa dal popolo, almeno da tutto il popolo. Infatti, a proposito del referendum britannico, si sottolinea la differenza tra il voto “intelligente” dei giovani e degli istruiti e quello grezzo e disinformato di anziani e poco istruiti. E pensare che il suffragio universale era stato considerato una conquista civile!
L’impressione è che a Bruxelles si considerino avanguardia in senso leninista, cioè guide illuminate con il compito di portare sulla retta via i popoli europei. Eppure, lo stesso Lenin ammoniva l’avanguardia a non staccarsi “dalla massa da essa diretta e guidare realmente in avanti tutta la massa”, evitando di diventare élite preoccupata solo di se stessa. Proprio questa è la sensazione nei confronti dell’Unione Europea che si sta impadronendo di un numero crescente di europei e la soluzione non è certamente il ricorso a proclami retorici o all’indiscriminata accusa di populismo e anti europeismo ad ogni posizione contraria all’attuale conduzione.
Purtroppo la storia dimostra come raramente le ideologie riescano a modificarsi da sole e questa incapacità porta ad esiti drammatici, come sarebbe la dissoluzione non concordata e gestita in comune dell’Unione Europea.



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