ALLARME SPREAD/ Ecco gli stranieri che fanno affari sulla pelle dell’Italia

- Paolo Annoni

Quella di ieri, nella previsione di molti, doveva essere una giornata positiva per l’Italia sui mercati finanziari. PAOLO ANNONI spiega perché non è andata così

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Foto Ansa

Doveva essere tutto molto più facile; eliminato Berlusconi, in un modo o nell’altro, lo spread Btp-Bund si sarebbe dovuto ridurre al ritmo di decine di punti base al giorno e i principali problemi finanziari dell’Italia si sarebbero naturalmente esauriti nel giro di pochi giorni o settimane. Invece, lo spread ha raggiunto nuovi massimi superando di molto quelli del giorno prima (in serata si viaggiava all’incredibile quota di 550), la Borsa di Milano è arrivata a perdere più del 5% (per poi chiudere al -3,6%), i titoli delle banche italiane hanno vissuto l’ennesima giornata da incubo e il rendimento dei titoli di stato italiani ha raggiunto livelli da allarme rosso. Chi teorizzava i 100 o 200 punti base di spread in meno, se non è ancora morto dalla vergogna, a questo punto è quanto meno obbligato a fornire qualche spiegazione aggiuntiva. Se la spiegazione è che il mercato ci punisce perché in qualche modo Berlusconi e i suoi “fedeli” sono ancora di mezzo, allora è meglio cominciare a ignorare chi, dopo ieri, ancora sostiene certe tesi.

A questo punto, però, è il caso di fare un po’ di ordine perché il rischio di non capirci più niente è serio; si può procedere per esclusione. Se il problema era l’approvazione della cosiddetta legge di stabilità è difficile immaginare che per quanto sia bassa la stima del mercato nei confronti dell’Italia qualcuno possa aver immaginato che in una situazione già drammatica con il sistema bancario sull’orlo del precipizio alla fine l’Italia non sarebbe arrivata ad accontentare le richieste dei partner europei e del mercato. E non regge nemmeno la spiegazione che serviva un ulteriore e inequivocabile messaggio sotto forma di altri 50 punti base di spread per convincere i riottosi politici italiani, perché già da settimana scorsa la situazione era per tutti evidentemente insostenibile.

Possiamo accettare di più, ma alla fine non ci convince neanche questa ipotesi, che le preoccupazioni del mercato esprimano più in generale una sfiducia nei partiti e nei politici italiani di dare risposte concrete e convincenti, di dimostrarsi credibili e di poter convincere gli italiani a fare i sacrifici necessari senza che mettano a ferro e fuoco il Paese. Per la cronaca, nemmeno con questo provvedimento i mercati si riterranno soddisfatti, anche perché la crisi promette di essere lunga e dolorosa e nessuno, nemmeno i più teoricamente virtuosi, può pensare di mettersi al riparo per sempre con una singola manovra. Per quanto tardiva sia la fretta con cui in queste ore si giunge all’approvazione della legge di stabilità dovrebbe quanto meno essere dimostrato che sotto pressione qualche risposta significativa arriva.

Le questioni al momento sono due: una è una valutazione sulla “solvibilità” di breve e di medio termine dell’Italia e dei suoi fondamentali economici; l’altra è una valutazione sulla sua credibilità e sulla capacità della politica di convincere i mercati della solidità del sistema. Va bene lo stock di debito elevato, vanno bene anni di bassa crescita, amministrazione inefficiente, rigidità sul mercato del lavoro, però non si può far finta che il sistema bancario italiano non sia uno dei più solidi se non il più solido dell’Europa occidentale, che il tasso di risparmio sia ancora elevatissimo che la percentuale di possessori di case sia, ancora, il più alto dell’Europa occidentale, che il sistema manifatturiero sia sostanzialmente secondo alla sola Germania nell’area euro e che infine l’Italia nonostante tutto consegnerà un avanzo primario nel 2011 che non è stato propriamente ottenuto “gratis”.

La violenza con cui i mercati stanno colpendo l’Italia sembra davvero fuori luogo. Intanto, ieri l’ora di contrattazione finale con cui si è passati dal -5% al -3,6% è sembrata tanto un’enorme presa di profitto di chi aveva scomesso al ribasso sull’Italia. Dopo le dimissioni del Presidente del consiglio di martedì, in attesa che si capisca quale sarà il futuro, in assenza di un interlocutore politico che possa parlare “legittimamente” e con “dietro” il consenso degli elettori il bersaglio è ancora più senza difese e facile da colpire. Questo va bene per chi cerca soldi facili in un momento in cui in finanza fare guadagni e sistemarsi bilanci e conti economici è più difficile del solito.

In questi giorni l’unico problema dell’area euro e della finanza globale sembrava l’Italia con i giornali di mezzo mondo che titolavano la prima pagina sui destini della coalizione di Berlusconi; sinceramente ci sembra un po’ troppo e davvero esagerato. Perché nessuno si chiede quanti aiuti di Stato hanno ricevuto le banche francesi? O di che cosa si siano riempite a piene mani le banche tedesche negli anni delle cdo e dei subprime? Perché nessuno ricorda di quando bastava dire che un’agenzia di rating aveva dato una tripla A (quella che c’era su Lehman qualche settimana prima del fallimento) a un prodotto finanziario affinché venisse comprato anche a Francoforte e dintorni? (ma non qua nelle popolari e controllate dalle fondazioni troppo “retail” banche italiane).

Un’Italia fallita probabilmente non la vuole veramente nessuno, perché le strade italiane sono piene di Audi e Peugeot e gli i-phone vanno a ruba, ma un’Italia bastonata e ridimensionata che nel frattempo aiuti a nascondere i problemi di tutti fa comodo a tanti, inclusi i nostri più diretti concorrenti; quelli che qualche settimana fa alla domanda sulla fiducia nell’Italia ammiccavano con un sorriso che era tutto un programma. Sulla speculazione contro la lira poi all’inizio degli anni ‘90 si sono costruite fortune e per qualcuno farsi un altro giro non suona affatto male.

Togliere argomenti a chi giustamente critica l’Italia con riforme che servono davvero è oggi inevitabile e bisogna diffidare enormemente da chi propone soluzioni venezuelane o da chi pretende di risolvere il problema senza toccare i nervi scoperti, come il mercato del lavoro, la riforma delle pensioni e l’inefficienza della burocrazia. Convincere il mercato con tutti i mezzi che si prenderà davvero questa strada è prioritario almeno quanto lo è difendersi da chi nel frattempo cerca di “approffittarsene” oltre ogni evidenza. Ovviamente, molto meglio se questa difesa arriva da un governo credibile, magari – sarebbe perfetto – con “dietro” il consenso popolare. 

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