FINANZA/ Spread, c’è una sola via d’uscita per l’Italia

- Paolo Annoni

La giornata di ieri ha visto Piazza Affari cedere il 3,8% e lo spread tra Btp e Bund risalire oltre i 460 punti base. PAOLO ANNONI prova a spiegare le ragioni di questo andamento

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Foto Ansa

Ci sono casi in cui certe giornate di borsa possono essere oggetto di discussione e in cui ci si può interrogare su cosa in realtà stia pensando il mercato; la giornata di ieri non rientra in questa categoria. Il bollettino di guerra dice -3,8% per il mercato italiano e uno spread tra Btp e Bund oltre 460 punti base dopo i 430 di venerdì e i 380 di martedì; se si attendeva una risposta dei mercati al meeting europeo della scorsa settimana eccola servita in tutta la sua evidenza. Prima di passare all’argomento di giornata e cioè appunto il responso dei mercati alle decisioni prese venerdì in sede europea, si può tornare a parlare di un evento che è già stato archiviato tra le cose vecchie e inutili. La manovra da 30 miliardi di euro del governo Monti, per un motivo o per l’altro, non ha spostato sostanzialmente di una virgola la situazione finanziaria dell’Italia, che qualche decina di punti base di spread in più o in meno, è la stessa di un mese fa. Se dopo l’approvazione, data per scontata, di questa manovra per pura ipotesi l’attuale governo decidesse di farne un’altra da 60 miliardi mettendo ai ceppi qualche milione di italiani non avremmo risultati molto diversi.

Ormai dovrebbe essere chiaro che l’unica ricetta vera è rilanciare la crescita del Paese e che per ottenere questo risultato occorrono riforme per migliorare la competitività e risorse per investire (che però possono venire solo dai tagli e di certo non da nuove tasse). Nella finanziaria attuale non c’è nulla del primo punto e pochissimo del secondo, ma anche ci fosse sarebbe impossibile avere qualche effetto nel breve periodo e un atto di fede dei mercati. I problemi oggi sono il costo esorbitante che lo Stato italiano deve pagare sul proprio debito e, soprattutto, la situazione drammatica in cui versa il sistema bancario italiano che non riesce più a rifinanziarsi a costi sostenibili sul mercato e che dovrà pure adeguarsi alle nuove regole suicide dell’Eba; l’effetto sul tessuto economico è già molto pesante. Se questa situazione non cambia, nel 2012 l’Italia continuerà ad avere, più o meno, lo stesso debito di oggi con in più una recessione dalle conseguenze imponderabili data la situazione economica internazionale.

L’unica cosa certa per il mercato oggi è che nulla nei fatti e praticamente è cambiato da mercoledì scorso dopo il vertice europeo; si è parlato di nuove norme vincolanti per gli Stati, nuovi trattati, ecc. Chi è debole o sotto attacco rimane debole e sotto attacco; anzi, visto che è pura illusione credere che in attesa che arrivino le risposte la situazione rimanga stazionaria quando la realtà è che si sta avvitando, chi è debole diventa più debole e a maggior ragione chi è sotto attacco continua a essere sotto attacco. Anche sull’euro, sulla cui sopravvivenza sono state fornite rassicurazioni, in uno scenario di questo tipo rimane un enorme punto interrogativo; il dibattito sull’esistenza della moneta unica, con tutte le sue conseguenze, non sembra affatto destinato a finire. Nella confusione generale il mercato si aggrappa alle poche certezze.

È significativo, e di certo poco rassicurante, che alla possibile vigilia di un’altra mega-iniezione di liquidità della Fed il mercato abbia comprato massicciamente dollari e treasury americani. L’America, per quanto messa molto male finanziariamente, oggi è o sembra (ma non cambia molto) una rara certezza, politica ed economica, a ulteriore testimonianza che oggi la merce che il mercato cerca e paga è la credibilità (di nuovo politica ed economica). Al di là di ogni dubbio l’Europa oggi non è credibile così come lo stato italiano, a differenza della Germania, quando “vende” una crescita futura che gli ultimi provvedimenti certi, per quanto forse inevitabili, possono solo minacciare.

A questo riguardo è lecito cominciare a dubitare che da una nuova governance europea possa arrivare una soluzione ai problemi in tempi ragionevoli, seppure molto di positivo potrebbe arrivare dall’“Europa”, Bce in testa; la situazione ottimale sarebbe un periodo di grazia finanziaria per l’Italia in attesa delle riforme, dei tagli e della crescita. Dato che dall’Europa arriva poco tanto vale per l’Italia cominciare con i compiti a casa, che prima o poi e in qualsiasi situazione dovranno essere fatti, il più in fretta possibile. Cosa deve accadere e di quanto la situazione deve peggiorare ancora prima che in Europa vengano messe in atto misure efficaci per risolvere i problemi dei Paesi periferici? Quando si avrà una certezza su chi fallisce e chi no, su chi esce dall’euro e chi no e sulle condizioni economiche finali che costringeranno a prendere una decisione?

Fino a che queste domande rimangono legittime, come lo sono oggi, è impossibile scommettere su un miglioramento vero e duraturo dei mercati. Il caso greco è la prova provata che chi non si è fidato ha avuto ragione, mentre la situazione di credit crunch del sistema bancario italiano complice l’incertezza sull’euro e sulle politiche europee si sta diffondendo in Europa in modo preoccupante. Infine, pensavamo ci fosse un limite al peggio, ma occorre ricredersi di fronte a certi articoli apparsi sulla stampa che conta che dipingono la vendita di municipalizzate e aziende strategiche italiane (Eni, Enel e Finmeccanica) come la nuova terra promessa (non era già il governo Monti?) per l’economia italiana. La rozzezza degli argomenti portati a sostegno di questa tesi è inquietante; il problema dell’Italia non è innanzitutto lo stock di debito, che evidentemente non fa bene, ma le prospettive dell’economia. Ci sfugge il senso economico, prima ancora che strategico, di questa operazione. Vendere ai minimi di borsa aziende che pagano dividendi e un sacco di tasse allo stato italiano dopo Robin Hood Tax varie (ci piacerebbe sapere il tax rate di queste società dopo la privatizzazione completa e magari qualche appello dove conta in sede europea) non sembra molto sensato.

Ottenere il consenso dei mercati e degli investitori è un obiettivo che non è affatto da disdegnare tanto più se coincide con l’interesse dell’Italia; tentare di compiacerli in modo stupido, miope e estremamente ingenuo non è una grande idea e ha dubbi effetti nel lungo e nel breve periodo. 

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