MANOVRE/ Marchionne e il “poker” americano

- Paolo Annoni

Sergio Marchionne continua a rilasciare dichiarazioni evasive o sibilline sul futuro del gruppo automobilistico italiano. PAOLO ANNONI ci aiuta ad analizzare meglio la situazione

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Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Chi volesse chiarirsi le idee sul futuro della maggiore società industriale italiana potrebbe trovare risposte illuminanti nelle dichiarazioni rilasciate ieri da Sergio Marchionne a proposito della possibilità di nuovi partner per Fiat-Chrysler: “Ci stiamo muovendo, possiamo fare cose in tutte le parti del mondo”. Mentre sullo scenario europeo le indicazioni sono state: “Non ci sono molti partner rimasti in Europa. Guardo a tutti”. Nuovi spunti di riflessione, si spera più utili, saranno disponibili settimana prossima, quando dal salone dell’auto di Ginevra arriveranno altri elementi per capire il futuro di un’industria che almeno in Europa sta attraversando una fase piuttosto movimentata.

L’ultima novità in ordine di tempo è l’accordo tra Peugeot e General Motors che con ogni probabilità coinvolgerà Opel, controllata europea del gruppo americano. Entrambe le società, Peugeot e Opel, sono state considerate possibili partner di Fiat e in particolare la seconda nel 2009 è arrivata vicina alla fusione con la società guidata da Marchionne. L’accordo tra Peugeot e Opel è una pessima notizia per Fiat, che si trova in casa un concorrente più pericoloso di prima.

Il punto di partenza per il riassetto del mercato europeo dell’auto e per gli interrogativi che aleggiano sulla presenza industriale di Fiat in Italia è abbastanza semplice. Le prospettive del mercato dell’auto in Europa sono deludenti e c’è un eccesso di capacità produttiva. Fiat ha chiuso in utile grazie alla performance di America Latina e Stati Uniti, mentre in Italia ha registrato una perdita; la strategia di Marchionne è stata quella di espandersi all’estero e di limitare i danni in Europa riducendo gli investimenti.

All’opposto di Fiat c’è Peugeot, che ha investito considerevolemente in nuovi modelli salvo poi presentare risultati al 2011 deludenti con una generazione di cassa molto al di sotto delle attese e la necessità di avviare un piano di taglio dei costi e riduzione del debito. Sia la strategia di Peugeot che quella di Fiat non sono percorribili nel medio-lungo periodo perchè o insostenibili, o molto pericolose, dal punto di vista finanziario (Peugeot) o perchè compromettono le quote di mercato (Fiat). Chi non ha problemi è Volkswagen, che per dimensioni, gamma di modelli e presenza geografica continua a generare utili, mentre in Europa ha cominciato a mettere seriamente sotto pressione i propri concorrenti potendo anche permettersi di usare la leva del prezzo data una maggiore efficienza produttiva.

È in questo quadro che si devono leggere le dichiarazioni fatte da Marchionne la scorsa settimana a proposito della presenza industriale di Fiat in Italia. Secondo l’ad di Fiat, l’unica alternativa alla chiusura di due stabilimenti italiani su cinque è che a Fiat riesca di produrre in Italia per esportare negli Stati Uniti. L’attuale struttura dei costi sarebbe presumibilmente troppo pesante per poter permettere a Fiat di produrre a prezzi competitivi in Europa.

La domanda inevitabile è come e con che modelli gli stabilimenti italiani possano produrre per l’America. È molto difficile ipotizzare che si possano esportare utilitarie probabilmente senza molto valore aggiunto in un mercato dove il lancio della 500 è stato molto deludente. Ci sarebbe l’ipotesi di un rilancio del marchio Alfa Romeo, che, sempre secondo Marchionne, è necessario al gruppo proprio negli Stati Uniti, ma lo sbarco della casa del biscione negli Usa viene rimandato da anni e i nuovi modelli di Alfa Romeo non sembrano al momento al centro delle priorità del gruppo; anche un ipotetico Suv della Maserati non pare esattamente di prossima realizzazione.

Nel frattempo Marchionne continua a chiedere più efficienza e flessibilità negli stabilimenti italiani in uno scenario di mercato che per volumi di vendita attesi e per il livello di competizione impone di migliorare la propria produttività sia che gli stabilimenti siano cinque, sia che ne rimangano tre. Tramontata l’ipotesi di un accordo con Peugeot il tema del nuovo partner rimarrà comprensibilmente al centro dei rumours e delle speculazioni; il tema degli stabilimenti italiani anche, almeno finchè non si avranno più elementi su cosa e quando dovrebbe uscire dagli stabilimenti per essere venduto in America.

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