GEOFINANZA/ Usa e Francia stracciano i “compiti a casa” dell’Italia

- Paolo Annoni

L’Italia, nonostante gli impegni sul piano dei conti pubblici, deve fare i conti con un elevato spread. Cosa che, spiega PAOLO ANNONI, non succede ad altri paesi con deficit più elevati

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Ben Bernanke (Infophoto)

L’appuntamento topico per i mercati ieri era il discorso di Bernanke alla commissione bancaria del Senato americano (alle 4 del pomeriggio ora italiana). In particolare le attenzioni erano puntate sui riferimenti che il presidente della Fed avrebbe potuto fare a ulteriori misure per immettere liquidità e ancora più in particolare al quantitative easing 3. Sveliamo subito che al quantitative easing 3 non è stato fatto alcun accenno e che Bernanke si è “limitato” all’espressione per cui la Fed è pronta a intraprendere ulteriori azioni per promuovere una ripresa economica più forte. Il discorso di Bernanke però contiene altri elementi che vale decisamente la pena sottolineare non fosse altro per il pulpito da cui arrivano.

Secondo il Presidente della Fed, la ripresa americana è frenata da condizioni finanziarie rigide per imprese e famiglie e dai freni dovuti alle politiche fiscali e alle relative incertezze. Sul primo punto non c’è molto da aggiungere se non che la principale causa sarebbe, secondo Bernanke, la crisi dei debiti in Europa che sta avendo riflessi negativi sulle condizioni finanziare nel resto del mondo, inclusi ovviamente gli Stati Uniti. È abbastanza arduo sostenere che sia l’unica causa di stress per i mercati finanziari (le perdite sui derivati dell’americanissma Jp Morgan? Lo scandalo Libor?), ma è indubbio che le incertezze sull’area euro e su migliaia di miliardi di attivi in questo momento siano predominanti e stiano avendo sensibili effetti negativi sulla crescita globale.

Sul secondo punto invece le opinioni del presidente della Fed sono decisamente più interessanti: “Come è ben noto, le politiche fiscali degli Stati Uniti sono su un sentiero insostenibile e lo sviluppo di un credibile piano di medio-lungo termine per controllare i deficit dovrebbe avere una priorità elevata”. Immaginiamo, fatte le dovute proporzioni, cosa accadrebbe se le stesse dichiarazioni fossere rese domani dal Presidente della Banca d’Italia a proposito del deficit italiano; confrontiamo poi la realtà finanziaria degli Stati Uniti così come ci viene presentata da una persona che è difficile includere nella schiera dei detrattori con il rendimento che oggi offrono i treasury. Un’osservazione che dovrebbe almeno incrinare la convinzione che alto debito e alto deficit giustifichino per forza un alto costo del debito.

Ma le dichiarazioni interessanti non sono finite infatti Bernanke continua dicendo che: “Allo stesso tempo le decisioni fiscali dovrebbero tenere conto della fragilità della ripresa. La ripresa potrebbe essere messa a repentaglio dalla confluenza di incrementi di tasse e tagli alla spesa”. E ancora: “Il Congresso ha stimato che se tutta la gamma di incrementi alle tasse e tagli alla spesa dovesse essere messa in atto si manifesterebbe una leggera recessione e una minore creazione di circa un milione di posti di lavoro nel 2013”. Queste stime non includono gli ulteriori effetti negativi che si avrebbero dall’incertezza su come questi problemi verranno risolti. In conclusione, Bernanke consiglia che i problemi di deficit vengano affrontati tenendo in considerazione sia la sostenibilità del fisco sia la fragilità della crescita.

Il sospetto che la realtà sia un po’ più complessa di come spesso viene presentata con i grafici quotidiani che si limitano al confronto tra spread italiano e spagnolo dovrebbe arrivare da un altro fenomeno in atto da qualche settimana sul mercato del debito europeo. Come noto le prospettive economiche della Francia si stanno rapidamente deteriorando mentre all’inizio di maggio è stato eletto un nuovo Presidente che non ha alcuna intenzione di abbracciare la strada del rigore. In questi due mesi lo spread italiano è passato da 400 a 480, mentre quello francese, sempre nei confronti del Bund, è passato da 120 a 87. Secondo la teoria economica che va per la maggiore, questo fatto sarebbe sostanzialmente inspiegabile.

Azzardiamo alcuni elementi che potrebbero invece spiegare questo fenomeno e che proprio il confronto tra Italia e Francia che al momento hanno 360 punti di spread di differenza aiuta a capire. Negli ultimi mesi il livello di stress dei mercati si è acuito e ha spinto gli operatori a buttarsi sugli asset ritenuti sicuri, letteralmente, a qualsiasi prezzo; a torto o a ragione pur in una situazione di deterioramento economico e con alto deficit la Francia appare ai mercati saldamente ancorata all’euro e “libera” dall’obbligo di introdurre nuove tasse e tagli che avrebbero un solo effetto certo. Anche la Francia come gli Stati Uniti ha bisogno di un sentiero che riporti i conti pubblici su una via sostenibile nel medio-lungo periodo? È molto probabile, per non dire certo, ma il mercato non se ne cura e pare privilegiare evidentemente i dati sulla crescita rispetto a quelli sul deficit.

L’attuale situazione dello spread rende meritevole di analisi l’ipotesi di un’uscita dall’euro dell’Italia mentre non la rende contemplabile per la Francia. È evidente che in presenza di tali timori gli investitori pretendano un maggiore rendimento e che tale maggiore rendimento si rifletta in aumento dei costi per lo Stato con effetti nefasti; è altrettano evidente che più i timori diventano elevati meno appetibile diventa il debito e viceversa. Essere percepiti come quelli che stanno nel club degli affidabili oggi ha un valore enorme e questa percezione poco ha a che fare con i cali del deficit.

Presentarsi ai mercati come i cattivi costretti dagli altri a un surplus di compiti a casa che ammazzano l’economia e la pace sociale, in una situazione di subalternità, non aiuta in generale e in particolare non serve a far ricredere i mercati se, come appare molto probabile, oggi l’Italia sta pagando un costo molto superiore a quello che meriterebbero i fondamentali.

Il piano seguito finora che prevede di continuare a fare i compiti per ottenere concessioni a livello europeo non sembra funzionare tanto più che il famigerato meeting del 20 luglio sulle misure anti-spread e già diventato una teleconferenza dei cui esiti è difficile essere ottimisti. Visto che lo spread sta a 500, che la situazione non sembra migliorare e che si cammina pericolosamente sull’orlo del baratro per l’Italia potrebbe, forse, essere il caso di valutare un cambio di strategia innanzitutto a livello europeo. Almeno è questo che sembrano consigliare i “mercati”. 

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