FIAT/ Quel “trasloco” che tiene Marchionne ancora in piedi

- Paolo Annoni

Ieri doppio appuntamento importante per Fiat con l’inaugurazione dell’impianto di Grugliasco e la presentazione dei risultati di fine anno. Il commento di PAOLO ANNONI

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Elkann e Marchionne (Infophoto)

Nel giorno in cui veniva inaugurato l’impianto “Giovanni Agnelli” di Grugliasco alla presenza di John Elkann e Sergio Marchionne, rispettivamente Presidente e Amministratore delegato di Fiat, la società approvava i conti 2012. Dallo stabilimento di Grugliasco uscirà la nuova Maserati Ghibli, prima prova tangibile della nuova strategia del gruppo di focalizzazione sul segmento “premium”. Nei prossimi mesi si cominceranno a vedere i risultati della nuova strategia sia in termini di auto vendute, sia di maggiori ricavi e profitti per il gruppo di Torino, od ovviamente perdite in caso di insuccesso; inutile specificare che i differenti esiti avranno riflessi occupazionali molto diversi.

Una cosa al momento è già sicura, tanto più dopo i risultati presentati ieri: la strategia seguita finora da Marchionne ha dato ottimi risultati. Il contesto economico in cui si è trovata a operare Fiat in Europa e in Italia è stato drammatico con il mercato auto sbriciolato e un parco modelli particolarmente vulnerabile a un calo del mercato. I conti presentati ieri non restituiscono l’immagine di un gruppo che naviga in cattive acque finanziarie. I motivi sono gli stessi da diversi trimestri e coincidono con il contributo del mercato brasiliano e con quello ormai decisivo di Chrysler. Sui conti di ieri non si può però evitare di notare almeno un paio di cose interessanti.

La prima è che se l’origine dei profitti del gruppo Fiat rimane sempre la stessa, il contributo delle attività europee, e in particolare italiane, registra un sensibile miglioramento; rispetto al quarto trimestre del 2011 la perdita delle attività europee si dimezza e passa da più di 200 milioni di euro a poco più di 100. Siccome nel frattempo il mercato è solo peggiorato e il numero di auto vendute non è migliorato si può solo dedurre che a pagare sia stato un severo controllo dei costi e delle spese, anche via cassa integrazione.

La seconda cosa che non si può fare a meno di notare è che mentre gli investimenti di Chrysler nel quarto trimestre sono aumentati e non di poco rispetto all’anno scorso, quelli della sola Fiat sono diminuiti di quasi mezzo miliardo di euro (da circa un miliardo e mezzo a uno). È possibile attribuire questa riduzione consistente a una diminuzione delle spese di ricerca e sviluppo che sarebbero state sostenute dalla parte del gruppo più in salute, con maggiori profitti e cassa; in altre parole, Fiat farebbe leva sugli investimenti sostenuti da Chrysler per concentrarsi sulla produzione fisica delle macchine. Si confermerebbe quindi lo scenario in cui l’incremento degli investimenti annunciato è relativo molto più a Chrysler che a Fiat, a cui rimane il compito di saturare la capacità produttiva, soprattutto in Italia, producendo modelli con buoni margini che possano avere successo in una fascia di mercato appetibile.

La strategia è in un certo senso obbligata sia per le differenti condizioni del mercato auto nordamericano e europeo, sia perchè i risultati di Chrysler rendono sostenibili certi investimenti, sia infine perché Fiat non può ancora avere accesso alla cassa di Chrysler. Rimane poi sempre valida la priorità per Fiat di incrementare la propria quota nel gruppo americano; anche ieri Marchionne ha affermato che l’incremento della quota in Chrysler “è solo una questione di prezzo”. Fiat non ha trovato un accordo sul prezzo con il Veba e rimane in attesa che una corte giudiziaria del Delaware si pronunci in merito. Nel frattempo Fiat continua a sostenere il costo di 9 miliardi di euro di cassa (su un debito lordo di 17,5) anche per prepararsi all’acquisto di quote di Chrysler.

Il gruppo è ancora in evoluzione, la transizione da gruppo multi-regionale a società globale con dimensione minima efficiente per competere in qualsiasi fase del ciclo è ancora in atto. Lo status di primo gruppo industriale italiano richiede sempre un’attenzione speciale, tanto più in un contesto economico difficile e volatile e tanto più perché le decisioni prese oggi influiranno sull’assetto del gruppo per un lungo periodo di tempo. 

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