POSTE ITALIANE/ La quotazione con un “rischio suicidio”

- Paolo Annoni

Poste Italiane sbarcherà alla Borsa italiana tra due settimane. Intanto è partita l’Offerta pubblica per l’acquisto delle sue azioni. Il commento di PAOLO ANNONI

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Ieri mattina a Milano gli uffici di banche d’affari, broker e società di gestione si sono svuotati per un mini esodo terminato in piazza Affari; non si è trattato di un’inusuale manifestazione di protesta degli operatori finanziari, ma, semplicemente, dell’incontro di presentazione agli investitori della quotazione di Poste Italiane che arriverà sul mercato il 27 ottobre 2015. Il motivo di così tanto interesse non è riconducibile a qualche strano romanticismo per un pezzo così caratteristico del sistema italiano, ma perché, al massimo della forchetta di prezzo (compresa tra 6 e 7,5 euro per azione) si prospetta una capitalizzazione di 9,8 miliardi di euro con lo Stato italiano venditore, per qualche miliardo di euro, del 40%. Poste Italiane entrerà in borsa in grandissimo stile e dalla porta principale e finirà con ogni probabilità direttamente nel listino principale. Un listino, per la cronaca, fatto ormai quasi solo da banche, assicurazioni e utility.

L’esodo di lunedì mattina non è nemmeno riconducibile ad attese di futuri radiosi per lettere e raccomandate oppure pacchi e colli dopo venti anni dalla rivoluzione di internet. Per capire cosa abbia solleticato l’interesse di così tanti investitori non serve nemmeno leggere tutte le 900 pagine del prospetto informativo, ma soffermarsi brevemente su quelle che contengono lo spaccato settoriale dei ricavi e degli utili del nuovo gruppo. Nel primo semestre del 2015 ai 638 milioni di euro di utile operativo hanno contribuito per 468 milioni i servizi finanziari, per 236 quelli assicurativi e per 23 gli altri servizi; la somma degli ultimi tre numeri è più alta del totale perché i servizi postali e commerciali hanno perso 89 milioni di euro.

I motivi principali per cui gli investitori decideranno di sottoscrivere azioni di Poste Italiane comprandole dal governo italiano sono probabilmente due. Il primo, quello più tradizionale, è relativo alla ristrutturazione dell’attività storica del gruppo, quella che “perde soldi”. Evidentemente, visti i risultati, il lavoro da fare è molto, ma proprio per questo le difficoltà possono essere un’opportunità per un investitore se la ristrutturazione dovesse essere un successo in tempi accettabili. Forse allo Stato italiano, il venditore, sarebbe convenuto ristrutturare e poi vendere una società con conti migliori esattamente come ha fatto il governo inglese che, notava ieri il Financial Times nella paginata dedicata a Poste, ha prima portato a termine una ristrutturazione complicata e lunga e poi venduto.

Il secondo motivo, quello più immediatamente comprensibile e realizzabile, è quello della trasformazione del risparmio dei clienti, decine di miliardi di euro, attualmente amministrato da Poste Italiane. Il piano industriale illustrato nel prospettivo informativo parla di “cross selling”, ma l’idea, non crediamo di andare particolarmente lontano, potrebbe essere quella di convincere i clienti a trasformare forme più tradizionali di risparmio, come conto corrente, Bot e Btp, in forme più evolute (Poste ha comprato il 10% di Anima) che sicuramente rendono molto di più a chi gestisce e probabilmente anche a chi si fa gestire. La proposta commerciale dovrebbe incontrare un terreno particolarmente fertile perché le forme più “tradizionali” di risparmio oggi non rendono praticamente niente dopo le immissioni di liquidità operate dalle banche centrali.

L’arena è particolarmente affollata perché anche le banche che fanno grande fatica a guadagnare sui prestiti, con tassi bassi e sofferenze, si stanno e si sono buttate sul risparmio gestito per alimentare i ricavi; chi ci è riuscito guadagna e chi ha fallito continua a perdere.

L’Italia rimane sempre un Paese di grandi risparmiatori, tendenzialmente avversi al rischio, in cui negli ultimi anni si è assistito a uno spettacolare flusso di euro in risparmio gestito; dieci anni di crisi nerissima non hanno cancellato uno dei punti di forza storici dell’economia italiana che, ancora oggi, la mettono davanti a tante altre economie sviluppate. Vendere l’idea di un gruppo che ha consolidatissimi rapporti di fiducia con la clientela, fatta da persone che hanno risparmi in una fase di incentivi eccezionali alla “diversificazione” appare particolarmente irresistibile per gli investitori; per il Governo italiano, per la cronaca, non è affatto difficile incassare in tempi stretti 4 miliardi e rotti di euro vendendo questa idea.

Rimangono almeno un paio di questioni da risolvere. La prima è che il risparmio è strategico e non è affatto indifferente per le sorti di un’economia chi lo controlla; per capirlo, se non bastano le fasi dello spread a 500 e dei Btp Italia, si può aggiungere che oggi, in una fase di disperato deficit infrastrutturale, opere strategiche non partono per qualche centinaia di milioni di euro che sono una frazione di quanto il risparmio gestito italiano incassa tutti i mesi; parliamo di opere, per esempio le metropolitane, a cui si potrebbe anche attaccare un rendimento che sarebbe competitivo in una fase di decennale inferiore al 2%. In Italia non mancano i soldi, ma idee, volontà e leggi sicuramente sì; questo per dire che il risparmio sarebbe un asset strategico da salvaguardare attentamente.

Il secondo è che il risparmio italiano produce tanti lautissimi stipendi a Londra, in Svizzera, in Irlanda a Parigi e in altre capitali europee anche e soprattutto perché la tassazione e la legislazione italiane non sono competitive. Il saldo netto per l’economia italiana è negativo. Dopo aver assistito alla cessione di decine di primari gruppi industriali italiani per importi di centinaia o miliardi di euro, forse si potrebbe tentare di far almeno rimanere e gestire quegli incassi in Italia facendone uscire stipendi. L’alternativa è che persino i risparmi dei clienti italiani di Poste Italiane paghino commissioni e stipendi a Londra ai nipoti e ai figli, di pensionati e genitori clienti di Poste, che in Italia non trovavano lavoro e che poi quando dovranno metter su famiglia e comprare la casa distribuiranno in loco.

Dopo aver venduto tutto possiamo anche vendere il risparmio, ma senza un minimo di lungimiranza sembra solo il suicidio finale. 

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