SPY BANCHE/ La “versione di Renzi” sbugiardata dal FT

- Paolo Annoni

Per Renzi i problemi delle banche territoriali fallite vanno cercati lontani nel tempo. Grazie anche a quel che riporta il Financial Times, PAOLO ANNONI ci spiega che non è così

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Maria Elena Boschi (Infophoto)

Martedì Renzi è intervenuto nuovamente sulle vicende relative a Banca popolare dell’Etruria; il presidente del consiglio ha dichiarato: “Volevano scaricare tutto su di me, come se fossi responsabile di quel che nel bene e nel male è accaduto nelle banche italiane in questi vent’anni. Ora si fa chiarezza, ma partendo da lontano”. Per scoprire le reali cause che hanno portato alle perdite per molti risparmiatori bisognerebbe quindi partire da molto lontano allargando l’orizzonte temporale fino ad abbracciare eventi accaduti un paio di decenni fa. Questa sarebbe la linea d’interpretazione con cui spiegare fenomeni che non hanno sostanzialmente precedenti nel sistema bancario nostrano.

Qualche settimana fa si era puntato il dito contro le politiche commerciali delle banche coinvolte facendo sostanzialmente passare l’idea che un’obbligazione bancaria italiana fosse un pericoloso strumento finanziario esotico, equiparabile magari a qualche derivato particolarmente speculativo. Oggi invece si rischia di ri-costruire una storia secondo cui qualche, tutta da verificare, discutibile condotta personale o qualche dipendente non propriamente irreprensibile siano la causa principale delle sfortune dei risparmiatori.

Non si tratta ovviamente di minimizzare o di sostenere che certi comportamenti siano accettabili, ma semplicemente di mettere nel giusto ordine di importanza le cause di quanto accaduto. Prendiamo in prestito alcune dichiarazioni che il Financial Times, di certo non tacciabile di “collusione” con il mondo delle popolari, ha deciso di pubblicare mercoledì in un pezzo dedicato alla vicenda della popolare dell’Etruria. Un risparmiatore coinvolto dichiara al quotidiano inglese: “un amico (che lavora) in banca mi ha detto; fidati di me ci vorrebbe la terza guerra mondiale per far chiudere banca Etruria”. In sostanza la convinzione diffusa tra l’altro anche tra gli operatori specializzati era che non potesse essere nemmeno contemplata l’ipotesi di perdite su quelle obbligazioni bancarie. Le malattie delle banche che ne hanno condotto “alla morte” sono probabilmente nate in una gestione imprenditoriale poco lungimirante, ma sono passate allo stato di mortali con una tripla recessione che ha falcidiato i piccoli imprenditori e gli artigiani, per esempio quelli dello storico settore dell’oro bacino di Etruria, e poi dall’incapacità dei governi italiani di governare e risanare il sistema anche pulendolo dalle scorie lasciate dalla crisi economica.

Il sistema italiano si è rivelato sostanzialmente immune alle scorie dei prodotti finanziari tossici che le banche italiane o non avevano o avevano in misura molto limitata prima del fallimento di Lehman. La crisi economica globale seguita al fallimento di Lehman e poi, tutta locale, alle politiche di austerity ha invece impattato sulle banche nella misura in cui soffrivano imprenditori e artigiani che avevano acceso prestiti.

La crisi ha lasciato in pancia alle banche decine e decine di miliardi di sofferenze che non sono state “pulite” per tempo e che oggi concorrono, tra l’altro, a frenare la concessione dei crediti e a rallentare la ripresa. È per questo che, proprio mercoledì, lo stesso Financial Times sollevava la questione ormai evidente a tutti e che rischia di pesare sulla fiducia finanziaria nell’Italia. Essendo una questione innanzitutto di sistema, prima ancora che della singola banca, è naturale chiedersi (come fa l’FT), se e quanto sia in salute tutto il sistema bancario italiano e poi se le autorità di controllo, Consob e Banca d’Italia, siano efficaci.

Le due questioni sollevate dal Financial Times sono estraneamente utili perché, evidenziando i problemi principali, ci obbligano ad affrontare la vera questione e perché ci avvisano che le debolezze del sistema bancario e una ripresa impercettibile possono anche dare origine a un’ondata di speculazione “cattiva”. Presentare la tesi di un Paese senza crescita, con tanto debito, un sistema bancario fragile e le autorità di controllo deboli e poi dare origine a un’ondata “borsistica” è pochissima “fanta” e molto finanza.

Aver fallito nella creazione di una bad bank è un peccato di tutti i governi succedutisi in Italia almeno dal 2011; una ripresa vera farebbe benissimo al sistema bancario, ma è difficile spiegare agli investitori che le mance elettorali da 500 euro e i regali da centinaia di milioni di euro alle aziende di stato (come la Rai) siano proprio quello che serve a un Paese con un sistema burocratico costosissimo e inefficiente. 

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