IPO FERRARI/ La sconfitta per l’Italia che nessuno vuol vedere

- Paolo Annoni

Ieri è stata presentata alla Sec la domanda per l’Ipo di Ferrari a Wall Street. Per PAOLO ANNONI, nonostante i trionfalismi d’occasione, si tratta di una sconfitta per l’Italia 

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Vettel Infophoto

Ieri una società olandese ha presentato richiesta alla Sec (U.S. Securities and Exchange Commission) per essere ammessa alla quotazione nel New York Stock Exchange. I joint Bookrunners sono Ubs, BofA Merrill Lynch e Banco Santander, mentre il global coordinator è la sola Ubs. Questa misteriosa società olandese che verrà quotata negli Stati Uniti assistita da una banca svizzera, da una americana e da una spagnola è Ferrari.

Ferrari è forse il simbolo più conosciuto al mondo del made in Italy; non è ovviamente solo una società del lusso e solo un’analisi superficialissima si dimenticherebbe di notare che il prodotto “Ferrari” è un concentrato con pochissimi pari di tecnologia e prestazioni, meccanica, precisione e design che si è costruito una storia di successi quasi senza concorrenza. In questo senso, molto oltre e molto più che per la componente lusso, rappresenta davvero il made in Italy fatto di “industria” e tecnologia vincenti.

Nell’operazione finanziaria di quotazione di Ferrari che sta facendo parlare di sé da mesi e che farà parlare tantissimo di sé per i prossimi mesi e anni, che viene attesa da uno stuolo di investitori, fondi sovrani e appassionati che sognano di poter “incorniciare” l’azione in un quadro da appendere in salotto, magari proprio sopra quel divano da cui si guarda il gran premio, non c’è praticamente niente di “italiano”. Il messaggio è che il made in Italy di successo non può essere messo in una opaca, brutta e sporca vetrina italiana, che quando si fa sul serio e si decidono di solcare i mari della finanza e dell’industria globale che conta bisogna soprassedere al dettaglio, molto probabilmente decisivo, che si è “italiani”.

Ciò che verrà presentato come il trionfo dell’italianità nel mondo è in realtà la certificazione di un’idea secondo cui realtà di successo italiane per continuare a essere tali devono avere la testa fuori dall’Italia, che sono “troppo” per i ristrettissimi confini di questo decadente e secondario Paese. Quale sistema Paese può esaltarsi di fronte a questo scenario? In quale sistema Paese si può produrre questo epilogo e questo incredibile e fantozziano autogoal? È inconcepibile e impensabile in qualsiasi altro posto del mondo che Mercedes e Bmw decidano di quotarsi a New York dopo essere diventate olandesi che a Psa (Peugeot), Danone o Hermes sia “consentito” di snobbare la borsa di Parigi o che molto semplicemente tutto questo non sia vissuto come una sconfitta che brucia.

A ben vedere questo però è solo l’atto finale di un processo che ha visto, per esempio, perfino il principale concessionario italiano, di una lotteria italiana che ha vinto un contratto – in concessione! – dal governo italiano per vendere biglietti della lotteria agli italiani abbandonare la borsa di Milano e cambiare nome, da italiano ad “americano”, per quotarsi a New York (stiamo parlando della vecchia Lottomatica ora Gtech) mentre la borsa di Milano è stata fusa con quella di Londra con le banche italiane che hanno venduto, da anni, ogni azione della nuova entità.

Non c’è solo una retrocessione finanziaria della borsa di Milano alla serie C dei mercati globali mentre per tutto il resto del mondo la borsa è e rimane strategica dal punto di vista dell’immagine e del sistema Paese; non c’è nemmeno solamente una retrocessione finanziaria italiana che in teoria avrebbe tutte le carte in regole per entrare nella serie A della finanza globale, anche e soprattutto come gestione, potendo contare su risparmi, italiani, che hanno davvero pochi eguali. Di questo passo che senso avrà, per la cronaca, stipendiare in Italia, con le commissioni di gestione generate da risparmi italiani, un gestore, che tendenzialmente guadagna e soprattutto spende e paga tasse molto più di un operaio, se non c’è più il minimo vantaggio competitivo a risiedere in Italia dato che tante bellissime società italiane sono quotate a Londra, New York o Hong Kong? C’è soprattutto l’epilogo finale di un declino anche industriale iniziato tanti anni fa per cui in Italia possono anche rimanere gli stabilimenti, ma la “testa” (e, diciamo, tanti tantissimi stipendi da 100mila euro circa in su) non può rimanerci.

Non si capisce con che faccia si cerchi di convincere e convincersi della grande riscossa economica italiana che verrà quando la realtà dei fatti è quella di una fuga ormai davvero impressionante e disordinata e di una serie interminabile di fatti che mostrano quanto sia ormai diventata di scuola l’idea che chi decide di “rimanere” accetti sostanzialmente di autopenalizzarsi e che la mossa più “smart” sia quella di evadere e che infine non ci sia nessuno che provi a costruire l’idea di un sistema Paese che non ha paura di stare sul mercato e che ha dignità almeno pari e uguale a quella dei concorrenti.

La quotazione di Ferrari più che un’occasione di celebrazione sarebbe un’occasione preziosissima per capire a che punto si sia arrivati, cosa sia successo per arrivare a questa conclusione e, soprattutto, cosa si dovrebbe cambiare per fermare e possibilmente invertire la rotta. 

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