DIETRO RCS/ La “domanda inevitabile” sull’addio di Fca

- Paolo Annoni

Il riassetto delle principali società editoriali italiane porta una domanda inevitabile su come mai Fiat Chrysler abbia deciso di liberarsi della partecipazione in Rcs. PAOLO ANNONI

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Elkann e Marchionne (Infophoto)

L’annuncio della fusione tra le società editoriali di Stampa e Repubblica e quella di uscita di Exor da Rcs è stata lo spunto anche per una riflessione su Fiat Chrysler e sul significato di queste operazioni per il produttore di auto italo-americano. Prima dell’operazione Fiat Chrysler aveva il 100% di Itedi, che “possedeva” la Stampa, e il 16,7% di Rcs; dopo l’operazione, con la distribuzione delle quote agli azionisti Fiat, Exor avrà il 5% della nuova società che nascerà dopo la fusione tra Stampa ed Espresso e nessuna azione di Rcs, dato che Exor ha già dichiarato che venderà la partecipazione di poco più del 5% del “Corriere” che si troverà in pancia. Il ruolo di Exor nel mercato editoriale italiano sarà evidentemente molto minore di quello pre-operazione. La domanda inevitabile è come mai Fiat Chrysler abbia deciso proprio in questo momento di “liberarsi” delle partecipazioni nelle società editoriali italiane. Per rispondere a questa domanda bisogna fare un paio di passi indietro.

La partecipazione in Rcs e Stampa è sempre stata un’anomalia per Fiat Chrysler. Non ci sono sinergie tra macchine e giornali e Fiat Chrysler ha smesso da molto tempo di essere una holding di partecipazioni in settori diversificati; negli ultimi anni, anzi, Fiat è stata impegnata in un processo di rifocalizzazione che ha comportato prima lo spin-off di Cnh e poi quello di Ferrari. Mentre Fiat decideva di concentrarsi sul business auto, separando trattori e camion e lusso, i giornali continuavano a fare capolino tra le partecipazioni. L’anomalia era ancora più singolare se si considera che tutti i colleghi industriali di Fiat presenti nell’azionariato di Rcs avevano le partecipazioni nella holding e non nell’operativa.

L’aumento di capitale di Rcs di giugno 2013 sottoscritto anche da Fiat e dai suoi azionisti di minoranza, che probabilmente non erano interessati ai giornali, per diverse decine di milioni di euro a 1,235 euro si confronta con un prezzo di borsa odierno di 0,5815 euro; Editoriale espresso è oggi sopra di circa il 20% ai prezzi del periodo dell’aumento di capitale Rcs. Fiat, che nel frattempo faceva faville sul mercato e che rilanciava il business con un’operazione che merita un capitolo nella storia dell’auto mondiale, non è stata particolarmente brava a gestire Rcs; forse è stato un calo di attenzione per una partecipazione dall’impatto così piccolo rispetto al resto del gruppo o forse non c’era un particolare coinvolgimento per i risultati economici di Rcs.

Tra il 2013 e oggi, mentre Rcs perdeva in borsa più della metà della capitalizzazione, anche Fiat Chrysler si trasformava; per esempio, spostava la sede legale e quella fiscale fuori dal Paese e la stessa sorte succedeva alla sede fiscale di Ferrari. Oggi Fiat Chrysler è una società con sede legale in Olanda e sede fiscale a Londra e quotazione principale a New York; è sicuramente una coincidenza buona solo per i soliti maligni e mal pensanti. A noi sono sfuggite, tra l’altro, grandi campagne stampa contro o sullo spostamento di sede della più grande società industriale italiana; forse troppo grande e troppo “seria” per l’Italia. È sicuramente una nostra distrazione.

Oggi si specula sul fatto che lo “spostamento” delle partecipazioni nell’editoria siano forse propedeutiche a una fusione con un gruppo auto. Non ci viene in mente nessun partner potenziale di Fca che possa essere interessato all’editoria italiana, ma questo era vero anche un anno fa quando montava la speculazione su un’imminente cessione o fusione di Fiat alimentata, era l’autunno 2014, da una serie di dichiarazioni di Elkann e Marchionne sulla necessità di un’ulteriore fase di consolidamento e sulla disponibilità del primo a farsi diluire per creare un gruppo più grande. Nemmeno quando Marchionne inviava lettere all’ad di General Motors per illustrare i benefici di una fusione si procedeva a una preventiva “pulizia” del gruppo. Le partecipazioni nell’editoria d’altronde erano una frazione molto piccola, quasi insignificante, del valore del gruppo e sarebbe bastato fare quello che aveva fatto Italmobiliare, holding di controllo di Italcementi, quando aveva acquistato la partecipazione in Rcs dalla partecipata industriale. Una soluzione indolore e soprattutto molto celere.

La verità più probabile è che questa partecipazione non era e non è mai stata un ostacolo ad alcuna operazione. La temperatura sul termometro delle possibilità di fusione di Fiat Chrsyler oggi sembra ritornata sotto la soglia d’allarme con il titolo che tratta il 30% sotto i prezzi di inizio 2015. Il gruppo sta investendo molto in nuovi modelli appesantendo bilanci e generazione di cassa e nel breve, almeno finanziariamente, questo riduce lo splendore sul listino. Non sembra invece che siano cambiate le valutazioni sulla necessità di un ulteriore salto dimensionale come passaggio necessario per rimanere nel business auto in modo profittevole e quindi la possibilità di una cessione o fusione rimane attuale anche se non nel breve.

In realtà, esisterebbero società auto con molti meno volumi di Fiat Chrysler che fanno utili e generano cassa stabilmente. Magari leggeremo di questi esempi con più frequenza nei prossimi mesi.

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