SPILLO/ Germania e Francia pronte a usare ancora l’euro contro l’Italia

- Paolo Annoni

Anche negli Stati Uniti non si vede un futuro roseo per l’Europa. E l’Italia rischia di farne le spese per colpa di Germania e Francia. PAOLO ANNONI ci spiega perché

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Angela Merkel e Francois Hollande (Lapresse)

Il probabile prossimo Ambasciatore americano presso l’Unione europea, Ted Malloch, si è espresso un paio di giorni fa in questi termini: “Non so se ci sarà un’Unione europea con cui negoziare, ma magari nuovi accordi commerciali con vari Paesi europei”. E ancora, alla domanda su una possibile rottura dell’Europa, “si sta parlando di una ridefinizione dell’Europa magari limitata a un certo numero di membri con altri che escono”, “è una decisione che prenderanno gli europei in elezioni democratiche nei prossimi 18 mesi”. La risposta sulla sopravvivenza dell’euro è stata questa: “Quello che farei nel 2017 è vendere euro, penso che sia una valuta con problemi veri e che possa collassare nei prossimi 12/18 mesi”.

Ricapitolando: non solo l’Unione europea e l’euro sono a rischio, ma si giocano la sopravvivenza nei prossimi mesi. Ci vengono in mente alcune analisi comparse sul Financial Times dopo il referendum sulla Brexit in cui ci si chiedeva se la questione di un nuovo accordo commerciale con l’Europa non si sarebbe potuta alla fine risolvere “da sola” dopo la rottura dell’euro. Non sappiamo quanta onestà intellettuale ci sia in queste analisi dato che, come sappiamo, l’attuale Amministrazione americana è diversa da quella precedente e vuole mettere l’America al primo posto rinegoziando accordi economici e politici, si pensi alla Nato, in modo meno sbilanciato per gli Stati Uniti e la sua classe media. Dichiarare quanto sopra sull’euro ha un impatto indipendente dal reale stato di salute dell’Europa e lo influenza.

Fatta questa premessa bisogna almeno rilevare che dall’altra parte dell’Oceano non c’è più lo stesso tifo per la sopravvivenza dell’Europa, quello per esempio che faceva intervenire Obama a pochi giorni dal referendum sull’uscita dalla Gran Bretagna. La previsione di Ted Malloch non è però una novità né per i mercati, né per gli osservatori economici. Il nervosismo degli ultimi giorni sullo spread Btp-Bund è il riflesso di uno scenario in cui l’Europa si spacca e ritornano le valute locali. Nel caso italiano una valuta molto più debole di quella tedesca.

Non serve voler male all’Europa per accorgersi che al suo interno ci sono Paesi distrutti a cui viene incredibilmente chiesta in questi giorni altra “austerity”, come la Grecia, e altri che dall’introduzione dell’euro non solo hanno smesso di crescere come Germania e Francia, ma hanno costantemente fatto peggio perdendo capacità produttiva; è questo il caso dell’Italia che ha visto un lento e inesorabile declino che l’ha via via privata di imprese strategiche e che oggi è alle prese con una possibile procedura di infrazione che è un commissariamento.

Nei prossimi tre mesi si vota in Olanda e poi in Francia. L’Europa è un concetto che suscita simpatia e che appare come la scelta più razionale in un mondo frammentato, difficile e protezionistico in cui sembra quasi impensabile stare da soli. La distanza tra la teoria, bellissima, e la pratica non è però mai stata così clamorosa. Le richieste di un esercito europeo avvengono a pochi mesi da una guerra fatta dalla Francia all’Italia per buttarla fuori dalla Libia. Questo esercito europeo chi dovrebbe tutelare e quali sarebbero i nemici? L’asimmetria tra le infrazioni dell’Italia e quelle della Germania, pensiamo alla vicenda bancaria o ai surplus commerciali, sono colossali. La fine tragica dei tentativi di acquisizione fatte da imprese italiane in Europa bloccate al confine esclusivamente perché non locali è emblematica. Lo sbarramento a cui assistiamo in questi giorni del governo francese per un’acquisizione di un’impresa non strategica da parte di Fincantieri che oltretutto è l’unico acquirente è emblematica, visto quanto successo in Italia dalle parti di Telecom o Mediaset negli ultimi 12 mesi.

La lista è lunghissima, ma la questione è che a questo punto il dubbio legittimo è se Europa sia solo un altro modo di dire Germania e Francia che negli ultimi dodici mesi è riuscita a risedersi, con grandissima abilità, al tavolo dei vincitori pur avendo perso la sua guerra di competitività con la Germania esattamente come l’Italia; Italia che però non solo non ha saputo difendersi, anche per colpe proprie, ma è stata messa nell’angolo dal suo concorrente manifatturiero storico con la complicità fattiva francese, che nel frattempo comprava e cospirava.

In questo scenario ci sembra ci siano due cose chiare. In questa Europa, con gli attuali pesi, l’Italia perde ed è destinata a una subalternità perenne e al declino, vittima di un’asimmetria clamorosa nell’applicazione delle regole, nella scelta delle politiche economiche e nell’apertura agli investimenti. La seconda questione è che in un mondo protezionistico in cui gli Stati Uniti impongono dazi, il modello tedesco è in crisi nera soprattutto se ritorna il marco. In questo scenario l’interesse della Germania, e della Francia se riesce a trovare un accordo vantaggioso, a mantenere l’euro e la costruzione attuale, quella in cui non c’è posto per l’Italia, è massimo. L’espulsione di un’Italia fatta passare sulla graticola, sfasciata e privata degli asset strategici non è una minaccia.

Non ci sono soluzioni facili, ma questa è la situazione da cui è difficile che l’Italia possa uscire senza alleati interessati a contenere la Germania, tanto più se alleata della Francia. Ci sembra che l’Italia, che ha già perso tre anni, con danni colossali, per un referendum inutile su una questione che non risolveva il problema contingente ma decisivo non possa perdere altri sei o dodici mesi proprio quando rischia di decidersi il destino dell’Europa e nostro.

Non lo diciamo noi, ma l’ambasciatore all’Unione europea del nostro alleato storico che dice 12/18 mes,i, ma probabilmente pensa alle elezioni dei prossimi 3/6 mesi. Quelle che l’Italia, che ha perso e sta perdendo, forse non può permettersi in questa fase decisiva.

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