DIMISSIONI RENZI/ Tocca a Franceschini preparare il voto del 2018

- Antonio Fanna

Renzi ha fallito e si dimette, ma rimane (per quanto?) il segretario del primo partito italiano, il perno della governabilità. Tutte le incognite della fase che si apre. ANTONIO FANNA

mattarella_discorso2R439 Sergio Mattarella (LaPresse)

DIMISSIONI RENZI. Voleva tagliare le poltrone dei senatori, è finita che ha tagliato la sua. Oggi Matteo Renzi salirà al Quirinale per dare le dimissioni e dal tono del discorso fatto ieri a Palazzo Chigi poco dopo mezzanotte è da escludere un reincarico. La sconfitta è chiarissima, il risultato negativo superiore a ogni previsione. Al primo passaggio elettorale (elezioni europee) Renzi aveva raccolto le stesse percentuali, attorno al 40 per cento. Ma oggi in realtà il voto dice che il premier-segretario non ha più presa nel Paese. Ed è sorprendente che in due anni e mezzo contro di lui si sia coagulata un’avversione così forte.

Renzi non ha ridimensionato Grillo, non ha ricompattato il partito, non ha riportato Berlusconi al tavolo delle riforme. La sua parabola è esaurita, almeno per ora. Il referendum è stato un plebiscito contro di lui. Tuttavia il dimissionario non spinge verso il voto anticipato: nel discorso di addio ha elencato tutte le scadenze internazionali dell’anno prossimo che avranno l’Italia come protagonista. E comunque Renzi rimane il segretario del primo partito italiano, il perno della governabilità.

Al Quirinale le consultazioni saranno rapide: in Parlamento dev’essere completata l’approvazione della legge di stabilità e non si può fare passare troppo tempo. Un’opzione è quella del governo istituzionale, ma appare debole: i presidenti di Camera e Senato non hanno esperienza politica, a parte i tre anni e mezzo a Palazzo Madama. Tuttavia anche l’incarico politico è problematico. Vista l’entità della sconfitta è difficile ipotizzare a Palazzo Chigi una personalità troppo vicina a Renzi.

E poi c’è l’incognita numero uno. Domani pomeriggio si riunisce la direzione del Partito democratico e non è escluso che Renzi possa piantare in asso tutti anche lì. L’ha detto in nottata: la vittoria del No comporta oneri e onori per quel fronte. Tocca all'”accozzaglia” farsi avanti con proposte di riforma, con la nuova legge elettorale così fortemente richiesta, con un’ipotesi di governo alternativo. Come all’oratorio, Renzi ha mandato la palla nel campo dell’avversario. E non è detto che non voglia applicare lo stesso schema nel partito: andarsene anche da lì per vedere di cosa sono capaci quelli che lo hanno combattuto.

Bisogna poi verificare se Berlusconi confermerà la disponibilità a riavviare un dialogo sulla nuova legge elettorale, come promesso nelle scorse settimane. Per gestire questa fase occorre una figura di garanzia per tutti. Potrebbe essere uno come Dario Franceschini, ministro in carica, renziano ma non troppo, ex democristiano, abbastanza defilato in questi mesi ma dotato di un importante pacchetto di mischia parlamentare con un centinaio di fedelissimi. 

Più che un tecnico serve un politico che avvii una ricucitura con i moderati del No e prepari il voto del 2018. Perché Pd e centrodestra devono fare i conti con un’altra realtà: nonostante scandali, inchieste e inadeguatezze palesi, i grillini non si smuovono dal loro 30 per cento di consenso e legittimamente vanno considerati tra i protagonisti della vittoria referendaria. Nella primavera del 2018, se ci sarà un ballottaggio, catalizzerebbero lo scontento, il populismo e i voti di chi non sarà arrivato al secondo turno. Se Pd e moderati vogliono davvero riaprire un dialogo, hanno tempo soltanto i prossimi mesi per riuscirci.







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