ILVA/ D’Alò (Fim): le garanzie di Conte e Mittal non bastano, vogliamo zero esuberi

- int. Valerio D'Alò

Il punto di partenza resta l’accordo del settembre 2018. Un nuovo ciclo produttivo richiede tempo. E l’altoforno 2 non si può spegnere

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ArcelorMittal, lo stabilimento ex Ilva di Taranto (LaPresse)

Dopo l’incontro del 22 novembre tra il premier Giuseppe Conte e i vertici di ArcelorMittal, la partita dell’ex Ilva sembrava piombata in una fase di stand by. Poi, lunedì 2 dicembre, al ministero dello Sviluppo economico, si è tenuto il primo incontro tra governo, ArcelorMittal e commissari straordinari di Ilva in amministrazione straordinaria per preparare il terreno a un nuovo accordo. In un clima giudicato positivo, le parti hanno messo a punto i temi da affrontare. Un nuovo incontro, presenti anche i sindacati, è fissato per oggi pomeriggio, con l’obiettivo di riattivare un negoziato dai ritmi serrati, così da arrivare prima dell’udienza del 20 dicembre al Tribunale di Milano con un memorandum di princìpi chiave già fissati. Per fare il punto sulla situazione dell’ex Ilva abbiamo intervistato Valerio D’Alò, segretario nazionale della Fim-Cisl.

Lunedì si è tenuto al ministero un incontro tra governo, ArcelorMittal e i commissari per preparare il terreno a un nuovo accordo. L’incontro è stato definito “buono”. Che cosa si muove sotto traccia?

Questo incontro si può definire buono ma solo rispetto al punto di osservazione.

Che cosa intende dire?

Bisogna fare un passo indietro, a questa estate, quando con il balletto scudo penale sì-scudo penale no e con l’intervento della magistratura sull’altoforno 2, di fatto si è creata la condizione che ArcelorMittal ha colto al volo per potersi sfilare. Ma qui c’è il primo grande inghippo.

Quale?

Dopo l’accordo del 6 settembre 2018, interviene il 14 settembre la modifica del contratto tra il ministro Di Maio e ArcelorMittal. La clausola cambiata è l’origine di tutto il cinema che ne è seguito.

Storia ampiamente nota.

E’ vero, ma questa premessa fa capire che, sfruttando quella clausola, Mittal, che fino a quel momento era vincolato nonostante le condizioni di mercato, alla tenuta dei livelli occupazionali e al rispetto del piano ambientale, ha potuto invece fare la voce grossa. Di fronte all’intenzione di ArcelorMittal di andarsene da Taranto, con il governo che rincorre e i Mittal che fanno il loro rilancio chiedendo 5mila esuberi, è chiaro che oggi uno può dire: adesso il clima è cambiato in positivo.

E invece?

Rispetto all’accordo del settembre 2018 l’aria è ancora tutt’altro che positiva, perché in quell’accordo – ricordiamolo, firmato dai sindacati e dall’azienda, con il governo nel ruolo di garante – avevamo la garanzia che tutti i dipendenti del gruppo, alla fine del piano, sarebbero rientrati in ArcelorMittal. Adesso come si può definire positivo il clima quando nel pacchetto di confronto tra governo e Mittal, che ci ha visto finora esclusi, ancora si parla di 2.500 esuberi?

Si parla però anche di un intervento pubblico.

Sì, ma se la sorveglianza dello Stato deve anche far sì che poi sia il governo a mettere i soldi, tramite Invitalia o chicchessia, su questioni che fino a ieri erano completamente in capo all’imprenditore, non so quanto ci sia da festeggiare.

Il ministro Patuanelli ha dichiarato che, nell’incontro previsto oggi pomeriggio, “ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima”. Che significa?

Conoscendo il leitmotiv dei Cinquestelle sul caso ex Ilva, loro intendono che non si può essere vincolati solo al ciclo produttivo integrale. Ma già ai tempi di Enrico Bondi noi avevamo detto chiaramente che come sindacato non siamo affezionati a quel modello; sappiamo però che ci sono vari aspetti da valutare con attenzione.

Può citare un esempio concreto?

Se si ponesse come obiettivo quello di utilizzare una grande quantità di gas, resterebbe il problema che le istituzioni locali sono le stesse che, mentre promuovevano questo tipo di ciclo, dall’altra parte bloccavano la Tap. Non è un aspetto da sottovalutare, perché il gas a basso costo come lo facciamo arrivare a Taranto?

Si può cambiare ciclo produttivo?

A parte il fatto che il ciclo integrale offre i prodotti qualitativamente superiori, si può cambiare, ma ogni cambio, magari obbligato dalle normative che si stanno affermando anche a livello europeo o legate all’Agenda 2030, va gestito con una programmazione intelligente a lungo termine e nasconde un problema occupazionale rilevante: provocherebbe esuberi in tutta l’area a caldo. Anzi, andrebbe ricordato che anche l’altra cordata non pensava di cambiare il ciclo produttivo di Ilva, bensì proponeva, oltre ai 6 milioni di tonnellate prodotte a ciclo integrale, un milione aggiuntivo di tonnellate prodotte con forno elettrico. Ma questo non è oggi il tema centrale.

Infatti questa transizione richiede politiche mirate nel lungo termine, ma oggi i tempi sono stretti, perché bisogna arrivare a un accordo prima del 18 o del 20 dicembre, quando sono attese le udienze nei Tribunali di Taranto e di Milano. Che soluzione intravede praticabile in questo breve lasso di tempo?

Spero che l’interlocuzione tra governo e Arcelor abbia già fatto sì che le criticità che c’erano sul tavolo abbiano trovato un punto di mediazione, a partire dalla reintroduzione dello scudo penale e della questione dell’altoforno 2, cioè i punti che cambiando la situazione normativa hanno dato l’alibi a Mittal per andarsene da Taranto.

Il Governo ha chiesto ad Arcelor un nuovo piano industriale?

Cambiare ciclo produttivo non è come pigiare un tasto e via, richiede un vero e proprio piano industriale mastodontico: va smantellato un sistema per crearne un altro nuovo ad hoc. In tal caso, bisognerà ragionare su quanto tempo concedere ad Arcelor per utilizzare il vecchio ciclo, così da non fermare la produzione dell’area a caldo, che significherebbe rendere economicamente insostenibile l’attività dello stabilimento.

Intanto i Mittal investono altrove. Brutto segnale?

E’ uscita questa notizia come fosse una bomba. Ma i 100 milioni investiti in Francia da Mittal sono solo un quarto della copertura per i parchi minerari. Non creiamo allarmismi eccessivi, visto che parliamo pur sempre del primo produttore mondiale di acciaio, che in Taranto, per posizione geografica e importanza del ciclo produttivo, ha visto una strategicità tale da aver deciso di chiudere altri stabilimenti in Europa.

Il governo ha chiesto ad ArcelorMittal anche un piano per il risanamento ambientale. Su questo punto lo Stato può mettere a disposizione delle risorse che non sarebbero comunque valutate dalla Ue come aiuti di Stato?

Garantendo l’ecocompatibilità e l’innovazione del ciclo produttivo, abbandonando cioè il carbone, si potrebbe fare. Ma per le dimensioni dello stabilimento e i numeri degli addetti lo Stato deve ragionare bene su dove va a mettere le mani, perché paradossalmente l’amministrazione straordinaria, già costata 3,4 miliardi, non ha messo mano a nessuna opera di ambientalizzazione. Deve essere però chiara una cosa: noi come sindacato non ci siamo opposti e mai ci opporremo alle migliorie dal punto di vista ambientale. Ecco perché ci teniamo all’accordo del 6 settembre, che era l’unica strada per salvaguardare ambiente, salute e lavoro.

Resta sempre il problema dell’altoforno 2, che rischia la chiusura. Che cosa si può fare?

Va bene dire che se è pericoloso chiude, però non si possono trascurare due aspetti. Il primo: tutto ciò che è accaduto sull’altoforno 2 risale alla gestione dell’amministrazione straordinaria, quindi Mittal, che chiede giustamente lo scudo penale, si ritrova con un altoforno in meno per questioni indipendenti dalal sua volontà. Il secondo: non c’è ancora una normativa, e su questo il governo pare stia per fortuna lavorando, che gestisca l’attività dell’altoforno in maniera univoca, valida per tutte le acciaierie italiane.

Perché sottolinea questo aspetto?

Perché il modo in cui viene fermato l’altoforno 2 – in base cioè a prescrizioni che non riguardano solo quell’altoforno, ma la modalità stessa di lavorazione degli altiforni – rischia di fermare tutta l’attività siderurgica. E la chiusura di un altoforno provocherebbe fino a un migliaio di esuberi. Insomma, le criticità non mancano.

A proposito di criticità, il vero scoglio riguarda gli esuberi. L’ipotesi di accordo rischia di infrangersi contro i tagli alla manodopera?

Seppure arrivati a questo punto, noi ribadiamo l’importanza dell’accordo del 6 settembre. Noi non consegneremo a nessuno gli esuberi, neanche qualora il governo ci dovesse dire: è positivo che si è partiti da 5mila e sono solo 500. Noi non ne accetteremo neanche uno.

La Fim-Cisl che posizione intende assumere nella trattativa?

Siamo pronti a percorrere tutte le strade, comprese quelle a suo tempo criticate da tutti e che oggi tutti ricercano. Nel vecchio piano Calenda era previsto che 1.500 unità, prese da Invitalia, fossero utilizzate nelle opere di bonifica. Oggi lo chiedono tutti, ma allora vi abbiamo dovuto rinunciare, mentre oggi avremmo 1.500 persone occupate a tempo indeterminato. Nel nuovo piano le persone da occupare nella bonifica erano solo 300, ma a oggi non ne è stata chiamata neanche una.

Come stanno vivendo questa situazione i lavoratori?

Questa vertenza li ha stremati, perché la crisi ha investito Ilva già dal 2008: undici anni di vertenze, di sequestri. E nel momento in cui hanno intravisto una possibilità di rilancio, i lavoratori si ritrovano punto e a capo. Si può ben immaginare come stiano oggi. Ma il rischio peggiore è che passi ancora una volta l’idea che tanto c’è sempre qualcuno che paga per tenere Taranto in vita.

(Marco Biscella)

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