ILVA/ Dodici domande sull’accordo tra Governo e Arcelor Mittal

- Federico Pirro

L’accordo raggiunto tra Governo e Arcelor Mittal sull’ex Ilva lascia alcune domande aperte cui è necessario fornire risposte precise

fabio riva bancarotta ilva
Ex Ilva (Foto: LaPresse)

Il Ministro Patuanelli ha incontrato i sindacati di categoria per presentare le linee dell’accordo fra il Governo e Arcelor Mittal sul futuro assetto societario e impiantistico dell’Ilva, i cui siti sono in locazione propedeutica all’acquisto da parte di AmInvestco Italy. È giunta dunque a uno snodo cruciale la trattativa per il futuro del gruppo siderurgico già della famiglia Riva (con una partecipazione al 10% degli Amenduni), e in particolare del suo stabilimento di Taranto. L’intesa porterà Invitalia nel capitale di AmInvestco, con una quota del 50% per due anni e poi (forse) del 60% a partire dal 2022, mentre sotto il profilo strettamente impiantistico, e con riferimento alla megafabbrica ionica, si dovrebbe puntare al revamping dell’Altoforno n. 5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e alla prosecuzione nell’impiego dell’Altoforno n.1, tuttora in esercizio. Si dovrebbero inoltre installare due forni elettrici per conservare una capacità produttiva di 8 milioni di tonnellate annue, in grado, si afferma, di mantenere gli attuali livelli occupazionali e da raggiungersi entro il 2025.

Alla luce di quanto comunicato ai sindacati, comunque molto interessante perché ribadisce che l’area a caldo del sito pugliese verrà conservata, le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora tante. Proviamo ad elencarne alcune:

1) Invitalia entrerebbe nel capitale di Aminvestco Italy, accollandosene così pro quota le perdite che però non ha contribuito a generare? Non sarebbe più opportuno che esse venissero ripianate da Arcelor per poi procedere a una ricapitalizzazione percentualmente definita fra i due azionisti?

2) Diventando Invitalia socia paritetica di AM, la conduzione effettiva della società a chi sarebbe riservata? Presumibilmente a un Presidente e a un Amministratore delegato stabiliti di comune accordo, ma con quali effettivi poteri gestionali ripartiti fra l’uno e l’altro? E il management per i diversi impianti chi lo sceglierebbe? E poi su quali reali volumi produttivi si punterebbe, una volta terminati nel (remoto) agosto del 2023 i lavori in corso per l’Aia, che limitano oggi a 6 milioni di tonnellate la produzione, peraltro scesa quest’anno fra i 3 e i 4 milioni? In altre parole, se il mercato ripartisse con più forza in una fase post-Covid, il sito di Taranto potrebbe essere portato a fare concorrenza ai siti di Arcelor di Dunkerque e Fos sur mer in Francia? Che senso avrebbe infatti difendere l’attuale capacità di 8 milioni di tons, sia pure riconvertendola in parte nei processi di colata, se poi non la si volesse impiegare per intero a fronte di un mercato che tornasse a tirare? Per non fare concorrenza ad Arcelor che è socio in AmInvestco, ma anche un suo temibile concorrente?

3) E infatti il portafoglio clienti chi lo controllerebbe, la joint-venture fra Invitalia e ì francoindiani? Non si dimentichi neppure per un istante che Arcelor sarebbe partner della società, ma anche un suo agguerrito competitor: allora, tale sua condizione, già ora ma sempre più in prospettiva, non rischierebbe di creare intuibili problemi alla società in joint-venture con Invitalia, e soprattutto al sito tarantino? Abbiamo letto che una nuova direzione commerciale sarebbe istituita nella società partecipata dall’azienda pubblica italiana, separata cioè da quella di AM: bene, sarebbe un passo avanti, ma questa nuova direzione sarebbe autorizzata ad avvicinare anche la clientela abituale dei francoindiani, presentandole l’acciaio di Taranto che potrebbe risultare anche più competitivo per qualità e prezzi di quello dei siti esteri di Arcelor Mittal?

4) L’occupazione che si dice di voler conservare sui livelli attuali, ovvero 10.700 addetti diretti fra Taranto, Genova e Novi Ligure, potrebbe realmente essere difesa – soprattutto nella fabbrica ionica, ove sono impiegati 8.200 fra operai, tecnici, quadri e dirigenti, più i 1.700 in cigs con l’Amministrazione straordinaria da rioccupare nell’acciaieria secondo l’accordo del 6 settembre del 2018 – quando invece l’introduzione di due forni elettrici richiederebbe meno manodopera non essendoci più bisogno di alcune cockerie e del loro personale?

5) Altiforni e forni elettrici sarebbero poi alimentati anche dal DRI, ovvero il preridotto di ferro? E lo si produrrebbe a Taranto, avendo però negoziato e ottenuto un prezzo del gas necessario per produrlo a prezzi convenienti, o sarebbe meno costoso se lo si acquistasse sul mercato? E se l’Eni, come trapelerebbe da attendibili indiscrezioni, fosse disponibile a forniture di gas a prezzi concordati e convenienti, non dovrebbe ottenere poi legittime contropartite dal Governo con lo sblocco (finalmente) di suoi investimenti di qualche miliardo in Alto Adriatico e in Sicilia per estrarvi ancora altro petrolio e gas?

6) E se si decidesse di produrre il preridotto nella città ionica con una nuova società e relativi impianti, vi entrerebbero come soci anche i maggiori acciaieri italiani, come avevano dichiarato tramite la Federacciai nei mesi scorsi, volendo utilizzarlo con il rottame per i loro forni elettrici e impiegarvi così meno minerale di ferro? Rottame peraltro sempre meno disponibile anche sui mercati internazionali, e perciò sempre più costoso.

7) E qualora si costituisse questa società vi sarebbero assunti i lavoratori comunque destinati a diventare esuberi nell’acciaieria con l’introduzione dei forni elettrici? E in che numero?

8) E nell’attesa di procedere alla loro introduzione – impianti peraltro da ordinare, costruire, montare e porre in esercizio con gli adeguamenti impiantistici necessari a “valle'”- lo stabilimento, dovendo restare sul mercato, continuerebbe a funzionare con gli attuali Afo 1, 2 e 4 se il mercato lo richiedesse? E a partire da quando inizierebbe la parziale riconversione dei cicli di colata? Dall’ottenimento dei fondi comunitari a ciò destinati? E si completerebbe nel frattempo la copertura dei parchi minerali?

9) E i rapporti con le aziende dell’indotto e più in generale con il territorio, come sarebbero per la società di cui Invitalia diverrebbe socia? Oggi a Taranto si registrano un’incomunicabilità quasi assoluta fra azienda e Istituzioni locali – anche per responsabilità di quest’ultime, a onore del vero – e rapporti difficili con molte aziende dell’indotto, peraltro bisognose di profonde ristrutturazioni che andrebbero comunque guidate.

10) E la stessa Regione e il suo nuovo Assessore allo sviluppo economico non potrebbero creare una struttura tecnica di missione per supportare le imprese di subfornitura in un complesso percorso di riqualificazione e riposizionamento competitivo ormai non più rinviabile?

11) E ancora, la società partecipata da Invitalia deve rinegoziare il contratto di affitto e di acquisto del compendio impiantistico con l’Amministrazione straordinaria che, non lo si dimentichi mai, deve ristorare i creditori? E se sì, a quali condizioni? Le stesse di aggiudicazione dell’Ilva ad Arcelor?

12) E last but non least a quanto ammonterebbe l’importo del piano finanziario necessario l’avvio e la piena attuazione del nuovo piano industriale che tuttavia dovrebbe partire immediatamente almeno con un programma “ponte” di manutenzioni ordinarie e straordinarie su impianti in molte aree della fabbrica tarantina ai limiti di una pericolosa fatiscenza? E gli ingenti investimenti previsti poi non avrebbero bisogno in un breve lasso di tempo di risorse cash che assicurabili da fondi comunitari destinati alla transizione verde, che però potrebbero arrivare anche in tempi non brevi, stanti i gli attuali problemi politici a Bruxelles sollevati da Polonia, Ungheria e Slovenia?

Sono queste alcune domande che scaturiscono da quanto appreso dal Ministro. È auspicabile allora che le risposte di Governo e azienda a Istituzioni locali, sindacati, aziende dell’indotto e più in generale alla business community nazionale siano puntuali, precise e assolutamente limpide e senza ambiguità, perché l’impianto di Taranto è tuttora un pilastro del sistema manifatturiero nazionale e non sono possibili incertezze circa il suo futuro. Arcelor Mittal in questa grande e difficile partita tutela i suoi legittimi interessi di multinazionale quotata in alcune borse internazionali, interessi che tuttavia molto probabilmente potrebbero entrare in rotta in collisione anche a breve con quelli dello Stato italiano e dell’industria nazionale.

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