ILVA/ I buchi nell’accordo tra Governo e Arcelor Mittal

- Federico Taranto

Nonostante l’accordo tra Governo e Arcelor Mittal, sono ancora molti i problemi non risolti di una vicenda che sembra essere stata ben gestita

Patuanelli e Conte
Stefano Patuanelli e il Premier Giuseppe Conte (LaPresse)

Ancora circa dieci giorni per la firma: così ci è stato detto da chi se ne sta occupando. Poi si farà un’intesa preliminare nella quale saranno descritte le linee generali dell’operazione che però verrà conclusa entro febbraio, dopo il necessario (e vincolante?) accordo sindacale. Questo è l’iter previsto per la prima grande operazione di ingresso del capitale pubblico in un’impresa strategica del Paese; certamente qualcosa di diverso del capitale pubblico nella Corneliani o nella Embraco, senza offesa per i lavoratori di queste due imprese.

Fin qui tutto si è svolto nella massima riservatezza (come succede nelle grandi operazioni finanziarie) e nella massima compostezza. I soggetti portatori di interessi primari, sindacati e istituzioni del territorio, non hanno minimamente interferito; qualcuno ha detto che sono stati protagonisti di grandi “minacce”, ma di piccoli “disturbi”.

Ora che si è giunti alla fase finale, va detto che i termini della “questione” sono tutt’altro che lineari e le conseguenze dell’operazione finanziaria (perché fin qui di questo si tratta!) non saranno “rose e fiori”. Si dice che si tornerà a 8 milioni di tonnellate di acciaio prodotto, che non ci saranno esuberi strutturali e che gli investimenti faranno di Taranto un’oasi green come in nessuna altra parte al mondo. Ci auguriamo tutti che questo sia vero, ma purtroppo le premesse non portano a queste conclusioni.

E le premesse parlano di uno Stato (che anche attraverso Invitalia è stato molto presente nella assegnazione di Ilva a Mittal) che compra il 50% di Arcelor Mittal Invest Co (AMI) la quale ha in affitto gli asset di Ilva in A.S. e “possiede” molti contratti, compresi quelli relativi a 10.700 lavoratori. Questa nuova compagine, che non è quella che ha vinto la gara nel 2017, dovrà acquistare entro il 2023, d un prezzo di 1,8 miliardi di euro ciò che oggi ha in affitto e garantire l’occupazione anche ai lavoratori in capo alla Amministrazione Straordinaria. Tutto questo è garantito? Non sembra proprio e quindi i termini della gara di assegnazione sono stravolti. Così la vicenda Ilva iniziata nel 2012 con il blocco e il sequestro degli impianti, si arricchisce di nuove atti che in sede giudiziaria renderanno ancora più complessa ogni possibile soluzione.

Oltre gli aspetti giuridico-sostanziali (e non formali come dicono alcuni poco informati), restano ancora oscure altre questioni decisamente importanti, oltre a una valutazione generale che in poche parole mi riservo per la conclusione di queste riflessioni.

Anzitutto il problema della governance. Non mi riferisco ai vertici aziendali, anche se qualcosa ci sarebbe da dire perché non si è mai visto che chi detiene la maggioranza non designi anche l’Amministratore delegato. Mi riferisco piuttosto ai patti che conseguono all’ingresso di un nuovo socio molto importante nella compagine societaria. Alcuni hanno sollecitato un chiarimento sulle regole di put & call per capire cosa succede quando Mittal vorrà andarsene. A me sembra che la questione più urgente da chiarire sia un’altra, quella che deriva dalla scelta di separare le funzioni commerciali di Mittal da quelle di AMI. Scelta ovvia si dice, perché le due realtà (Mittal e AMI) non consolidano e quindi le scelte strategiche sono separate. Siamo proprio sicuri che sia così semplice la risposta?

Io non credo e comunque sarebbe opportuno venisse chiarito come Mittal intende risolvere il conflitto di interessi (commerciali) con se stesso, nel momento in cui è lui a designare il capo azienda, quello che (seppure controllato da Invitalia che non è propriamente un industriale siderurgico) ha la responsabilità di fare le scelte strategiche. Cosa succederà se un cliente italiano si dovesse rivolgere a Mittal per comperare laminati piani che, guarda caso, sono prodotti anche a Taranto? Quale sarà la politica di prezzo? Ci saranno ambiti esclusivi di prodotto e di mercato, in base ai quali AMI (o come si chiamerà in futuro) potrà o non potrà entrare in determinati mercati? Questi sono gli aspetti che tutti abbiamo il diritto di conoscere per capire come si stanno spendendo soldi pubblici.

E ancora cosa succederà nella governance quando lo Stato avrà la maggioranza assoluta di AMI? Continuerà tutto come prima o cambieranno le cose? Da quel momento lo Stato diventa un competitor di altri importanti produttori nazionali che operano sui medesimi mercati. Si dirà che anche in passato era così, ma si dimentica che dal 1995 Ilva era diventata privata e i competitor non erano certamente quelli di oggi.

Questi richiami rimandano a un problema più generale: quello della strategia del Governo nel settore siderurgico. Questione sempre evocata dal Ministro Patuanelli e a oggi mai concretizzata se non attraverso episodi francamente poco chiari (compresa la partecipazione pubblica nel polo siderurgico di Piombino). È lecito domandarsi come faccia un Governo a gestire un’operazione delle dimensioni di Ilva senza avere un piano, un progetto, un’idea generale per un settore che è e sarà oggettivamente strategico per il nostro Paese. A oggi non c’è una risposta che non sia generica e confusa.

La questione occupazionale non è seconda agli altri problemi. Mittal ha sempre detto che, assumendo gli standard make or buy del settore, per ogni milione di tonnellate servono 1.000 persone. Finora lui si è attenuto a questa regola ricorrendo massicciamente alla Cig. Almeno fino al 2025 non saranno prodotti 8 milioni di tonnellate di acciaio primario e quindi non è possibile che i 10.700 dipendenti odierni possano essere occupati. Ma non lo saranno neppure quando e se si arriverà agli 8 milioni. Se si aggiungono i circa 1.700 lavoratori in capo a Ilva in A.S., ci saranno oltre 4 mila persone che non sono occupabili nella siderurgia ex Ilva. A quel punto, però, l’interlocutore non sarà il padrone “cattivo”, ma lo Stato “buono” che, ancora una volta, non ha predisposto un progetto di riconversione da valere per una delle aree del Mezzogiorno maggiormente critiche. Qualcosa si era tentato in passato con il Piano Taranto, ma a oggi nessuno ne conosce gli esiti.

Altri temi importanti dovrebbero ancora essere esaminati. Primo fra tutti quello impiantistico e ambientale attorno al quale si rimbalzano soluzioni le più immaginifiche, ma non allocate in nessun progetto industriale vero e verificato. Dovremo tornare su questo e altri temi.

Come si vede, sono ancora molti i problemi non risolti di una vicenda che sembra essere gestita senza consapevolezza di quale potrebbe esserne l’esito. L’ingresso del capitale pubblico nella grande impresa privata sta avvenendo nel modo peggiore; non sembra essere né tattico, né strategico, è solo raffazzonato per chiudere in qualche modo un problema che altrimenti potrebbe deflagrare in modo non controllabile. Eppure un modo era stato suggerito da più parti, compreso quel mondo imprenditoriale che si pensa nemico della cosa pubblica. Non lo Stato imprenditore di lungo periodo, ma lo Stato risanatore di breve periodo che interviene autorevolmente (e non con scelte pasticciate) per riportare al mercato un bene essenziale per l’economia, dopo averlo reso compatibile con le istanze sociali, ambientali e territoriali. Uno Stato che guida e agisce in una logica di mercato, come ci insegna Mariana Mazzucato che pure è stata ingaggiata dal Presidente Conte come propria autorevole consulente.

Di fronte a quel che invece stiamo osservando, non resta che seguire l’esempio di Romano Prodi (padre nobile del capitale pubblico nelle imprese) e mestamente “allargare le braccia” sconsolati sperando che i danni siano minori di quelli prevedibili e che, soprattutto, sotto le macerie non restino, come spesso capita, i più deboli, quelli che nel Mezzogiorno, già pagano i prezzi maggiori di questa crisi.

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